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Edifici sacri

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Architettura
Scritto da Renata   
Giovedì 20 Gennaio 2011 19:32
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Questa chiesa val bene una messa?

Gli edifici sacri d'oggi appaiono brutti e inospitali: dopo la denuncia di Ravasi, il ministro vaticano della cultura, si apre il dibattito

di Giacomo Galeazzi Quanto sono inospitali molte chiese moderne!». In una lectio magistralis alla facoltà di Architettura di Roma, il cardinale Gianfranco Ravasi lancia l’allarme: «Un’architettura sacra che non sappia parlare correttamente il linguaggio della luce e non sia portatrice di bellezza e di armonia decade automaticamente dalla sua funzione». Il ministro vaticano della Cultura stigmatizza «l’inospitalità, la dispersione, l’opacità di tante chiese tirate su senza badare alla voce e al silenzio, alla liturgia e all’assemblea, alla visione e all’ascolto, all’ineffabilità e alla comunione»

Chiese nelle quali «ci si trova sperduti come in una sala per congressi, distratti come in un palazzetto dello sport, schiacciati come in uno sferisterio, abbrutiti come in una casa pretenziosa e volgare».

Un degrado inaccettabile e tanto più grave alla luce del «grande contributo offerto in 20 secoli» dalla cultura cristiana all’architettura. «Senza la spiritualità e la liturgia cristiana, la storia dell’architettura sarebbe stata ben più misera - afferma Ravasi -. Pensiamo solo al nitore delle basiliche paleocristiane, alla raffinatezza di quelle bizantine, alla monumentalità del romanico, alla mistica del gotico, alla solarità delle chiese rinascimentali, alla sontuosità di quelle barocche, all’armonia degli edifici sacri settecenteschi, alla neoclassicità dell’Ottocento, per giungere alla sobria purezza di alcune realizzazioni contemporanee». 
 

Nel cristianesimo c’è «una celebrazione costante dello spazio come sede aperta al divino», con il «baricentro teologico» che si sposta dallo spazio al tempo, perché «tra Dio e uomo non è più necessaria nessuna mediazione spaziale: l’incontro è ormai tra persone, si incrocia la vita divina con quella umana in modo diretto».

Per il cristiano, sottolinea Ravasi, la chiesa è «un santuario non estrinseco, materiale e spaziale, bensì esistenziale, un tempio nel tempo». Il tempio architettonico sarà «sempre necessario», ma solo come «segno necessario di una presenza divina nella storia e nella vita dell’umanità». Quindi «non esclude o esorcizza la piazza della vita civile ma ne feconda, trasfigura, purifica l’esistenza, attribuendole un senso ulteriore e trascendente». 
 

Ma nell’episcopato c’è chi di chiese ne ha create una decina. È il vescovo di Livorno, Simone Giusti, breviario e tecnigrafo, allievo di Michelucci, Santi e Savioli, laurea in architettura all’università di Firenze, con disegni sulla scrivania, proiezione computerizzata e rendering digitale.

«Entrare in una Chiesa è penetrare in un luogo che immediatamente parla alla persona e al suo cuore attraverso un linguaggio simbolico-affettivo», racconta.

Un linguaggio (come nella parrocchia di Cecina dedicata alla Sacra Famiglia) che si rivolge all’uomo e alla cultura contemporanea senza però rinnegare la tradizione dell’architettura passata, con evidenti richiami a quella romanica.

Una creatività che necessariamente rifugge ogni banalità. Per il fedele e il semplice visitatore. «L’architettura che vado ricercando è l’architettura della diversità - spiega Giusti, palmare e bluetooth a portata di mano -. Nulla che sia simmetrico: proprio come in natura, dove niente è banale e tutto è diverso ed è da ciò che nasce la voglia di scoprire e di interpretare.
 Le vetrate non sono un optional o un mero abbellimento.

I giochi di luce soffusa e colorata che si susseguono dall’alba al tramonto sono di aiuto ai fedeli che si raccolgono in preghiera». E anche i disegni astratti delle vetrate hanno un loro senso perché «solo ciò che non è pienamente definito può esprimere l’inesprimibile mistero di Dio».

Insomma niente va lasciato al caso perché «progettare una chiesa può significare anche edificare le anime».www.lastampa.it

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Gennaio 2011 19:44
 

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