Finanziamenti pubblici, da Tangentopoli alla Tanzania
Scritto da A.P.*
La polemica è fresca, il problema antico.
La Lega Nord infatti è finita nell'occhio del ciclone per il caso di investimenti offshore realizzati dal tesoriere del Carroccio, Francesco Belsito: una "caduta di ideali" per i leghisti che ha sollevato critiche molto aspre proprio a partire dalla base del partito.
Secondo quanto riportato da Repubblica sarebbero più di 10 i milioni di euro "volati" in fondi distribuiti tra Tanzania, Cipro e Norvegia, tutti frutto del finanziamento pubblico ai partiti. E lo stesso Roberto Maroni chiede a gran voce chiarezza, soprattutto perché le destinazioni di quei soldi lasciano perplessi dato che i Bot italiani avrebbero reso comunque il 6%, non proprio noccioline.
Belsito, dal canto suo, ha fatto sapere attraverso le pagine del Secolo XIX che si è tratto di operazioni fatte alla luce del sole, nella fiducia dei propri consulenti. La risposta non deve aver convinto i giovani padani che si sono immediatamente mobilitati scendendo in piazza al grido di "Padania ladrona la Tanzania non perdona".
In attesa dell'interrogazione parlamentare annunciata dagli esponenti del Pd Emanuele Fiano, Gianclaudio Bressa e Daniele Marantelli volta "a fare luce sugli aspetti controversi di questa vicenda a cominciare da quelli fiscali" e non a "indagare se i leader della Lega usino i fondi del finanziamento pubblico per speculare sul mercato finanziario", proviamo a fare chiarezza sull'annoso tema dei finanziamenti pubblici ai partiti.
Non erano stati abrogati? Nella consapevolezza che la ricetta perfetta non c'è perché la coperta rischia sempre di essere troppo corta abbiamo chiesto qualche chiarimento al docente di Diritto Costituzionale presso l'università Bocconi di Milano, Lorenzo Cuocolo.
"Il punto di partenza è che la Costituzione, per come è scritta, dice che i partiti sono soggetti indispensabili per il funzionamento della democrazia. Il secondo punto è che i partiti per funzionare hanno bisogno di soldi. Il terzo è che questi soldi o vengono elargiti dal sistema pubblico o da quello privato. In ogni caso ci sono effetti collaterali con cui bisogna fare i conti".
Quello che non tutti sano e che, comunque, molti spesso dimenticano è che la nostra Costituzione non disciplina in alcun modo il sistema di finanziamento dei partiti dei quali, peraltro, riconosce l'importanza fondamentale in fase di determinazione della la politica nazionale.
Si è cercato di capire fin dagli anni Sessanta come questi soggetti possano sopravvivere, con quali soldi riescano a organizzarsi e fare campagna elettorale.
"Se questo profilo fosse lasciato all'autonomia di ogni singolo partito, il rischio è che solamente i partiti dei ricchi o quelli che hanno già potere riescano a trovare i fondi per fare politica. La conseguenza sarebbe una lesione evidente della democrazia perché non sarebbero messi tutti sullo stesso piano".
Questo tema è stato variamente dibattuto fino al 1974 con la cosiddetta legge Piccoli (dal nome dell'esponente democristiano che ne fu promotore) che di fatto ha introdotto per legge, nel silenzio della Costituzione, il principio per cui i partiti devono essere finanziati con risorse pubbliche.
"Il problema è stato che l'entità del finanziamento e la possibilità di accedervi sono aumentati a dismisura nel corso degli anni fino a integrare episodi di sprechi e malcostume, che alla fine degli anni Ottanta, con la crisi del sistema della Prima Repubblica, sono sfociati nel referendum del 1993": con la ferita di Tangentopoli ancora aperta, l'onda emotiva ha spinto gli italiani nel referendum abrogativo promosso dai Radicali a votare con percentuali bulgare contro il finanziamento pubblico ai partiti.
Un voto di protesta con il quale i cittadini hanno messo in mostra il bisogno di rottura con un sistema di partiti dai quali non si sentivano più rappresentati in modo adeguato. Il messaggio giuridico e politico è stato forte e chiaro.
"L'esito del voto referendario è stato poi aggirato, per non dire tradito, subito dopo perché già nel 1994 sono stati introdotti i cosiddetti rimborsi elettorali: formalmente, e solo formalmente nel rispetto della volontà referendaria, vengono previsti meccanismi di elargizione di denaro ai partiti sulle base di quelle che sono state le loro spese elettorali".
Il tema è delicato ma non si possono neppure assumere posizioni troppo giacobine: nel dare ai partiti dei fondi che permettano loro di fare politica ci sono infatti motivazioni molto forti di tutela della democrazia. I rimborsi elettorali avrebbero potuto essere una buona soluzione di compromesso per garantire la sopravvivenza dei partiti, purché ogni caso venisse valutato nel merito e le spese fossero comprovate da apposita documentazione.
Ma non è andata così: "Nel corso degli anni, fino a oggi, tale meccanismo è stato sempre più allargato con successive modifiche, emendamenti, interpretazioni estensive fino a farne di fatto un sistema automatico. Oggi basta partecipare alle elezioni e comunque si viene rimborsati al di là quello che si è in grado di giustificare".
Si tratta, in pratica, di una sorta di finanziamento mascherato. E per non farsi mancare nulla, è stata anche data ai cittadini la possibilità di dare un finanziamento destinando il 4 per mille della dichiarazione dei redditi ai partiti.
Ma c'è anche un altro tema che merita un'analisi approfondita e aiuta a capire da dove provengano almeno in parte i tesoretti dei nostri partiti, i quali, va detto ma non come giustificazione, non possono contare a differenza di sistemi come quello americano di consistenti raccolte fondi tra privati: "In Italia si prevede che il rimborso non sia commisurato alla durata effettiva della legislatura: i contributi erogati ai partiti, quindi, sono sempre effettuati su base quinquennale a prescindere da uno scioglimento anticipato delle Camere. Dunque, se la legislatura dura due anni, i partiti procedono nella nuova legislatura con i nuovi cinque anni di rimborsi più i tre avanzati da quella precedente non conclusa".
Una situazione di cumulo non propriamente consona al ruolo dei partiti.
Rimane il fatto che in Italia, lontana dal modello di fund raising a 360° made in Usa, ci sono comunque modalità di raccolta fondi dai privati che però sono soggette a vincoli piuttosto rigidi da parte della legge e comunque, probabilmente, non sarebbero molte le persone disposte a spendere 5000 euro per partecipare a una cena con Bersani o Alfano, come per esempio sta accadendo di routine nella campagna elettorale di Barack Obama.
"Inoltre non ci sono grossi incentivi per chi finanzia le attività dei partiti: se ci fosse un sistema avanzato di detrazioni fiscali anche le imprese avrebbero maggiore interesse a contribuire al cambiamento degli equilibri in campo.
L'altra faccia della medaglia, a quel punto, diventerebbero però le lobby, cioè gruppi di potere accomunati da interessi comuni che in sede politica si trasformano in gruppi di pressione: se si ricevono ingenti finanziamenti da industrie che producono armi o farmaci, una volta al Governo bisogna quanto meno tenerne conto".
A dispetto eventualmente anche degli interessi dei cittadini e delle proprie idee.
*www.yahoo.com
















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