2012, poco sopra allo zero
Âdi Oscar Giannino*
Con la stima Istat al -0,2% di Pil nel terzo trimestre, la correzione al ribasso dei due precedenti, e una perdita nel quarto che tutti stimano abbondantemente superiore a quella del terzo, l'Italia è di nuovo tecnicamente in recessione.
Il prossimo 2012 le stime per l'intera euroarea sono di una crescita di poco superiore allo 0, se i primi due trimestri confermeranno la caduta degli ultimi due. Anche in Germania dopo il +3.6% del 2010 e il +2,8% del 2011 la frenata potrebbe portare il Pil di solo mezzo punto sopra lo zero.
E' l'effetto della lunga miccia greca sulla sostenibilitĂ dell'eccesso di consumo pubblico finanziato a debito, dopo che tra 2008 e 2009 avevamo dovuto affrontare nel mondo anglosassone e nel sistema bancario l'eccesso di consumo privato finanziato a debito.
Questa volta, nell'euroarea almeno – per gli usa, l'eccesso di debito è problema rinviato al presidente che si elegge a fine 2012, nel frattempo è la Fed a reggere la crescita e non è escluso un Quantitative Easing 3.0 l'anno prossimo – l'effetto -freno non è “subito”, ma direi quasi consapevolmente “voluto” dagli euroleader virtuosi, dove per “virtuosi” bisogna intendere non solo ad accettabile equilibrio di finanza pubblica ad un minor tasso di intermediazione pubblica del reddito ma anche capaci di elevata produttività nell'economia reale.
La Germania da 2 anni a questa parte ha sostituito i mercati all'imbelle giudizio discrezionale di organi politici comunitari, Ecofin e Consiglio Europeo, che in un decennio si sono rivelati custodi incapaci della disciplina su cui l'euro è nato.
Per questo i mercati hanno colpito duro differenziando i premi al rischio sovrano. In quattro fasi: prima paesi europeriferici deboli, Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. Poi, da luglio a fine settembre, un Paese eurocore debole, l'Italia ad alto debito bassa crescita e alte tasse e spesa pubblica.
Poi i paesi eurocore sin lì considerati “forti”: Francia, Olanda e Austria. Infine la rottura della curva temporale, coi titoli pubblici a due anni considerati a maggior rischio dei decennali, segnale che l'euro non terrà nel breve, cioè nel 2012.
Ripeto, è stato un processo voluto. Per far capire ai governi e alle opinioni pubbliche dei Paesi che hanno solo approfittato dei bassi tassi dell'euro che ora non è più ammesso rinviare equilibrio di finanza pubblica e produttività nell'economia reale.
Altrimenti, nell'euro resterà solo chi ne è capace. Non sono tra coloro che considerano questo processo come espressione di una volontà di potenza tedesca. Sciocchezze.
Chi invoca che sia la Bce a monetizzare i debiti pubblici nazionali affermando “facciamo come negli Stati Uniti”, in realtà spaccia facile oppio. In buona o catti8va fede, dimentica che sono i governi nazionali a voler tenere separati i mercati dei beni e dei servizi dei diversi Paesi europei.
Così facendo, gli effetti di un unico tasso d'interesse in aree macroregionali a diverse curve di costo resta nell'impossibilità do potersi autoequilibrare per mobilità spontanea dei diversi fattori della produzione.
Ma se la politica continua a voler difendere la propria sovranità non solo su spesa e tasse, ma anche sul mercato del lavoro tanto dipendente quanto delle professioni e del controllo proprietario delle imprese, allora la politica non può invocare il torchio monetario di Francoforte. Ognuno a casa sua deve sapere che si sta nell'euro solo con bassi deficit pubblici, poco debito e alta produttività .
Perché a mercati separati una moneta unica si regge non solo sulla parsimonia pubblica, ma su bilance dei pagamenti non troppo dissimili. E' esattamente questo il rebus da sciogliere nel 2012. Attualmente, la Germania ha un attivo di parte corrente che batte quello cinese, di 6 punti di Pil annuo.
Espressione di una fortissima competitivitĂ nel'export, e di un flusso netto di capitali sugli asset tedeschi come beni rifugio. Tutti gli altri 26 paesi dell'Ue hanno peggiorato la loro posizione rispetto a Berlino.
La Bce con Mario Draghi ha dato una prima risposta efficace al problema della tenuta bancaria continentale, con le aste di liquidità triennale e con l'estensione dei collaterali impegnabili a Francoforte. Le banche trovano così la possibilità di non finire gambe all'aria, cortissime di liquide e ricapitalizzande come sono, e c'è da sperare che vorranno utilizzare questa ingente liquidità e la prossima che continueranno generosamente a ricevere a costi bassissimi con impieghi a famiglie e imprese, non comprando titoli di Stato.
Non è la soluzione alla tenuta dei debiti sovrani, ma è la giusta premessa per raffreddare la caduta dell'economia reale.
Il problema nei prossimi due trimestri è se i governi eurodeboli si metteranno in condizione di fare quel che finalmente “devono”. Ed è su queste premesse, che personalmente valuto la prima manovra finanziaria del governo Monti.
Ottima la parte previdenziale, con l'allineamento e l'innalzamento energico dei tetti di anzianità e vecchiaia e il contributivo prorata esteso a tutti. Non è solo questione di maggior equilibrio nei saldi. Era dovuta per equità intergenerazionale.
Buono l'alleggerimento della componente lavoro dell'Irap, anche se non ne verrĂ che un modesto effetto in termini di crescita, visto che servirĂ soprattutto ad abbassare il tax rate reale delle grandi imprese.
Buona anche la reintroduzione dell'imposizione immobiliare, che aveva privato le Autonomie della fonte primaria su cui rafforzare da subito la propria responsabilitĂ impositiva.
Non buona invece l'impostazione di migliorare i saldi “prendendo dove si può” cioè aumentando ancora una volta le entrate, con un florilegio scomposto di addizionali locali e diverse forme di patrimoniale – dal conto titoli disposto dal governo precedente si è passati al conto bancario, a sovrattasse “sul lusso”, alla tassa di stazionamento sulle barche, alle aliquote variabili con cui si è riaperto lo scudo fiscale.
Pessime, dal mio punto di vista, le re cose essenziali che ancora mancano.
Primo: un significativo abbattimento dello stock di debito pubblico da raggiungere non attraverso strangolanti avanzi primari che avvitano la recessione se perseguiti con incrudimento fiscale, bensì attraverso cessione di 20-30 punti di Pil di mattone di Stato. L'abbattimento sale ulteriormente, se si dismettono anche molte delle migliaia di società municipalizzate.
Secondo: un'energica riforma sistemica del prelievo, finalizzata alla crescita. E' un errore colossale introdurre forme di prelievo patrimoniale tanto disorganiche dal mattone agli investimenti finanziari, e in assenza anche di qualunque criterio che contemperi le passivitĂ accese a fronte dei patrimoni. Questo tipo di scelta avrebbe avuto ben altro effetto se esercitata in coerenza contestuale a due altre scelte.
La delega fiscale su deduzioni e detrazioni, concentrando gli attuali 190 miliardi di minor gettito solo su tre priorità e cioè persona, famiglia e crescita, e liberando circa 40-50 miliardi di contributi a fondo perduto che attualmente vanno solo a vantaggio di pinguI nicchie protette.
E una energica revisione del sistema del prelievo, abbassando le aliquote su lavoro e impresa con l'abbattimento del cuneo fiscale, bilanciando su imposte indirette e diminuzione complessiva della pressione attraverso abbattimento di spesa da drastico dimagrimento del perimetro pubblico.
Terzo: le riforme per alzare la produttivitĂ , da quella del mercato del lavoro alle liberalizzazioni.Non sono un europessimista. Berlino in soli 4 anni, dopo il 2001 quando stava ben peggio dell'Italia,.ha mutato dalle fondamenta finanza pubblica e produttivitĂ .
Si può fare. A patto che la politica la smetta di mentire. E si prenda la responsabilità di spiegare agli italiani che se cresciamo così poco da 15 anni la colpa non è degli evasori fiscali. Ma del fatto che lavoriamo in pochi, perché lo Stato è pingue e inefficiente, costa troppo e ci strangola, e sin qui ha comprato consenso con la promessa di difendere l'indifendibile.
*www.yahoo.com
















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