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Fiat guarda oltre

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Scritto da Vanda   
Giovedì 19 Aprile 2012 20:54
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Fiat, oltre alla Chrysler c’è di più

Per imporsi sulla scena mondiale l’unica via è l’alleanza con un terzo big. Come Suzuki

Sergio Marchionne non perde occasione per ribadire che “non ha più senso parlare di Fiat e di Chrysler come di due aziende separate”. 

Il gruppo in cifre
Stando ai dati del primo bimestre, il nord America vale il 45,8% delle vendite del gruppo.

Al contrario, perde quota la regione Emea (Europa più medio Oriente e nord Africa) che vale solo il 29,5% delle vendite.

Anche il sud America ha un ruolo importante: a marzo in Brasile la Fiat ha venduto 66.200 vetture con un incremento del 3% che ha consentito di difendere la posizione di leader sul mercato carioca, dove Fiat precede di tre lunghezze - con una quota del 23,2% - il colosso Volkswagen.

“Su quattro auto vendute, tre sono al di fuori dell’Europa”, si legge sul report di Intermonte. “Fiat emerge sempre più come un player globale con un forte focus su nord e sud America”.

Per questo motivo, gli analisti della sim hanno alzato la raccomandazione portando il prezzo obiettivo a 5,8 euro da 4,3 euro. Ancor più generosa Mediobanca, che fissa l’asticella a 7 euro.

Ma bisogna fare i conti con il tracollo in Italia, che resta pur sempre il mercato di riferimento.

Qui la Caporetto continua, anzi si inasprisce.

A marzo, le immatricolazioni sono precipitate del 35,6% (contro -26,7% del mercato) a quota 35.900 autovetture.

Certo, sul dato pesa lo sciopero dei trasportatori, ma il Lingotto è andato peggio degli altri anche altrove, a partire dalla Francia: -26,5% rispetto al -23% del mercato.

Un doppio destino che rende complicata la valutazione del titolo che, a questi prezzi, accusa una perdita del 35% rispetto a un anno fa. Proviamo a dare uno sguardo al futuro, che si presenta sempre più a stelle e strisce.

Sempre più America
Nella sfera di cristallo c’è una certezza: Fiat, assicura Marchionne, intende arrivare al 100% di Chrysler, rilevando il 41,5% oggi nelle mani del fondo Veba (Voluntary employee beneficiary association), il trust controllato dall’Uaw.

È un passaggio fondamentale per la strategia di Marchionne, necessario per valorizzare in termini finanziari tutto il potenziale del gruppo. Ma anche un passaggio delicato, che rischia di squilibrare la finanza del gruppo in un momento in cui pure i colossi dell’auto devono fare i conti con il credit crunch.
Di qui l’esitazione di fronte alle due opzioni a disposizione: o una crescita per gradi, con un primo aumento nella prossima estate, oppure l’acquisto dell’intero pacchetto. Nel primo caso, la Fiat sfrutterà la facoltà, prevista dal contratto, di comprare “a rate” il 16,6% di Chrysler in quattro anni, rilevando tra il luglio di quest’anno e il giugno del 2016 ogni sei mesi una tranche del 3,32% a un prezzo unitario calcolato su più parametri industriali e finanziari (compresa la quotazione di Fiat) delle due società.

Per gli esperti, viste le difficoltà del Lingotto, che non sono una disgrazia da questo punto di vista, ogni tranche comporterà un prezzo inferiore ai 200 milioni di dollari per un valore dell’intera Chrysler poco sotto i sei miliardi.

L’opzione due, chiamata Equity recapture agreement, permette invece a Fiat di acquistare l’intero pacchetto di Veba per 4,25 miliardi di dollari più il 9% di interesse composto annuo a partire dal primo gennaio 2010. A fine 2012, dunque, il prezzo sarebbe di poco inferiore a 5,5 miliardi. Cosa deciderà Marchionne?

Il ceo naviga a vista: in materia finanziaria Marchionne ha sempre mostrato grande prudenza.

Ma è consapevole che solo un gruppo con una massa critica adeguata, anche sul piano del controllo, può sfruttare la grande occasione offerta dalle prospettive del mercato statunitense. Nonostante la ripresa del 2011, i volumi di vendita negli States sono ancora bassi: 12,7 milioni contro i 16,9 milioni nel 2005.

Tutti sperano di aggiudicarsi quei quattro milioni di pezzi che mancano all’appello. Chrysler ha le sue carte da giocare, in materia di qualità, consumi e modelli.

Ma sarà necessario far fronte a investimenti cospicui e strategie commerciali che puntino anche a una nuova “cultura” dell’auto. Occorrono soldi, dunque, ma anche il know how e la cultura del fare dei costruttori asiatici, i veri dominatori del mercato americano.

La quadratura del cerchio
La soluzione, insomma, passa dall’alleanza con un big asiatico. Primo indiziato è Suzuki. Il gruppo giapponese è il decimo produttore mondiale con 2,6 milioni di vetture.

Ha risentito del difficile 2011 in Giappone e del calo in Europa, ma è forte nei mercati asiatici emergenti, in particolare in India. È una prospettiva strategicamente molto rilevante per Fiat: la gamma di prodotti del costruttore giapponese può integrarsi con i prodotti Fiat- Chrysler.

Di recente, poi, Marchionne ha siglato un accordo di fornitura che riguarda piccole motorizzazioni diesel per veicoli Suzuki in India, strappando la commessa al gruppo Volkswagen e segnando un importante avvicinamento con l’azienda asiatica.

L’asse a tre, poi, consentirebbe a Marchionne di superare di slancio l’obiettivo dei sei milioni di vetture (da sviluppare su piattaforme comuni da un milione di pezzi ciascuna), a suo dire la taglia minima per avere un ruolo da protagonista nel mercato globale.

www.yahoo.com

Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Agosto 2012 22:21
 

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