Niemeyer, le mie architetture sono le donne di RioÂ
"Le archistar di oggi mi fanno inorridire".Â
Il grande "vecchio" ha compiuto 104 anniÂ
di Luca Bergamin*Â
Sotto Palazzo Ypiranga, le ragazze in bikini si accovacciano dentro le bolle circolari disegnate sul marciapiede dell' Avenida Atlantica. Non sanno che l'attico di questo palazzo, l’unico in stile art nouveau, sulla promenade più famosa di Rio de Janeiro, è la casa del «grande vecchio», il «comunista» dell’architettura Oscar Niemeyer.Che proprio ieri ha compiuto 104 anni. Non sembra affatto lo studio dell'architetto che ha fatto nascere dal nulla e dalle erbacce in quattro anni la capitale Brasilia ma la sede di una factory di creativi trentenni.
I nipoti e pronipoti, che sono tantissimi e si riuniscono qui dove fanno capolino spesso anche l'ex presidente del Brasile Lula Inácio Da Silva e la stella del calcio Pelé, ridono alla battuta del loro zio, un mito vivente, che non si muove quasi più, ma che intellettualmente è ancora vivacissimo.
Mi hanno detto che da poco ha cominciato a dipingere, è vero?
«Sì, è una passione che ho scoperto da poco tempo, anche se per me il bianco è il colore della purezza, che dà luce all’anima, ultimamente mi piace dipingere con tinte più accese. Da quando non posso più muovermi come una volta, passeggiare, il disegno è un modo per viaggiare dentro i giardini, le foreste, rivedere le piantagioni, il mio Brasile».
Da quassù, però, si vedono il Pan di zucchero, le montagne di Rio e la spiaggia di Copacabana...
«Un panorama che mi ha sempre ispirato. Il calore è fonte di bellezza e strumento di unione. La rigidità e spigolosità degli angoli invece respingono ogni afflato. La mia cifra espressiva sono le curve, sensuali come i fianchi e le schiene delle ragazze che vede laggiù bagnarsi tra le onde. Spuma dell'Oceano, e corpi di donna: le mie opere sono le femmine di Rio de Janeiro».
Come si vive a 104 anni?
«Vengo allo studio, ascolto il pianoforte che gli amici suonano per me, parliamo di arte, di calcio, uno sport che praticavo da ragazzo, ero un attaccante veloce e sgusciante. Quando progettai la sede della Mondadori a Milano, io e Giorgio Mondadori con suo figlio giocavamo partite a pallone nel giardino della sua casa, era un uomo così arguto... Mi tremano un po' le mani, quindi non posso più tratteggiare bene le linee delle mie opere nei progetti, ma mi sento ancora un architetto in grado di lavorare. E resto fedele ai miei principi di sempre: massima libertà plastica delle forme, fluide e concave, pur nell'ovvio rispetto delle regole costruttive basiche».
Rio De Janeiro ospiterà i Mondiali di Calcio tra due anni, nel 2016 le Olimpiadi e sta cambiando volto. Lei come vede questa trasformazione?
«Mi fa venire in mente quando da ragazzo e con mia moglie andavamo a ballare nel quartiere di Lapa e Botafogo, prima dell' esilio a Parigi e a Mosca. Non penso che il progresso porterà alla chiusura dei sambodromi, quello per il Carnevale di Rio l'ho progettato personalmente... L'architettura contemporanea la trovo noiosa, ripetitiva, tutti quegli edifici in vetro, così poco espressivi e privi di bellezza, le forme sono come strozzate dalla ricerca di elementi a sorpresa, puntano soprattutto a stupire ma sono algidi. La beltà invece è data dalla semplicità . Credo che la tecnologia contemporanea vada messa al servizio proprio della bellezza».
Il suo Museo di arte contemporanea a Niteroi ha la forma di una astronave planata su una delle baie più scenografiche del mondo...
«I palazzi devono cingere in un abbraccio chi li guarda, devono suscitare emozioni e trasmettere desiderio di abitarvi e viverli a chi ne fruisce indipendentemente dal suo ceto sociale e preparazione culturale. Mi piacciono le case "mosse" che ricordano le onde del mare, le pareti divisorie interne devono essere poche, il vetro per far entrare la luce e consentire una vista all'esterno. L'architettura è sorpresa, fantasia, bisogna osare sempre, far sognare, toccare nel profondo il cuore delle persone, non è fatta per arricchirsi».
Ecco l'Oscar Niemeyer comunista?
«Il denaro serve per aiutare i poveri e io quando penso alle archistar di oggi mi sento inorridire. Non discuto la loro qualità professionale ma personalmente credo che l'eccessiva ricchezza sia stonata in questa società . I ricchi devono aiutare i più bisognosi. Il mio motto è navigar o preciso (navigare è necessario - ndr), ovvero seguire le onde, ammirarle, ma cercando anche di stare a galla e questo vuol dire avere la coscienza pulita quando vai a dormire la notte».
La notte pensa mai alla morte?
«La morte non mi fa paura, se è questo che vuole sapere. So che è vicina, imminente, mi sento in viaggio nel più ignoto dei misteri, che presto sarò chiamato ad affrontare. Mi capita di pensare al passato, e qualche lacrima scende sulle guance, la tristezza degli amici che non ci sono più, perché in fondo io appartengo al secolo scorso, sono uno dei pochi sopravvissuti, anche se non mi sento un fossile o un uomo miracolato dalla natura. Spero di essere un esempio per i giovani come uomo e come architetto e questo pensiero, insieme all'amore della mia famiglia, mi dà la carica per continuare a vivere».
In Italia, a parte Palazzo Mondadori a Segrate e gli uffici della F.a.t.a. a Torino, non ha mai avuto molta fortuna: l'Auditorium di Ravello non è stato ancora aperto al pubblico e il progetto ha subito molte modifiche. Come lo spiega?
«Mi perdoni ma io della burocrazia italiana non voglio parlare, mi ha fatto perdere già troppe energie. Preferisco i ricordi personali del vostro Paese, come quando persi un treno alla stazione di Milano negli Anni 50 tanto era colmo di persone. Col mio amico Marcos Jaymovitch noleggiammo un’Alfa Romeo, avremmo dovuto riconsegnarla la sera stessa, ma la tenemmo un mese guidando sino a Tangeri. L'agenzia l'aveva già data per rubata...».
La sua vita assomiglia a un romanzo...
«A dieci anni vendevo i giornali del Partito comunista brasiliano, sono fuggito a Parigi contro la dittatura, volevano che diventassi segretario del movimento che stava preparando la rivoluzione nel mio Paese. Odio l'aeroplano, sapesse quante volte sulla strada verso l'aeroporto sono tornato indietro e amo le donne e il sesso, un desiderio che fa parte della nostra natura che non andrebbe mai represso. Sono un fiero amico di Fidel Castro che avrà tanti difetti ma è stato capace di garantire assistenza sanitaria e istruzione a tutto il suo popolo. Sono Oscar Niemeyer, un architetto che in tutta la sua vita ha lottato per cancellare con la bellezza la diseguaglianza sociale».
Pensa di esserci riuscito?
«Se chi guarda i miei palazzi sente un brivido di calore e una sensazione paragonabile all'amore fisico, penso di sì».
*www.lastampa.it
















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