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Pe’ nommu ndi scordamu

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Musica
Scritto da Camillo Berardi   
Domenica 14 Agosto 2011 14:55
Hits

PE’ NOMMU NDI SCORDAMU

(canto calabrese)

 

Questa lirica vuole ricordare la tragedia del terremoto che nel 2009 ha colpito duramente L’Aquila, lasciando nella città ferite profonde e dolorosi interrogativi su colpe, inefficienze e responsabilità.

L’autore, poeta calabrese che vive in una cittadina, Locri, dalla realtà per altri versi difficile, sente tutto il dolore per la notizia, diffusa in modo insistito e martellante dai media, della città distrutta dal sisma, notizia anticipata dall’inquieta voce del vento, che gela il cuore, nu jelu mpetratu, nto cori 'na botta!

L’Aquila più non vola, è caduta dal cielo. E con efficaci similitudini (catti du celu com'a'mmari na vela; è caduta dal cielo come in mare una vela;  com'a'campana da Chjesa, come la campana della Chiesa…;.) il poeta s’immerge in questa tragedia, raffigurandola con immagini plastiche e vibranti: muta come le porte delle case dove non entra più nessuno…; … una traccia perduta, / una vita non più vita…

Intensa è, nei versi successivi, l’evocazione del silenzio, in un paesaggio di dolente desolazione: muta cerca la carità… con una preghiera muta… Quanto è loquace il silenzio stanotte…labbra morsicate…

Su di esso il poeta insiste con un crescendo di espressioni che fanno sentire, assieme al silenzio, tutto il clima di dolore e di lutto.

Negli ultimi versi la poesia si fa preghiera. Dopo aver ricordato che l’uomo, non la Natura, è responsabile di tali tragedie ("L'omu cu' sulu taju no' poti fari pilastri / L'omu chi simina gramigna no' ricogghi frutti.") l’autore indica nella fede in Dio e nella figura di Cristo crocifisso il solo possibile conforto al senso di impotenza e di pena che viene da tale distruzione. … ma sulu tu, tu sulu, 'sta curuna 'i sudura asciuchi!; ma solo tu, tu solo, questa corona di sudore asciughi!

E con l’immagine pittorica di un Gesù che parla e di un io poetante che ad occhi chiusi lo ascolta, di un Cristo capace di entrare nei cuori senza nulla chjàvi, senza alcuna chiave, la poesia si conclude, lasciando una profonda traccia emozionale, intrisa com’è di accorata partecipazione sociale, di empatica immersione nelle piaghe di una città ferita, di profonda meditazione e di un forte afflato spirituale e religioso che  affida la sofferenza – e la salvezza – al mistero della Croce.

 

La poesia è stata musicata da Camillo Berardi, compositore aquilano, già autore di altre suadenti musiche su testi poetici commemorativi del terremoto in Abruzzo, che ne ha fatto una commovente canzone.

Berardi ha costruito per questi versi una tessitura melodica di intenso struggimento, dove si coglie tutta la carica dolente del messaggio poetico e dove echeggiano toni intensi e malinconici,  lenti e solenni. Essi, nella seconda parte della composizione, lasciano il posto ad una cantabilità più vivida, come di inno liturgico, che, con una stringente cadenza, crea un’aura più confortata e distesa, più compiutamente aperta alla speranza.

 

 

 

PE’ NOMMU NDI SCORDAMU (canto calabrese)

PER NON DIMENTICARCI(traduzione in lingua)

  Versi di Mimmo STALTARI
Musica di Camillo BERARDI

Versi di Mimmo STALTARI
Musica di Camillo BERARDI

 

Chi grida 'u ventu frischjandu 'stamatina

chi nova ndi porta, 'na musica tristi,

‘nu jelu mpetratu, nto cori 'na botta!

'U telegiornali spingulija quasi tutti l'uri,

minutu pe' minutu 'i ricchji tisi,

‘nu silenziu mutu.

"L'Aquila ferita, sparata nta 'llali no' vola,

no' canta, catti du celu

com'a' mmari ‘na vela".

A terra, accasciata,

ferma com'a' campana da Chjesa,

muta cerca 'a carità cu 'na preghiera muta.

Ntall'occhi l'urtimu volu, l'urtimu cantu liberu,

muta com'e' porti di casi

aundi nullu trasi.

Nu gattu scava 'na terra ferita,

cerca 'na gurna

'na traccia perduta, ‘na vita no’ cchiù vita.

Quantu parra 'u silenziu 'stanotti,

paroli asciutti

labbra muzzicati diventaru 'sti sonni distrutti.

'U gallu canta all'alba,

sgravandu 'natta jornata

ca' stessa litania di lagrimi e di lutti:

"L'omu cu' sulu taju

no' poti fari pilastri

L'omu chi simina gramigna

no' ricogghi frutti."

Tu, crucifissu, 'mpendutu

'o stessu postu  << guardi  >>.

'Nu mulinu chi macina 'u cervellu,

nu falò 'i milli fochi

ma sulu tu, tu sulu,

'sta curuna 'i sudura asciuchi!

Tu mi parri ed eu ti sentu a occhi chjusi,

Tu, chi senza nulla chjàvi

'stu cori meu <<  lapri  >>.

 

 

 

 

Cosa grida il vento fischiando stamattina,

quale nuova ci porta, una musica triste,

un gelo impietrito, un tonfo al cuore.

Il telegiornale punzecchia quasi in tutte le ore,

minuto per minuto, le orecchie tese,

un silenzio muto.

"L'Aquila ferita, colpita nelle ali più non vola,

non canta, è caduta dal cielo

come in mare una vela.

A terra, accasciata,

ferma come la campana della Chiesa,

muta cerca la carità, con una preghiera muta.

Negli occhi l'ultimo volo, l'ultimo canto libero,

muta come le porte delle case

dove non entra più nessuno.

Un gatto scava una terra ferita,

cerca una pozzanghera,

una traccia perduta, una vita non più vita.

Quanto è loquace il silenzio stanotte,

parole asciutte

labbra morsicate diventate sogni distrutti.

Il gallo canta all'alba,

partorendo un altro giorno

con la stessa litania di lacrime e di lutti:

"L'uomo con il solo fango

non può costruire pilastri

l'uomo che semina gramigna

non raccoglie  frutti".

Tu,   crocifisso  appeso 

allo  stesso  posto  << guardi >>

un mulino che macina il cervello,

un falò di mille fuochi

ma solo tu, tu solo,

questa corona di sudore asciughi!

Tu mi parli ed io ti ascolto ad occhi chiusi,

Tu, che senza alcuna chiave

questo mio cuore << apri >>.

 

                                              Mimmo Staltari,

                                              Locri (Reggio Calabria)

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LO spartitO

ASCOLTA LA MUSICA COMPOSTA DAL m° AQUILANO cAMILLO BERARDI

 

Dim lights

Ultimo aggiornamento Venerdì 13 Aprile 2012 23:09
 

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