Durban, sul clima si decide di non decidere
di  Duccio Fumero
Come era prevedibile, la conferenza sul clima tenutasi a Durban in questi giorni si è conclusa con un nulla di fatto, o poco più. Ma dalla città sudafricana non arrivano solo cattive notizie e, una volta tanto, l'Italia fa la parte dei virtuosi.Italia, una crisi ecologica.Durante la conferenza, infatti, sono stati annunciati i dati dell'Agenzia Europea dell'Ambiente sull'emissione dei gas serra tra il 1990 e il 2012.
Dati che vedono il nostro Paese in linea con i target richiesti, con un calo delle emissioni del 6,5%. Un risultato ottenuto soprattutto grazie all'ultimo quinquennio, tra il 2005 e il 2011, e che però rappresenta solo il primo passo sulla strada indicata anche dall'Unione Europea, la quale punta a una riduzione del 20% entro il 2020. Italia virtuosa, dunque? Sì e no.
Sì, perché dopo un avvio pessimo abbiamo raggiunto gli obiettivi prestabiliti; no, perché il merito non è tutto nostro. L'abbattimento delle emissioni, infatti, è principalmente dovuto alla crisi economica che ha ridotto la produzione industriale e, di conseguenza, le emissioni tossiche.
Intesa sul clima a Durban, per ambientalisti tempi troppo lunghiDurban, (TMNews) - Una svolta epocale secondo l'Unione europea, una "timida intesa" con tempi troppo lunghi per associazioni ambientaliste come il Wwf, un passo importante per altre come Legambiente.
L'accordo raggiunto a Durban, in Sudafrica, alla Conferenza mondiale sul clima dell'Onu divide. Per i protagonisti delle due settimane di negoziati resta il successo di aver trovato un'intesa sulla road map dopo ore di negoziati bloccati che hanno fatto temere il fallimento del vertice. L'intesa stabilisce l'adPromesse future. Se il passato è positivo, il futuro è molto dubbio.
Da Durban, infatti, non è uscita alcuna certezza riguardo alle politiche mondiali per combattere l'inquinamento e contrastare il cambiamento climatico.
Dodici giorni di discussioni, scontri, promesse, ma alla fine l'accordo firmato dagli Stati presenti a Durban è — a detta dello stesso ministro degli Esteri sudafricano, Maite Nkoana-Mashabane, "imperfetto". Non un fallimento come il passato vertice di Copenaghen, ma non certo il successo che gli ottimisti paventavano prima che iniziasse la conferenza. Da Durban, infatti, esce un accordo ponte, in teoria legalmente vincolante, ma pur sempre incerto.
E, come sempre, a mettere i bastoni tra le ruote a un accordo sono state le due superpotenze: Cina da un lato, Usa dall'altro. Ma cosa si è deciso?
Kyoto non muore. Europa, Norvegia, Svizzera e Australia hanno firmato un documento che rinnova fino al 2015 le regole stabilite nel 1997 a Kyoto e si sono impegnate ad abbassare ulteriormente le emissioni di gas serra, chiedendo anche agli altri Stati di adeguarsi alle regole fissate a Kyoto.
Questa è dunque la notizia positiva uscita da Durban, ma essa non basta. Kyoto, infatti, è insufficiente a combattere realmente il surriscaldamento del globo e a ridurre drasticamente le emissioni di gas tossici nel pianeta.
E da Durban è uscita solo una promessa, una "road map" che preveda un nuovo accordo entro il 2015 e che diventi operativo nel 2020. Insomma, si sposta il problema di un altro decennio e non si fissano paletti vincolanti per il futuro prossimo, senza garanzie.
E il divario tra Europa, Usa e Cina si fa sempre più ampio.
Si riuscirà a ricucire lo strappo nei prossimi anni, o nel 2015 ci si ritroverà nella stessa posizione di oggi?















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