L'Antartide a piedi, sulle ali del ventoÂ
Si è conclusa l'impresa epica di tre alpinisti baschiÂ
di Enrico Martinet*
Sono in tenda e aspettano un piccolo bimotore che supererà le acque impossibili di Capo Horn per approdare a Punta Arenas.
Il volo del ritorno a casa dei tre alpinisti baschi che hanno attraversato a piedi l’Antartide, dal Pacifico all’Atlantico. Bloccati dall’estate australe con punte di 45 gradi sottozero e dal volo di linea che dal Cile raggiunge l’Europa.Grandi alpinisti e ora esploratori dei ghiacci, Alberto Iñurrategi, Juan Vallejo e Mikel Zabalza, sono nel «porto» della base Baia Hercules, la più vicina alla Terra del Fuoco, punta estrema dell’America del Sud flagellata da oceani e venti. Il ritorno in patria sarà per dopo domani.
Con gli sci e sospinti da piccole quanto resistenti vele, hanno disegnato una «L» sul continente più freddo del pianeta: 3400 chilometri in 55 giorni passando per l’immenso altipiano antartico e il Polo Sud. Si sono trascinati dietro slitte che alla partenza pesavano 170 chilogrammi, scocche resistenti di lega leggera.
Ma spesso hanno dovuto togliere gli sci e per giorni interi hanno dovuto rinunciare a uscire dalle loro tende per il vento contrario «che non ci lasciava neppure restare in piedi».
Per quasi una settimana si sono infilati in una bonaccia imprevista e hanno tirato le slitte senza poter usare le vele legate a cavi lunghi e sottili, aquiloni che riescono a catturare il vento fino a 80 metri da terra. Ma le correnti erano sempre più alte.
Non era cominciata bene la loro «grande avventura». Dopo cinque giorni, con un vento leggero e un sole alto sull’orizzonte che non aveva ostacoli di nubi, un crepaccio si è aperto poco dopo il passaggio sugli sci di Juan Vallejo.
La voragine profonda 30 metri si è ingoiata la slitta e Juan ha rischiato. Il bordo della scocca era legato alla sua vita e quei 170 chilogrammi rischiavano di trascinarlo. Ma i suoi due compagni hanno fatto dietrofront in tempo per evitare che «Trasantartika 2011» finisse quel giorno, il 21 di novembre.
Collegati al «Basque team» di cui fanno parte, hanno inviato via Internet il loro «diario di bordo» con un intervallo di due giorni grazie all’energia solare. Su quel deserto candido, di improvvise dune ripide, hanno faticato più del previsto.
Tanto da abbandonare il loro progetto parallelo di salire in vetta alle montagne che incontravano sull’altipiano a oltre 200 metri di altitudine. Variazioni sul tema destinate a steccare per l’enorme fatica e per il timore che i venti girassero e potesse così sfumare «l’obiettivo primario- spiega Vallejo di raggiungere la base Hercules».
Partiti il 16 novembre dalla base russa Novolazarevskaja dove il continente di roccia e ghiaccio si affaccia sul Pacifico della Nuova Zelanda, il 29 dicembre alzavano gli sci al Polo Sud, dopo 2230 chilometri.
Lì c’è la base americana Amundsen-Scott, un po’ di respiro, un rientro in società , seppur minimale e ai confini del mondo. Iñurrategi, Vallejo e Zabalza commossi, dicono al loro corrispondente in patria: «Sono passati cento anni e 12 giorni da quando piantò i piedi qui Amundsen». Lui era l’esploratore dell’ignoto, loro epigoni meglio equipaggiati, soprattutto vicini, almeno via etere, alle loro famiglie.
I tre alpinisti baschi sono poi ripartiti dopo un giorno di vacanza per l’ultima tappa: 1160 chilometri inseguendo una linea immaginaria che mira la Patagonia, terra di miti, leggende e alpinisti. Il vento li ha aiutati, sono stati parecchi i giorni in cui sono riusciti a superare anche i 100 chilometri nelle 24 ore. «Ma è stata dura fino all’ultimo giorno, anzi all’ultima ora, perfino quando già vedevamo la base Hercules», sospira Vallejo.
La loro esperienza della scorsa primavera, con la traversata della Groenlandia non li ha aiutati come pensavano. Vallejo: «Il ghiaccio del Polo Sud è altra cosa. Abbiamo dovuto affrontare le incredibili increspature della superficie, scanalature profonde, incrociate e massacranti per le nostre gambe. Un supplizio. Ma siamo qui. Avventura dura, durissima, dal primo all’ultimo giorno, ma che immensa soddisfazione».
*www.lastampa.it















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