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Gli uomini di Obama

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Persone - Discendenti di italiani all'estero
Scritto da Eleonora   
Lunedì 26 Novembre 2012 21:53
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Jim Messina: l'uomo che sta dietro Obama

di Filippo Panza*

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Nel caso di Barack Obama, appena rieletto presidente degli Stati Uniti d’America per altri quattro anni, probabilmente è vero.

Basti pensare allo charme e alle capacità comunicative della moglie Michelle.

Ma per il 44esimo presidente degli Stati Uniti, primo afro-americano a entrare nello Studio Ovale, bisogna aggiungere una postilla al famoso detto…dietro un grande uomo ci può essere un altro grande uomo.

La vittoria di Obama, ottenuta con il 50 per cento dei voti popolari contro il 48 dell’avversario repubblicano Mitt Romney, infatti, è merito anche e soprattutto delle capacità di Jim Messina, capo della sua campagna elettorale.

Non è un caso che la prima immagine a comparire sul sito della Casa Bianca, dopo l’Election night, è stata quella del caloroso abbraccio tra Obama e l’elemento chiave del suo staff.

Un gesto che ricorda da vicino le tenere effusioni con la moglie Michelle, protagonista anche nel discorso del presidente al quartier generale di Chicago subito dopo la rielezione.

E non può essere un caso nemmeno il fatto che il capo della campagna elettorale di Obama sia stato definito “la persona più potente di cui non avete mai sentito parlare”.

Ma chi è Jim Messina?

Quarantatre anni, alto, sottili capelli biondi, viso da ragazzino, aria mite, sorriso un po’ sbilenco.

Indossa spesso pantaloni beige e una camicia azzurra.

Se l’identikit non vi sembra di prim’ordine, provate a vedere il curriculum di quest’uomo dal cognome di origini siciliane.

Nato nel 1969 a Denver, in Colorado, proprio uno degli Stati in bilico più importanti, insieme all’Ohio e alla Virginia, dove Obama ha prevalso su Romney, Messina ha avuto un’infanzia difficile.

Suo padre ha lasciato la famiglia quando Jim era solo un bambino.

Così la madre ha dovuto fare i salti mortali per farlo crescere e pagare l’affitto della loro casa dopo il trasferimento in Idaho.

Aver conosciuto la povertà non gli ha impedito di coltivare la passione per la politica sin da giovane.

Dopo il diploma al Liceo di Boise, infatti, era ancora uno studente presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università del Montana, non certo un ateneo a stelle e strisce tra i più prestigiosi, quando nel 1993 ha gestito la campagna elettorale di Dan Kemmis per la carica di sindaco di Missoula.

E fu subito un successo, il primo di una lunga serie, ancora ininterrotta.

La grande occasione per Messina, infatti, arrivò due anni dopo, nel 1995, quando andò a lavorare per Max Baucus, il senatore degli Stati Uniti proprio per il Montana. E oggi Baucus è il più potente democratico di quello Stato e il suo più longevo senatore degli Usa.

Negli anni di frequentazione al Senato americano, Messina ha conosciuto e si è fatto apprezzare da molti personaggi influenti.

Tra questi il più decisivo per l’ascesa della sua carriera è stato senza dubbio Rahm Emanuel, uno dei politici più brillanti e temuti d’America ed ex capo di gabinetto della Casa Bianca.

Essere il braccio destro di Emanuel è stato per Jim il trampolino di lancio che nel 2008 lo ha portato nello staff di Obama con incarichi di tutto rispetto.

Messina, infatti, è stato il capo dello staff del presidente fino al 2011.

Quindi, quando i giochi per la rielezione hanno cominciato a farsi duri, è diventato il capo della campagna elettorale.

Seppure abbia mantenuto un profilo più basso di David Axelrod, il guru della comunicazione di Obama, e di David Plouffe, probabilmente il più influente dei consiglieri del presidente, è stato il vero cervello di tutte le operazioni strategiche che hanno portato alla rielezione.

Non a caso lo stesso Plouffe ha dovuto ammettere che “Jim ha capito che questa campagna è una sfida diversa.

Lui sa che non si può semplicemente tornare indietro sul cavallo e guidarla lungo il sentiero stesso”.

Il lavoro messo in campo durante i mesi precedenti all’Election Day del 6 Novembre è stato impostato con chiarezza da Messina sin dall’inizio.

Si narra, infatti, che quando Obama gli ha chiesto di guidare la campagna elettorale, il futuro manager abbia risposto: “Deve capire che non sarà come nel 2008”.

Dotato di oculatezza tanto politica quanto organizzativa, ha portato avanti un’azione a metà strada tra il passato e il futuro.

Se, infatti, da un lato si dice che meticolosamente abbia letto tutti i libri editi negli ultimi 100 anni sulla storia delle campagne elettorali americane, dall’altro ha puntato fortemente sulle reti sociali e sui mezzi tecnologici per conquistare sempre maggiore consenso.

E così anche a dispetto di mezzi economici inferiori rispetto al repubblicano Romney, Obama è riuscito a raggiungere direttamente molti possibili elettori, soprattutto quelli che potevano essere decisivi in una competizione sempre sul filo del rasoio
Per prepararsi al meglio Messina ha cercato di imparare da Steve Jobs, il defunto fondatore della Apple, la strategia per gli smartphone, da Eric Schmidt, ceo di Google, l’efficacia della tecnologia applicata alla comunicazione, dal regista Steven Spielberg la capacità di catturare l’attenzione con le immagini e da Anna Wintour, famoso direttore di Vogue America e una delle donne più influenti degli Usa, come rendere Obama un marchio di successo.

In un gioco che spesso è stato sporco e ha superato il limite della decenza, Messina si è sottoposto anche a numerose critiche.

In particolare i suoi detrattori non hanno apprezzato la sua decisione di impostare da subito la campagna elettorale di Obama più sugli attacchi a Romney che sulla visione politica del neoeletto presidente a stelle e strisce.

Investire immediatamente il 20 per cento dei fondi del candidato democratico per attaccare sin dall’estate l’avversario democratico sul suo discutibile passato da uomo d’affari è stato un rischio.

Obama, se la scelta non avesse colto nel segno dell’opinione pubblica americana, sarebbe rimasto a corto di denaro per la fase finale e più cruciale della campagna.

Invece non è stato così.

Emblematico lo spot estivo in cui Romney cantava stonando America the Beautiful, e una voce commentava: “Mitt Romney ha trasferito posti di lavoro in Cina e Messico, ha depositato milioni in una banca svizzera, ha investito in paradisi fiscali come le Bermuda e le Cayman Island. Mitt Romney non è la soluzione, è il problema”.

Una strategia vincente non può basarsi solo sulla tecnologia, anche nel 2012.

E così Messina, insieme agi altri componenti dello staff presidenziale, ha messo in campo un capillare lavoro di persuasione e mobilitazione diretta degli elettori.

I dati sui consumatori e i messaggi specifici per ogni tipo di famiglia e individuo, frutto della capacità di migliaia di volontari di andare nei luoghi più impensabili, perfino nelle barberie e nei saloni di bellezza, sono stati decisivi per la cavalcata vincente di Obama.

Nessuna meraviglia, allora, che il primo presidente nero nella storia degli Usa, appena rieletto, abbia definito i suoi uomini la “migliore squadra nella storia della politica”.

Mentre Jim Messina, David Axelrod, David Plouffe, Robert Gibbs, Jon Favreau, Ben Rhodes gongolavano orgogliosi, Barack aggiungeva: “Qualunque cosa farete, ovunque andiate, porterete con voi il ricordo della Storia che abbiamo fatto insieme e la stima eterna di un presidente grato. Grazie per averci creduto sempre”.

E per Jim, l’artefice principale della rielezione, potrebbero aprirsi altre porte nelle stanze del potere.

*www.yahoo.com

Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Novembre 2012 21:54
 

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