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Federico Caffè

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Persone - People
Scritto da Elisabetta Mancinelli   
Venerdì 27 Aprile 2012 23:25
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Federico Caffè

Maestro di economia e di vita, nasce a Pescara il 6 gennaio 1914.

di Elisabetta Mancinelli

Nella pagina dedicata ai personaggi illustri della città ci occuperemo questa volta di Federico Caffè grande maestro di economia e di vita, uomo di cultura ed intellettuale di grande spessore morale che ha posto sempre alla base del suo pensiero il disprezzo per lo sfruttamento degli emarginati e delle categorie più deboli.

La sua visione economica non era infatti di tipo elitario ma attenta alle vicende della gente comune che produce e risparmia, alle fasce più deboli della società.

Ma Caffè va ricordato soprattutto per aver lasciato ai giovani, fra i tanti insegnamenti, quello che la ricerca della conoscenza deve essere svincolata da ogni interesse di parte.

Sulla sua data di nascita una volta scherzò sopra dicendo: la Befana mi ha lasciato in una calza, ma era piccola, piccola.

Il professore fisicamente non era un gigante: arrivava a malapena al metro e mezzo.

Ma non ha mai dato segni di soffrire per la sua altezza.

Anzi, a volte ci scherzava: al bar quando gli offrivamo un caffè, specificava "corto" o "ristretto".

Il padre uomo pratico, privo di titoli di studio, faceva l’assistente capo-merci delle Ferrovie dello Stato e fu il primo Caffè a pagare in maniera pesante le sfortune economiche che si erano abbattute una generazione prima su quella che era stata una famiglia di un certo rango.

Suo padre, il nonno Federico, aveva posseduto una villa settecentesca nella parte storica di Pescara e una dimora signorile estiva in collina.

Suo nonno si vantava della propria origine, anche se ormai aveva perduto tutto ed era sommerso dai debiti accumulati oltre che da lui stesso anche dai suoi avi.

Avrebbe voluto fare il medico ma, dopo la licenza liceale fu costretto ad impiegarsi nelle Ferrovie dello Stato nelle quali farà poi entrare anche il figlio, il padre di Federico.

Il crollo era sopravvenuto per cattiva amministrazione: avevano preteso troppo dalle

proprie rendite vivendo di padre in figlio soltanto di esse.

Dalla ricchezza all’indigenza, i remoti splendori furono sempre soprattutto motivo di sorriso, tanto non restava più niente se non la casa in collina che il nonno era riuscito a proteggere dai creditori.

Una Costanzella Caffè viene così ricordata in una delle “Novelle della Pescara” di Gabriele D’annunzio: La contessa di Amalfi: “ Costanzella Caffè la più agile e la più infaticabile fra le danzatrici e la più bionda, volava da un’estremità all’altra in un baleno…” Costanzella era una zia del bisnonno di Federico.

In casa nessuno lo chiamava Federico, sino alla fine lo chiameranno Vinicio, come a rimarcare una volta di più la differenza tra il Caffè professore e uomo pubblico e il Caffè delle mura domestiche.

Lo chiamavano Vinicio perché il nonno paterno Federico, quando lui nacque, pur mostrandosi soddisfatto che gli avessero dato il suo nome, disse in maniera secca che non era affatto morto, allora la madre, per rispetto verso il suocero, cominciò a chiamarlo con il suo secondo nome, perché di Federico doveva essercene uno solo.

La madre, donna creativa ed estrosa “quasi geniale” secondo il figlio, arrotondava le entrate ricamando, anzi dirigendo un vero e proprio laboratorio di ricamo nel quale lavoravano parecchie ragazze.

Per la madre Caffè nutrirà un’autentica venerazione, così come lei ne nutrirà per questo figlio insopportabilmente piccolo, ma indubbiamente geniale, una sorta di orgogliosa predilezione, convinta di essere stata risarcita dalla vita attraverso di lui, di quello insoddisfatto bisogno di cultura che si portava dentro da sempre.

Ma, comunque se la cavassero economicamente, le porte della casa si spalancarono subito all’arrivo di una ragazzina raccomandata dal parroco Giulia che diverrà l’angelo custode della famiglia.

Crebbe Mariannina la primogenita, Vinicio e Alfonso l’ultimogenito.

Fu una seconda madre più che una “tata”, che morirà vecchissima assistita con grande amore e pazienza da Federico.

Sin dalla prima giovinezza Vinicio mostrò una natura orgogliosa e severa; a dieci anni la madre già gli affidava missioni da adulto: un giorno lo mandò a trattare la locazione di un appartamento: “ Vedrai che te la caverai benissimo” gli disse dopo avergli dato le necessarie istruzioni.

Il piccolo spiegò infatti alla proprietaria: i limiti insuperabili dell’eventuale affitto, la composizione della propria famiglia, le reciproche convenienze a stipulare quel contratto.

La locatrice ne rimase talmente incantata da accettare in blocco tutte le sue  condizioni.

Avrebbe voluto suonare il violino e fu lui stesso, ancora molto piccolo, a chiedere alla madre di ricevere lezioni private che gli consentissero di imparare il suo strumento preferito.

Se ne era innamorato frequentando la sala cinematografica dello zio Antonio Di Silvestro che in Italia è stato uno dei pionieri dei fratelli Lumière.

Mariannina a proposito di quel periodo ricorda che lei e Vinicio erano stregati dal cinema e dalla sala che riempiva la vita di entrambi ma soprattutto di Vinicio che dedicò parecchio tempo all’Excelsior staccando i biglietti al botteghino e tenendo a sera la contabilità. Frequentava regolarmente la sala Michetti: minuto di statura col pizzetto accompagnato da Annunziata sua moglie donna altissima.

Ogni volta che poteva il ragazzo vi si recava per i film certo, ma anche per ascoltare

l’anziano violinista che sembrava facesse volare l’archetto sulle corde del suo strumento.

Era capace di starlo a guardare con ammirazione per ore, tanto che un giorno il musicista gli chiese, se gli piaceva così tanto il violino, perché non lo diceva a sua madre, anzi che l’indomani sarebbe andato lui a chiederglielo.

Così fece.

Il giovane Vinicio, dopo un paio d’anni di studio, però fu costretto a smettere in quanto la madre, preoccupata per la sua gracilità, si era rivolta ad un medico che le aveva suggerito di non sovraccaricare il figlio.

Fu il padre a comunicargli la sentenza dicendogli che la vita non era un gioco e che gli studi di ragioneria gli avrebbero permesso sbocchi professionali futuri e soprattutto un reddito.

Pescara allora si poteva racchiudere in un guscio di noce: compatta , visibile in ogni sua parte col porto dei pescherecci, i villini distanziati sul lungomare, la linea curva del Bagno borbonico.

Dalle finestre della casa della nonna materna, che abitava a Colle di Mezzo, Vinicio (lo ha raccontato lui stesso a Nadia Tarantini, autrice di un suo ritratto) girando lo sguardo” poteva godersi tutta la cornice di mezza costa da Colle Telegrafo a Colle Innamorati”.

Dopo le elementari Mariannina e Vinicio furono iscritti all’Istituto Tecnico “Tito Acerbo”; una necessità dato che, a quei tempi a Pescara non esisteva altro tipo di scuola, il Liceo sarà istituito soltanto nel 1930.

Caffè divenne dunque economista suo malgrado, visto che prima la musica e poi gli studi umanistici, che avrebbe preferito, gli furono interdetti.

Ma al “Tito Acerbo” in quegli anni non si studiava soltanto ragioneria: si respirava un’atmosfera culturale diversa grazie al preside il prof. fiorentino Ugo Fazzini che incitava alla lettura e organizzava concerti di musica classica nell’aula magna che erano di stimolo per studenti e genitori.

A scuola la sua intelligenza e preparazione gli valsero ben presto una rispettosa popolarità: i compagni non facevano niente che lui non volesse.

Quando Vinicio sostenne la prova di maturità il commissario d’esame, arrivato a Pescara da un’altra città, rimase fortemente impressionato dalla sua maturità e preparazione.

Gli chiese allora quale Università avesse deciso di frequentare ma lui rispose “Non credo che andrò all’Università: ho bisogno di lavorare.”

Il commissario incredulo si presentò di persona alla Stazione di Pescara per parlare con papà Caffè : caschi il mondo il suo ragazzo deve continuare a studiare.

La questione fu risolta la sera stessa da sua madre che confessò di essere già in trattativa per la vendita di un piccolo terreno che aveva conservato proprio a questo scopo.

E Federico partì per Roma giurando in cuor suo di riacquistare la proprietà al più presto il che (testimonia Giovanna la nipote figlia di Mariannina) avvenne pochi anni dopo.

Si laureò nel 1936 con lode in Scienze Economiche e Commerciali e dal 1939 fu assistente volontario alla cattedra di politica economica e finanziaria.

Dopo un periodo di servizio militare nel 1945 fu consulente del Ministro della Ricostruzione M. Ruini durante il governo Parri.

Nell’anno 1946-1947 vinse una borsa di studio presso la London School of Economics. Tornato in Italia, ebbe incarichi in varie università: Bologna, Messina, Roma.

Visse solo pur compiendo frequenti viaggi e lunghi soggiorni a Pescara fino al 1959 quando diventò professore ordinario di Politica economica.

Prese allora in casa la “tata”

Giulia, la madre rimasta vedova e Piero, figlio di Mariannina, che aveva gravi problemi di salute.

Si era infatti ammalato per ragioni oscure forse per un danno avvenuto alla

nascita prodotto dal forcipe.

Morirà all’età di tredici anni.

Il ragazzo rimase a casa dello zio pochi anni durante i quali lui fece tutto quello che era umanamente possibile per alleviare le sue sofferenze con grande cura e dedizione.

Racconta Giovanna la nipote, che era un uomo dolcissimo e che la sua brillante

conversazione riempiva di allegria e intelligenza le loro domeniche e i giorni festivi

quando venivano da Pescara gli zii.

Ricorda anche la dedizione all'insegnamento, alla ricerca e ai giovani, ai poveri e agli emarginati, ma e soprattutto la sua umanità, dalla quale discendevano gli altri aspetti del suo carattere e la sua condotta, sia nel suo luogo di lavoro, l'università, che nella società.

Era questa umanità coerente che lo portava ad interpretare la professione di pubblico impiegato nel modo più pieno e attivo, con orari che egli definiva "da metalmeccanico".

Occupò la cattedra di Politica economica e finanziaria dell' Università “La Sapienza di Roma, dove rimase fino al compimento dei 73 anni.

LA POLITICA ECONOMICA

Federico Caffè, a volte definito "riformista radicale", era di formazione keynesiana e fece sempre una coerente opposizione all'ondata liberista e monetarista che dominava la scena all'inizio degli anni '90.

La sua concezione economica è in netto contrasto con la cosiddetta "cultura dell'imprenditoria" thatcheriana e reaganiana degli anni '80.

Sostenitore della centralità dello Stato Sociale, quindi convinto che le sue disfunzioni dipendano solo dal malcostume del clientelismo, riteneva che l'economia ha il dovere di risolvere le condizioni di vita dei più deboli favorendo l'assottigliamento delle disuguaglianze.

Caffè era un liberale ma riteneva che il partito liberale avrebbe potuto essere lo strumento migliore di progresso solo con una guida forte e il programma giusto.

Era un liberale aristocratico e progressista come il Keynes di cui colse gli elementi di novità.

Di lui amava ricordare che: “presto o tardi sono le idee e non gli interessi costituiti che sono pericolose sia in bene che in male”

Ma fu un liberale che scriveva soltanto su un quotidiano comunista.

Una spiegazione probabile è che Caffè vedeva nel "Manifesto" l'unico giornale, il cui direttore non poteva imporgli di scrivere, non poteva rampognarlo per quanto avrebbe scritto, e non poteva pagarlo: la condizione ideale per un uomo libero e soprattutto per mantenere una assoluta indipendenza di giudizio.

Egli era contro il mercato fine a se stesso, contro la dottrina che affida alla cosiddetta “mano invisibile” il governo del mondo.

Ma la sua battaglia più dura fu contro il mercato finanziario.

E’ memorabile la sua definizione della “ borsa” che egli considera “un gioco spregiudicato che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori..”.

Ma egli fu anche un uomo delle grandi istituzioni dello Stato alla cui funzioni credette fermamente, è noto a questo proposito il suo legame con la Banca d’Italia.

Significativo il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi: “… nella relazione annuale ..era sempre presente, seduto in silenzio, Federico Caffè.

I suoi interventi erano i più misurati… la sua presenza era utilissima, perché spesso gli animi si scaldavano e quando c’erano contrasti o critiche, contraddizioni molto forti, Caffè, con la sua matitina, vergava sul margine delle bozze la soluzione che accontentava tutti.

Era un forte elemento di moderazione anche linguistica, proprio lui che veniva considerato di sinistra…”

FEDERICO CAFFE’ E IL MISTERO DELLA SUA SCOMPARSA

La notte tra il 14 aprile e il 15 aprile 1987, a 73 anni, Federico Caffè uscì in punta di piedi dalla sua casa romana di via Cadiolo 42, a Monte Mario e fece perdere ogni traccia.

Il giallo della sua scomparsa iniziò a un'ora imprecisata ma avvenne all'insegna dell'ordine e della disciplina che aveva caratterizzato tutta la sua vita: indossò pantaloni grigi, giacca scura e leggero soprabito blu, tipico di certe nottate primaverili romane; sul tavolo lasciò in bella vista orologio, passaporto, libretto degli assegni, portafoglio, chiavi di casa, quasi avesse voluto operare una cesura con la sua identità precedente di studioso e di uomo.

Si chiuse alle spalle la porta di quella stanzetta ammobiliata dell'indispensabile, senza neppure quadri alle pareti, al di fuori della riproduzione di un crocefisso di Giotto.

E scivolò all'esterno come un'ombra, senza che nessuno lo notasse.

C'erano i netturbini ad affaccendarsi per le strade, una nuova alba si preparava a sorgere su Roma.

Solo intorno alle sette il fratello Alfonso notò il letto vuoto, mai pensando che da quel 15 aprile lo sarebbe rimasto per sempre.

Amici e conoscenti li chiamavano "i due Caffè" con l'affetto e la simpatia che si può avere per due fratelli che sin da giovani avevano deciso di non sposarsi, vivendo sotto lo stesso tetto e dividendo per decenni, abitudini, discussioni, progetti.

La sorella che viveva a Pescara e i loro nipoti più volte avevano insistito affinché si trasferissero sull'Adriatico o quantomeno andassero a trascorrere molti dei loro mesi al mare.

D'altronde Federico Caffè non aveva più i suoi impegni fissi all'Università.

E anche Alfonso aveva lasciato l' Istituto "Massimo" dei Gesuiti dov'era stato professore di lettere.

Ma i due non riuscivano a immaginarsi lontani da Roma.

Ed erano rimasti nella capitale nonostante continuassero a fare una vita molto appartata. Insieme avevano visto morire l'ormai anzianissima madre.

Insieme avevano accompagnato all'ultima dimora anche la tenera “tata” Giulia.

Logico pensare che "i due Caffè", persone distinte e perbene, si sarebbero fatti compagnia sino alla fine dei loro giorni.

Invece, quel 15 aprile del 1987, ecco quel letto vuoto.

"Era lucidissimo, ma chiaramente in preda alla depressione", disse qualcuno.

Per il Professore la lontananza dalle aule universitarie, la tanto sospirata pensione non era diventata "l'agognato riposo di una vita di lavoro" ma era vissuta quasi come un esilio.

Ad aggravare certi suoi stati d'animo la tragica perdita in un paio d'anni di tre discepoli: Ezio Tarantelli massacrato dalle Brigate Rosse, Fausto Vicarelli morto in un incidente stradale e Franco Franciosi in un lettino d'ospedale, ucciso dal cancro. Erano i tre discepoli che stravedevano per la sensibilità, la preparazione e la cultura del Professore.

E il Professore li ripagava con uguale stima e amore.

Ma il sentirsi sempre più solo, con quel suo unico fratello che adorava e da cui era adorato, poteva valere quella scomparsa all'improvviso?

Chi però avrebbe potuto dirsi sicuro che la decisione fosse davvero maturata senza che nulla la preannunciasse?

Quando, quattro giorni prima della sua scomparsa, il discorso era caduto sul suicidio dello scrittore Primo Levi (gettatosi si pensa dalla tromba delle scale) si racconta che Caffè se ne sarebbe uscito con questa frase: "Che gran brutta maniera di uccidersi. Che spettacolo straziante farsi trovare così dai parenti".

Un indizio da far sospettare che anche l'economista pensasse al suicidio, ma in un modo meno clamoroso e meno pubblico.

Comunque la sua silenziosa scomparsa e la mancanza del cadavere non poteva che alimentare ipotesi e congetture.

Il "caso Caffè" entrava tra "i misteri d'Italia. Bruno Amoroso, nel suo libro : “La stanza rossa” ripercorre l´avventura intellettuale ed esistenziale del suo maestro e ne rivela le tensioni profonde, gettando una luce inedita sulla sua scelta finale.

Non è un caso che Caffè fosse rimasto colpito dalla fuga di Tolstoj.

L’economista, che per tutto il libro racconta in prima persona, giudicava positivamente

l´usanza degli indiani vecchi di andarsene a morire lontano dalla tribù o degli anziani

eschimesi di allontanarsi verso nord scomparendo tra i ghiacci .

Il ritratto di Caffè che emerge dalle pagine di questo libro, dalle numerose lettere inedite del maestro all´allievo e amico, è quello di uno studioso attento alla vita quotidiana della gente, che preferiva fare in autobus il tragitto fra l´abitazione e l´università per poter osservare la varia umanità che l´autobus inglobava al suo interno.

Sono davvero toccanti le pagine in cui Amoroso racconta la simpatia di Caffè ‹‹per quelle migliaia di persone di cui non si parla mai, delle quali si sa poco o nulla›› e che il grande economista osservava con occhio attento e con partecipe simpatia.

L´autobus era per lui il punto d´osservazione per studiare il mutamento dell´Italia degli anni del boom economico.

È sorprendente questo cattedratico che preferisce le escursioni domenicali nelle borgate romane agli incontri accademici e che è cosciente del “ghetto di privilegi” in cui vivono gli intellettuali.

Anche Ermanno Rea, napoletano giornalista che ebbe a vivere vent'anni fa la strage di piazza Fontana e la morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, con stile scrupoloso e paziente ha ricostruito l'ultimo periodo della vita di Caffè nel suo libro “L’ultima lezione”.

Non è una biografia ma la storia di un caso umano, di un grande economista diventato un "uomo guardingo", nel senso che si serviva della riservatezza, e della naturale timidezza, "come di uno schermo dietro il quale nascondersi".

Quando fuggì, era anche "fisicamente debilitato", per cui non appariva in grado di affrontare lunghi percorsi; d'altronde nessun taxi andò a prelevarlo, nessun conducente di autobus lo ricorda.

Caffè si sentiva comunque un uomo solo: "Diceva: ecco, guarda come tutto finisce...

Oppure: ma perché la sorte si è accanita contro di loro, così giovani, e non contro di me, così vecchio e malandato?" ››.

Il libro è scritto come un giallo: perché Caffè scomparve e che cosa accadde di lui?.

L'ipotesi del suicidio è stata tacitamente accettata dalla maggior parte delle persone che conoscevano l'economista, ma Rea prende anche in considerazione la possibilità che Caffè abbia scelto la segregazione tra le mura di un convento.

Il sottosegretario della congregazione che si occupa degli istituti "di vita consacrata" da lui interpellato, ha spiegato, infatti, che la Chiesa è disponibile a dare protezione a chi desidera isolarsi dal mondo, entrando come laico in una comunità di monaci o di eremiti: "E’ certo che nessuno saprà più niente di lui".

La vicenda di Caffè è stata avvicinata a quella del fisico nucleare Ettore Maiorana anche lui misteriosamente scomparso (si imbarcò da Napoli la sera del 25 marzo 1938 e non arrivò mai a Palermo) e anche per lui si ipotizza che abbia scelto di rifugiarsi in un convento. Questo evento viene trattato da Sciascia nel suo libro: “La scomparsa di Ettore Majorana”. Caffè amava Sciascia e, fatto curioso, sembra che dalla libreria del professore mancasse proprio quel libro”.

La vicenda Di Federico Caffè e della sua misteriosa scomparsa è stata raccontata anche nel film di Francesco Rosi, “L’ultima lezione” liberamente tratto dal libro omonimo di Ermanno Rea.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli: email l0347@hotmail.com

I documenti sono tratti da “L’ultima lezione” di Ermanno Rea, “Federico Caffè” a cura di Nicola Mattoscio e Silvestro Profico, “La stanza rossa “

Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Ottobre 2014 17:24
 

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