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Friuli Venezia Giulia
Ugo Pellis PDF Stampa E-mail
Regioni - Friuli Venezia Giulia
Scritto da Florinda   
Giovedì 27 Agosto 2009 07:35

Ugo Pellis, linguista e fotografo a dorso di mulo 

In mostra volti e luoghi dei viaggi nella Sardegna degli Anni Trenta 

E’ davvero incredibile che d’un fotografo-pioniere come Ugo Pellis, attivo sin dagli Anni 30 e noto solo ai più raffinati intenditori di primizie, ci si sia occupati così poco, e da un paio d’anni soltanto, in vista della folgorante retrospettiva minima «Uomini & Cose» (catalogo Giunti) che prima ha toccato Udine, ora a Lugano, sino a settembre, quindi, ragionevolmente, a Cagliari, nel Ghetto degli Ebrei.

E non stupisce che a Lugano l’artista, chiamiamolo pure così, interessi il Museo antropologico delle Culture: perché Pellis, ideatore e estensore del monumentale Atlante Linguistico Italiano, è stato un grande e non meno pionieristico filologo romanzo, con propensione alla nascente dialettologia, agli scarti fonetici nelle varie zone linguistiche.

È vero del resto che Pellis, nato povero, studi quasi seminariali grazie al prevosto di paese, a Gorizia, che allora stava sotto la giurisdizione della Corona Austroungarica (ma lui fu irridentista e scapestrato: al punto d’esser esentato dalla vita militare), è tutto di cultura germanica e filologica.

Studia a Innsbruck e Vienna, è in contatto con i maggiori studiosi internazionali e dunque impregnato della stessa cultura che ritroviamo in Warburg. Solo che Warburg pensava alle immagini e agli archetipi dell’iconologia, Pellis guarda invece alle parole-cose, come a idoli frettolosi e catturabili, da inseguire come insetti rari, per poi inserirli nelle sue gabbie scientifiche (e questo è molto importante, anche per capire la sua modernissima ed arcaica fotografia di rincalzo, petrosa e parlante, come un nuraghe ingessato nella polvere del tempo).

Positivista ma con misura, e molta autoironia. Per esempio, nutrito di cultura nazional-fascista, ma tutt’altro che littorio, scanzonato e libero, parte per la Sardegna, nel 1932 (sino al ’35, per sette consecutivi viaggi, anche di mesi: è l’argomento esclusivo della mostra) con una Balilla fiammante (o scalcinata, dirà qualcuno) che comunque gli è stata regalata dal Duce, per portare a termine quest’impresa eroico-rurale di documentare trionfalmente ogni angolo laborioso d’Italia.

In realtà è il ministro Casati che gli ha permesso di abbandonare l’onesto lavoro di professore di liceo, ben assolto per decenni, e d’iniziare il suo massacrante «immane ed imperiale» lavoro sul campo («nobilissimo ma gravissimo»), con la benedizione di un’auto di sostegno, più che di regime (pare davvero un fotogramma di Tornatore, talvolta, la sua vita).

Perfezionando il suo fortunato Questionario passe-par-tout, parole-chiavi e un innovativo sistema di trascrizione fonetica, per catturare le incredibili varianti della nostra lingua. Ma poi preferisce gettar via (non per motivi ideologici) la Balilla e proseguire a dorso di mulo, o a piedi, per essere più in sintonia con la terra che attraversa non da estraneo, inseguendo le corriere che attendono, per partire, l’unico postino trafelato, che macina chilometri al giorno, col borsone di pelle di capra sulla groppa.

Così, pur convinto di ritrovare in Sardegna le radici d’un «intatto mondo romano» («terra sacra, per la conservazione delle impronte di Roma»), di fronte alle esagerazioni littorie «e retoriche» d’altri colleghi, usa l’arma demolitoria dell’ironia: parla di «autosuggestione di studiosi che rileggono i propri appunti esaltandosi ed esagerando, snaturando la parola spontanea», mentre lui ci vede addirittura influenze zingaresche.

Letterato con qualcosa di pasoliniano (traduce Goethe in friulano, ama guazzare negli idiomi, che si vanno perdendo) invia precauzionalmente lettere a prevosti e sindaci, e campioni d’inchiesta, per giungere già accreditato e assicurato d’un utile «informatore», che gli permette d’infliggere il più naturalmente possibile («e ora alla caccia dell’uomo!») i suoi «attacca bottoni linguistici», mentre la gente lavora e lo tollera come uno strano animale.

«Avevo visto tante mole asinarie, ma una così primitiva non m’era ancora capitata sott’occhi. M’arrampicai per un muro. Due donne - le mugnaie - scapparono come se la mia Superb non fosse una macchina fotografica, ma Dio sa che arnese diabolico e micidiale».

Spesso la guardia di paese deve intervenire, per riportare alla sua graticola, come discoli scolari, i popolani più riottosi e impauriti, eppure Pellis non è il classico professore in ghette, si ricorda spesso d’essere uno di loro. È alla ricerca della pietra filosofale, dell’immagine primordiale, archetipica, delle parole come degli arnesi, in fondo non fa distinzione, per verificare come s’è formata la lingua-vita romanza: capace di sopportare «sgropponate» sfiancanti, per pinzare un aratro «alla romana» o una pronuncia inusuale. E poco a poco decide di fotografarli, questi reperti vivi densi di morte: prima le lastre, Kodak, Ica, la bifocale Superb, infine la pellicola. Oltre 2177 scatti unici. Le sue immagini straordinarie (anche Sanders è stato qualche anno prima di lui in Sardegna, ma con lui tutto è in posa) sono così aurate di mistero, di pudore dotto, di polvere della vita: le povere cose paiono persone, le rugose vecchie del luogo son asini pazienti, fasciati di stracci. Per non vedere l’inutile, omicida cammino rotondo delle macine. Non è lui che fotografa: è lo stesso genius loci a immolarsi.

Modernità e primordialità miscelati, nella mola dell’autentico. «La Superb colse in un vicolo un bel tipo incappucciato, che pare Mosè, che fa scaturire l’acqua dal granito di Urzulei». È la vita che risorge dalla pietra: fantasmatica, come la contadina che prilla, per mostrare il proprio costume. E gli oggetti stessi si fanno figure, specchi della nobile miseria e «dell’amarezza di vita». Ben altra cosa, dalla finzione rural-mussoliniana. La mola, «macchina primitiva, attraverso le parole vive, pittoriche, diventa umana: la schiava del grano». E Pellis parla proprio di pomo d’Adamo, di gargarozzo, di mammella: della pietra. Così come del pane della vita, «ostia luminosa dell’amara vita», citando il vicinissimo Satta: «lievito santo, come il germe chiuso nel grembo».

MARCO VALLORA – LA STAMPA

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Agosto 2009 07:58
 
Al via il Federalismo Contrattuale PDF Stampa E-mail
Regioni - Friuli Venezia Giulia
Scritto da Ketty   
Giovedì 23 Luglio 2009 22:59

E' stata sottoscritta oggi a livello nazionale da Confartigianato e dalle altre associazioni di categoria l'intesa attuativa degli accordi sul nuovo modello contrattuale firmati il 21 novembre 2008 e il 22 gennaio 2009.

L'intesa segna il definitivo superamento delle regole previste dal protocollo della politica dei redditi del 23 luglio 1993.

Lo annuncia, esprimendo soddisfazione, il presidente di Confartigianato del Friuli Venezia Giulia, Graziano Tilatti che spiega che i “rinnovi contrattuali verranno effettuati ora sulla base dell'Ipca, cioè di un indice previsionale depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati, costruito sulla base di un parametro europeo.

L'obiettivo è quello di mettere le imprese al riparo dagli incrementi degli oneri derivanti dalle impennate del costo dei prodotti energetici e, nel contempo, di migliorare i salari dei lavoratori, contenendo le spinte inflazionistiche.

L'accordo attuativo conferma -secondo Confartigianato Fvg- la contrattazione di secondo livello, valorizzando il livello regionale, che è l'unico deputato a erogare aumenti legati alla produttività.

In questo modo si aiuteranno i territori a distribuire ricchezza dove viene prodotta e a fronteggiare meglio le situazioni di crisi attraverso una contrattazione mirata.

Viene avviato un processo di forte semplificazione dei contratti esistenti che passano, fin dalla prossima tornata contrattuale, dagli attuali 16 a 9 aree contrattuali.

L'intesa è in linea con i principi della legge 2/2009 sulla riforma degli ammortizzatori sociali, che prevede un ruolo attivo degli Enti Bilaterali quale strumento per gestire aspetti importanti di welfare contrattuale, responsabilizzando imprese e lavoratori, per disegnare un modello sostenibile che possa spaziare dalla sanita' integrativa alla previdenza, dalla formazione continua al sostegno al reddito, facendo leva sul federalismo, sull?esperienza della bilateralità e sulla contrattazione decentrata.

Il nuovo modello contrattuale -sottolinea ancora Tilatti- è in grado di attuare finalmente il federalismo contrattuale e di valorizzare la bilateralità per costruire un nuovo welfareâ€. (AGI)

Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Luglio 2009 23:01
 
Francesco Carnelutti PDF Stampa E-mail
Regioni - Friuli Venezia Giulia
Scritto da Clio   
Venerdì 17 Luglio 2009 06:54
Avvocato. Nasce nel 1879 a Udine, e muore a Milano nel 1965. E’  stato forse il più famoso avvocato penale italiano di tutti i tempi e si e' prodotto in difese memorabili come quella del maresciallo fascista Rodolfo Graziani nel 1950, di Piero Piccioni nel processo Montesi del 1957 e di Giovanni Fenaroli nel 1961.
Ultimo aggiornamento Venerdì 17 Luglio 2009 08:44
 


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