Le chiavi virtuali si moltiplicano e con loro il senso d'insicurezza
di Marco Belpoliti*
Fino a che le chiavi sono state degli oggetti fisici, il loro possesso non costituiva alcun problema.
Appese alla cintura, chiuse in un anello, erano il simbolo stesso del potere.Aprire e chiudere le porte, questo il compito del capofamiglia, del feudatario, del Re.
San Pietro, il primo capo della Chiesa, è sempre stato raffigurato con le chiavi, due: per aprire due porte, una in Cielo e una in Terra.
Anche se quella in alto era, nonostante tutto, la più ambita.
Ora provate a immaginare il pescatore di Cafarnao, ritratto da generazioni di pittori con le due grandi chiavi d'oro tra le mani, o pendenti al fianco, in versione informatica.
Dove conserverà la sua password? Scritta su un foglietto da consultare alla bisogna, a causa della sua altalenante memoria di uomo anziano? Oppure no, le ha impresse nella sua mente paradivina?
Possibile che le chiavi del Paradiso siano sempre le stesse da millenni?
Di sicuro avranno studiato una soluzione geniale, come fanno le banche.
Del resto, il Paradiso è una banca delle anime.
L’unica password sicura, dicono, è quella che cambia, le cosiddette «password dinamiche», che le banche destinano ai loro clienti: leggibili su un minuscolo display, le serie numeriche vengono generate a intervalli prefissati, così che il cliente può digitare quella giusta sul suo computer, il sistema la riconosce come esatta e dà il via libero al conto online.
Per ottenerla occorre tuttavia un server in continua attività: hardware e software, e soprattutto un sofisticato e preciso algoritmo. Fortunato Pietro che Lassù di portone ne ha uno solo, o almeno così ci immaginiamo, seguendo l'iconografia tradizionale.
Noi, comuni mortali, che in Paradiso non siamo ancora saliti, e forse non saliremo mai, dobbiamo ricordare ogni giorno che Dio manda in Terra la password del computer che usiamo, quella della posta elettronica (di solito almeno un paio, se non di più, tra quella privata e quella dell'azienda per cui lavoriamo).
E poi la password del bancomat (in realtà si chiama PIN: Personal Identification Number, generato per la prima volta nel 1967 da un inglese, composta solo di numeri, quattro per la precisione, per agevolare la moglie smemorata), e anche quella del cellulare, inclusa la SIM (persa questa, addio connessione telefonica, e non solo).
E ancora le password necessarie per qualsiasi servizio che si possa ottenere ottenuto passando per un computer, o uno smartphone (le Application).
Ci dicono che sia una questione di sicurezza, che è per il nostro bene. Ma da tempo ne dubito fortemente.
A volte mi meraviglio che non mi chieda la password anche la sveglia al mattino per spegnerla, o il forno a microonde, o ancora il frigorifero, oppure il televisore (ma le emittenti criptate la chiedono già). Insomma, le chiavi virtuali si moltiplicano, e con loro il senso d'insicurezza che genera la necessità di ricordarle.
Non più la paura che qualcuno ne entri in possesso a nostra insaputa, bensì il timore dell'oblio. Già, perché l'angoscia è quella di perdere la memoria, di diventare vecchi anzi tempo.
La password dimenticata suona come un campanello d'allarme: non avrò già l'Alzheimer, anche se non sono poi così anziano?
La maggior parte delle persone le scrive su foglietti, e poi li stipa nel portafogli; i più ordinati su un taccuino, anche se poi non lo trovano mai.
Oppure - idea geniale ma sconsigliata dagli specialisti dei sistemi di sicurezza - se ne usa una sola, la più facile, la più memorizzabile.
Anche San Pietro fa così, ne sono sicuro. Non può avere una password complicata, sospetto.
Entrare in Paradiso con la chiave elettronica sarà di certo più agevole. Basta pensare quello che pensa lui.
*www.lastampa.it














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