La tratta degli schiavi
Molti ritengono che i mercanti reperissero gli schiavi facendo incursione nei villaggi e rapendo chiunque volessero portar via.
Anche se è possibile che le cose andassero in questo modo, molto probabilmente i trafficanti di schiavi non sarebbero riusciti a portar via miÂlioni di persone "senza il supporto di una masÂsiccia rete di sovrani e mercanti africani", ha detto nel corso di un'intervista radiofonica Robert Harms, professore di storia africana. TRA il XVII ed il XIX secolo Ouidah fu uno dei principali empori dell'Africa occidentale per la tratta degli schiavi. Situata nell'odierna ReÂpubblica del Benin, questa città vide partire oltre un milione di schiavi africani.Spesso erano afriÂcani anche coloro che li riducevano a mera merÂcé umana da scambiare con prodotti quali alcol, stoffe, bracciali, coltelli, spade e soprattutto armi da fuoco, molto richieste per via dei conflitti intertribali.
Si calcola che tra il XVI ed il XIX secolo cirÂca 12 milioni di africani siano stati trasferiti al di là dell'Atlantico per sopperire alla richiesta di schiavi nelle piantagioni e nelle miniere del Nuovo Mondo.
A questo proposito un libro afÂferma che circa l'85 per cento degli schiavi "ragÂgiunse il Brasile e le varie colonie fondate nelle Antille da inglesi, francesi, spagnoli e olandesi". (American Slavery—1619-1877)
Solo il 6 per cento degli schiavi arrivò nelle colonie che successivamente avrebbero fatto parte degli StaÂti Uniti. successivamente però aumentò man mano che gli schiavi ebbero figli.
All'inizio del loro viaggio, dopo essere stati inÂcatenati, percossi e marchiati a fuoco, molti schiavi percorrevano a piedi il tratto di 4 chilomeÂtri che oggi collega il Museo di Storia di Ouidah, un forte completamente ricostruito, alla cosiddetÂta Porta del non ritorno, che sorge sulla spiagÂgia.
La porta rappresenta la fine della Via degli schiavi e ha perlopiù un valore simbolico, dal moÂmento che la partenza degli schiavi non avveniva sempre dallo stesso punto. Perché la tratta deglischiavi si diffuse così ampiamente?
In epoche lontane i sovrani africani erano soliÂti vendere i prigionieri di guerra ai mercanti araÂbi.
In seguito le potenze europee entrarono nel commercio degli schiavi, in particolare dopo aver fondato colonie nelle Americhe. A quel tempo i prigionieri catturati nel corso dei conflitti intertribali costituivano un enorme serbatoio da cui attingere schiavi, il che rese la guerra un'attività redditizia e per i vincitori e per gli avidi trafficanÂti di schiavi.
Inoltre per trovare gli schiavi si ricorÂreva al rapimento o ci si rivolgeva ai mercanti africani, che li reperivano nelle zone interne del loro continente.
Praticamente chiunque poteva essere venduto come schiavo, persine un principe che non era più nelle grazie del re.
Un noto trafficante di schiavi fu il brasiliano Francisco Félix de Souza.
Nel 1788 De Souza asÂsunse il comando del forte che era il fulcro del mercato degli schiavi di Ouidah, nel Golfo del Benin. A quel tempo Ouidah faceva parte del Regno del Dahomey.
De Souza, comunque, ebbe un disÂsidio con il re Adandozan. Pertanto, forse mentre si trovava in prigione, ordì una cospirazione in combutta con il fratello del re; insieme nel 1818 detronizzarono il sovrano.
Così tra Ghezo, il nuoÂvo re, e De Souza, al quale fu affidato il controllo del commercio degli schiavi, nacque un rapporto di affari lucroso.
Ghezo intendeva estendere i confini del suo regno e per farlo aveva bisogno di armi proveÂnienti dall'Europa.
Quindi nominò De Souza viÂceré di Ouidah perché lo aiutasse a curare gli affari con gli europei. Detenendo il monopolio degli schiavi in quella regione dell'Africa, presto De Souza accumulò enormi fortune, e il mercaÂto degli schiavi, ubicato vicino a casa sua, divenÂne un punto di riferimento per acquirenti straÂnieri e locali.Per coloro che oggi visitano la Via degli schiavi di Ouidah il tour ha inizio dal forte, costruito dai portoghesi nel 1721, che oggi ospita il museo menÂzionato in precedenza.
I prigionieri destinati a diÂventare schiavi venivano tenuti nel grande cortiÂle centrale. Molti di loro avevano camminato per diverse notti incatenati l'uno all'altro.
VeÂnivano fatti viaggiare di notte per impedire loro di orientarsi; chiunque fosse riuscito a scappare avrebbe fatto fatica a ritrovare la strada di casa.
Una volta arrivati, gli schiavi venivano messi all'asta, dopo di che i mercanti che li avevano acÂquistati li marchiavano a fuoco. Gli schiavi destiÂnati ai paesi oltremare venivano dapprima conÂdotti sulla spiaggia e poi trasportati fino alle navi a bordo di canoe o piccole imbarcazioni.Un'altra tappa lungo la storica Via degli schiaÂvi è il luogo in cui un tempo si trovava l'Albero dell'oblio.
Ai nostri giorni un monumento comÂmemorativo ha preso il posto di quell'albero, inÂtorno al quale gli schiavi erano costretti a marciaÂre, gli uomini dovevano fare nove giri e le donne sette.
Agli schiavi veniva detto che questo avrebbe rimosso dalla loro mente il riÂcordo della terra natia smorzando il loro istinto di ribellione.Lungo il percorso si trova anche un monumenÂto che commemora le capanne Zomaì, che ogginon esistono più.
La parola Zomai si riferisce al fatto che all'interno delle capanne non penetrava mai la luce, il che per i prigionieri che vi venivaÂno stipati costituiva un assaggio delle condizioni orrende che li aspettavano sulle navi. È possibile che rimanessero nelle capanne per mesi prima di partire. Quelli che morivano durante la terribile attesa venivano ammassati in una fossa comune.
Un monumento particolarmente toccante è lo Zomachi, emblema del pentimento e della riconÂciliazione. Qui tutti gli anni nel mese, di gennaio discendenti di schiavi e mercanti si riuniscono per chiedere il perdono per coloro che si macÂchiarono di terribili colpe.
L'ultima tappa del tour è la Porta del non riÂtorno, monumento che commemora gli ultimi istanti trascorsi dagli schiavi sul suolo afriÂcano. Questo ampio arco è fregiato con basso-rilievi raffiguranti due file di africani incatenatiche confluiscono sulla vicina spiaggia prospicienÂte l'Atlantico.
Si dice che a quel punto alcuni priÂgionieri, in preda alla disperazione, abbiano inÂghiottito della sabbia per conservare il ricordo della loro patria. Altri, invece, preferirono morire strangolandosi con le catene.
A partire dagli inizi del XIX secolo si intensifiÂcò l'impegno per ottenere l'abolizione della schiaÂvitù.
L'ultimo carico di schiavi partito da Ouidah alla volta degli Stati Uniti fece il suo arrivo a MoÂbile, in Alabama, nel luglio del 1860.
Comunque la loro schiavitù durò poco, dal momento che nel 1863 il governo degli Stati Uniti emanò il proclaÂma di emancipazione.
Nel 1888, allorché fu aboliÂta anche in Brasile, la schiavitù cessò di esistere definitivamente nell'emisfero occidentale.
La tratta degli schiavi ha avuto l'effetto di geneÂrare una vera e propria diaspora degli africani, con un forte impatto, evidente ancora oggi, sull'assetÂto demografico e sulla cultura di molti paesi delle Americhe.
Un altro effetto è stato la diffusione del vudù, culto in cui si ricorre a riti magici e incanteÂsimi, presente in particolar modo ad Haiti.
L'Encyclopedia Britannica spiega che la parola vudù "deÂriva da vodun, che nella lingua della popolazione fon del Benin (antico Dahomey) indica una diviÂnità o un essere spirituale".
Purtroppo alcune forme di oppressione sono sopravvissute fino ai nostri giorni, anche se non si tratta sempre di schiavitù letterale.
Ad esemÂpio, sono milioni coloro che conducono una vita grama a causa di condizioni economiche proibiÂtive. Altri sono schiacciati da regimi oppressivi.
Altre sono schiave delle superstizioni e di falsi insegnamenti religiosi.Â















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