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L’eccidio a Sant’Agata di Gessopalena del 21 gennaio 1944

Erano tre mesi che i tedeschi occupavano Torricella Peligna.

Era diventata una delle loro postazioni di difesa piĂą importanti della zona.

Il 3 e 4 dicembre prima di retrocedere avevano fatto saltare in aria Gessopalena e poco prima Roccascalegna, ora stazionavano a Pizzoferrato, Montenero, Fallascoso e appunto Torricella.

Il comando dell’VIII armata degli inglesi era a Casoli, mentre a Gessopalena e Roccascalegna avevano un distaccamento avanzato.

La guerra si svolgeva con le cannonate, i tedeschi da Torricella verso Gessopalena e al contrario gli alleati da Gessopalena verso Torricella.

In piĂą gli aerei alleati bombardavano i borghi e casolari immaginando che ci fossero rifugi tedeschi.

Il paese era ormai distrutto, giĂ  da dicembre le mine dei tedeschi avevano fatto saltare il 70 per cento delle case, in particolare alla Coste e al Calacroce

Il fronte della guerra non si muoveva e si capiva che le truppe alleate avevano deciso di svernare sulla linea da essi raggiunta ai primi di dicembre del “43.

La strategia tedesca era di fare terra bruciata difendendo il piĂą tempo possibile la linea Gustav e non fare avanzare gli alleati.

E gli alleati dal loro canto non avevano nessuna intenzione di avanzare in quanto l’inverno era inclemente e preferivano aspettare la primavera.

A Torricella non c’era quasi più nessuno, solo tedeschi.

I torricellani erano tutti “sfollati” nelle varie contrade, San Venanzio, Santa Giusta, Colle Zingaro, oppure a rischio e pericolo qualche vecchietto era rimasto rintanato a casa o in qualche nascondiglio.

I tedeschi avevano razziato di tutto, le case erano state svuotate e date in fumo, e andavano sempre cercando cibo, maiali, pecore, galline, ora anche nelle masserie e guai a chi non ubbidiva, non veniva risparmiato nessuno.

Il freddo era pungente.

Aveva cominciato a fare freddo a novembre e non accennava a smettere.

Poi, a gennaio ancora di piĂą, umiditĂ , ghiaccio e continue bufere.

Non c’erano né coperte, né più legna da ardere.

Si era costretti molte volte ad uscire dai nascondigli per fame o per freddo.

Il rischio per gli sfollati poi era aumentato di parecchio perché adesso i tedeschi avevano dato l’ordine di evacuazione totale.

Bisognava nascondersi per non essere presi e uccisi.

Si era in un periodo in cui bisognava difendersi per non morire, solo scappare e non farsi vedere; se stavi buono ti venivano a rubare e ti malmenavano, se reagivi ti ammazzavano, se ti difendevi iniziava la ritorsione, la rappresaglia.

Ormai era risaputo che i tedeschi invece di combattere con gli alleati o partigiani facevano carneficina di civili, per lo piĂą donne, vecchi e bambini, in modo da incutere timore e paura a chi intendesse dare rifugio ai partigiani.

I giovani intanto cominciavano ad organizzarsi ed a difendersi dagli invasori, ogni tanto, qua e lĂ  per le campagne una piccola battaglia.

Il 5 dicembre, a Casoli iniziò la resistenza organizzata: alcuni ragazzi di Torricella e di altri paesi agli ordini di Ettore Troilo costituirono la Brigata Majella mettendola a disposizione degli alleati.

Dopo i tanti morti di dicembre, fra cui Gino De Felice, un giovane maestro elementare che fu ucciso sotto gli occhi del padre Antonio, il sarto del paese, il mese di gennaio cominciò male.

Il 5 ci fu l’uccisione di Tranquillino Di Paolo e Concettina Cianci, nascosti fra le tombe del cimitero.

Poi il 12 di gennaio alla contrada Riga, per ritorsione ad un agguato degli alleati e qualche partigiano subita da una pattuglia tedesca nei pressi della “Fornace”, i tedeschi, appostati sul Colle dell’Irco corsero con urla disumane verso i casolari della contrada e mentre i contadini inermi ed innocenti fuggivano li stesero a colpi di mitraglia.

Erano Emilietta Crivelli di 15 anni, il fratellino di 6 mesi, Carmela D’Ulisse, Giuseppe, Rosina e Rosa Porreca, Felicia, Nicola e Nunziato Rossi, Costanza Uggè, Maria Antonia Di Marino e un bambino di pochi mesi; 12 persone che con urla strazianti fuggivano a delle belve umane.

Nei giorni seguenti fu uno stillicidio di persone.

Ogni giorno qualche brutta notizia faceva impaurire ancora di piĂą i poveri sfollati.

Il 20 di gennaio alcuni uomini del VII° plotone della Brigata Majella che operavano a Gessopalena si spinsero sino a contrada Santa Giusta dove in “una azione militare fra eserciti contrapposti” ebbero la meglio e uccisero due tedeschi e ne ferirono altri due.

Dopo questo fatto, visto l’andazzo, in molti erano sicuri che sarebbe successo qualcosa.

E qui siamo alla strage più vergognosa e orribile, di più ampie dimensioni avvenuta in provincia di Chieti ed uno dei più gravi eccidi avvenuto in Italia durante l’occupazione tedesca.

Al pari delle Fosse Ardeatine, forse anche di più perché alle Fosse Ardeatine furono rastrellati e uccisi 335 civili, 10 per ogni tedesco ucciso (32) nell’agguato di Via Rasella da parte dei partigiani della Brigata Garibaldi, da noi furono uccisi 42 civili per due soli tedeschi.

Ma poi per l’eccidio di Roma è stato fatto un processo in cui fu dato l’ergastolo a Kappler, Priebke e Kasserling, da noi è caduto tutto nel dimenticatoio della burocrazia italiana che nel dopoguerra tentò di insabbiare tutto.

Anzi, l’anno scorso sono venuti dalla Germania e sembra che vogliono essere proprio i tedeschi a voler far luce sui crimini dei nazisti.

La gravità di questi fatti, per cui si sono fatti i processi civili per strage e crimini di guerra, non era che venivano uccise delle persone, si sa ”la guerra è guerra”; la gravità era che l’esercito nazista invece di combattere secondo un codice di guerra riconosciuto da tutti e firmato anche da loro, invece di rispondere al fuoco con il fuoco, strategia militare contro strategia militare, andavano a colpire dei civili inermi impauriti e senza nessuna difesa, uccidendoli barbaramente ed infierendo sulle vittime.

Come è successo a Sant’Agata: dopo averli uccisi con le bombe a mano dentro il casolare gli diedero anche fuoco, tanto che fu quasi impossibile riconoscere le vittime.

E così

All’alba del 21 di gennaio del “44

…. In questo casolare….

Il Padre eterno ha voluto che ci fossero

due sopravvissuti perché potessero

raccontare a noi quello che avvenne.

I tedeschi fecero di tutto per occultare

i loro misfatti ma non ci riuscirono…

La testimonianza del  Dott. Vittorio Travaglini del 25 Gennaio 1944.
Affranti nei loro lettini di dolore, portanti sui visi sfatti dall’ambascia e sui poveri corpi martoriati i segni delle schegge e le lividure delle pietre, una giovinetta e un ragazzo così mi parlavano stamane nell’Ospedale Civile di Casoli, dell’orrenda tragedia avvenuta avanti l’alba del 21 gennaio 1944, in contrada Sant’Agata di Gessopalena nella casa colonica di Antonio Lannutti:

«Stavamo dormendo. Improvvisamente la porta si aprì ed entrarono urlando, non so quali cose, una diecina di soldati tedeschi.

Col calcio del fucile ci fecero alzare dai nostri giacigli, presero come stracci dalle culle i bambini lattanti e ci strinsero tutti in un angolo della cucina, dove, poco dopo, ci raggiunsero altre donne, altri bambini, altri vecchi cadenti, strappati anche loro dalle case, con brutale violenza.
Chiusero la porta, assicurandola all’esterno con una fune, ed attraverso una piccola finestra gettarono sul folto gruppo d queste creature di Dio, una dopo l’altra, parecchie bombe a mano.
Alla terza e alla quarta bomba a mano, il pavimento si sfondò e le persone e le cose precipitarono giù, nel vano sottostante.
Noi due venimmo ricoperti dai morti e dalle macerie, ma non ci muovemmo.

Poco dopo tornarono i tedeschi per assicurarsi che tutti erano periti, passando sui volti di tutti, piccoli e grandi, un tizzone ardente.
Passò il tizzone anche sui nostri volti scovati sotto i morti, ma alla nuova, atrocissima prova, stringemmo i denti e non articolammo parola o lamenti.
E questa forza da noi dimostrata al dolore ed all’orrore ci salvò, perché appena i nostri carnefici si allontanarono, uscimmo all’aperto e prendemmo, correndo, la campagna.
Poco dopo, sulla collina opposta a quella da dove eravamo fuggiti, vedemmo ardere la casa della strage, e, più tardi, tutto il gruppo delle case vicine, date nella notte alle fiamme, perché nessuno sapesse, perché nessuno appurasse nulla dell’orrendo misfatto compiuto».

La bravura, così bestialmente e così ferocemente portata a termine in ogni particolare, è costata la vita di quarantuno inermi contadini.

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