L'archeologo: un'eredità sconosciuta, tra astronomia e matematica

di Gabriele Beccaria*

Siamo tutti un po’ Greci (antichi), ma pochi sospettano che siamo parenti, e nemmeno alla lontana, dei Babilonesi.

L’aureola dei santi, gli orologi solari, gli oroscopi e il teorema, detto impropriamente di Pitagora, non esisterebbero senza le intuizioni sbocciate a Babilonia.

E sono appena le briciole: si è scoperto che quell’eredità, poi inquinata da miti negativi altrettanto tenaci, tipo la Torre di Babele, ha plasmato l’invenzione della scrittura, della medicina, della matematica, dell’astronomia.

Se Babilonia ci ha appiccicato addosso le superstizioni, ha suggerito allo stesso tempo gli strumenti originari con cui fare scienza, prima dei riveriti maestri della Ionia, come Talete o Anassimandro.

«Babilonia. All’origine del mito» è un saggio di Paolo Brusasco, archeologo all’Università di Genova, e racconta una storia che dribbla le pruderie bibliche di vizio e lussuria e non si accontenta delle solite meraviglie architettoniche di mura e giardini pensili: contiene anche la ricostruzione di un pensiero nascente che ha indagato la terra e i cieli e si è spinta fino agli organismi viventi. Un esperimento segnato da tali dosi di empirismo - sostiene da condizionare contemporanei e posteri. Perfino noi.

Professore, lei è uno dei critici dell’«ellenofilia» e ha raccolto molte prove di come le radici scientifico-tecnologiche del presente siano da retrodatare: ma così non si inquina il concetto stesso di ricerca? Come si fa a separare il lato razionale in senso stretto dall’aura magico-religiosa della sapienza babilonese?
«Sono molti gli storiografi che stanno rivisitando la vecchia nozione di scienza, frutto della concezione positivistica, che sosteneva, tra l’altro, il primato dei Greci. Sappiamo che le prime e concrete manifestazioni di interesse per i fenomeni del mondo naturale si manifestano proprio in Mesopotamia: è una realtà che si sta recuperando grazie a un approccio olistico, capace di rivalutare le diverse sfumature del sapere umano sia di tipo mitico-religioso sia di tipo empirico».

Lei sostiene che si deve utilizzare un nuovo parametro epistemologico e un caso emblematico è la coppia astronomia-astrologia: può spiegare?
«A Babilonia l’astronomia era intimamente legata all’astrologia e così sarà a lungo, fino all’età dei Lumi. Si basava sulla ricerca dei fenomeni ciclici dei movimenti degli astri, oltre che della Luna e del Sole, con una finalità duplice: da un lato regolarizzare i calendari e quindi ricavare un input conoscitivo e pratico, dall’altro predire attraverso la decifrazione dei segni celesti gli avvenimenti futuri e il destino di sovrani, nazioni e individui. Ed ecco che qui emerge l’astrologia, che si intreccia con le speculazioni scientifiche su un universo concepito come un insieme ordinato, retto da distanze misurabili in modo matematico: gli astronomi babilonesi, infatti, inventano le effemeridi, le tabelle con cui anticipare i movimenti degli astri e della Luna, mentre una delle loro celebrità, Kidinnu, mette a punto il “sistema B”, che prevedeva una stabilità ciclica di accelerazione e decelerazione del moto lunare e dei pianeti».

Un altro caso di sincretismo è la mappa del mondo conservata al British Museum.
«Sì. Mentre racchiude un valore mitico-esoterico, apre spiragli di ricerca cartografica. La tavoletta rappresenta la Terra in forma circolare, circondata dall’oceano: non solo anticipa le concezioni di Anassimandro ed Ecateo, ma nell’interpretazione di alcuni studiosi potrebbe delineare in forma bidimensionale la concezione, in anticipo sui tempi, di un emisfero».

Secondo la sua ricostruzione, Babilonia diventa non solo una culla della civiltà, ma il centro del mondo.
«E’ così: si può identificare sia una linea evolutiva che da Babilonia porta a Occidente sia un’altra che conduce verso Oriente. A quella del sapere trasmesso dall’eredità greca alessandrina e poi dall’era cristiana se ne affianca un’altra, proiettata verso il mondo arabo, persiano e indiano. Babilonia è un crocevia della cultura, anche se il processo di contaminazione non è stato riconosciuto dalla storiografia della scienza tradizionale».

Fondamentale è stata l’invenzione della scrittura.
«E infatti nel II millennio a-C. nasce una figura-chiave, quella del saggio caldeo itinerante, che fonda scuole in tutto il Medio Oriente e in Egitto: il cuneiforme diventa il mezzo di trasmissione delle conoscenze, comprese quelle scientifiche, e la lingua accadica-babilonese una sorta di lingua franca, come hanno rivelato gli scavi nel sito di Tell el-Amarna. Vengono fecondate tante civiltà, nel Mediterraneo e in Oriente, e il processo si propaga nel tempo, fino alle armate persiane e di Alessandro Magno e ai Greci di Alessandria. I saggi diventano precettori di principi e re: lo rivela anche una versione cristianizzata della vita di Gautama Buddha, in cui si narra la presenza di “55 uomini istruiti nella scienza delle stelle dei Caldei alla corte indiana”».

Si dice Babilonia, eppure si evoca sempre Babele: perché su questa eredità straordinaria è calata una pubblicità tanto negativa?
«All’origine c’è la presa del regno di Giuda nel 597 a.C. da parte di Nabucodonosor II e la distruzione del Tempio di Gerusalemme 10 anni dopo, con la deportazione degli Ebrei: la fine di Giuda e la cattività babilonese spingono profeti come Geremia ed Ezechiele a lanciare una maledizione che si propagherà nei millenni. Babilonia da prima città multiculturale del mondo diventa simbolo di tirannia e vizio».

*www.lastampa.it

 

 

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