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Quando gli architetti giocano

E' Dubai la capitale del nuovo design: shock visivi al posto delle metropoli

di MARCO BELPOLITI 

Dubai è il posto perfetto per costruire tutto dal nulla: nessun condizionamento estetico, niente città storiche, niente natura.

Solo un deserto piatto, dove far lavorare una popolazione edilizia unica al mondo: un milione e mezzo di persone, di cui solo il 20% dotato della cittadinanza; poche donne, tanti giovani, età media intorno ai 25 anni.

La maggioranza è composta da immigrati: afgani, arabi, iraniani, indonesiani, pachistani, cingalesi, africani. Sono operai edili arrivati lì per costruire la nuova Disneyland del futuro, una città dei balocchi, tutta da visitare, e non abitare stabilmente, come sostiene Mike Davis, il sociologo americano. E con loro l'esercito delle domestiche, fianco a fianco ad escort e prostitute: dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi asiatici.

Gruppi di speculatori
Ogni anno arrivano nell'Emirato Arabo oltre 10 milioni di turisti; sono esponenti di gruppi speculativi e immobiliari russi, indiani, americani, europei, o giovani professionisti di tutto il mondo, sia di uomini sia donne, perché a Dubai non vigono le medesime restrizioni dei Paesi islamici. Dopo l'11 settembre 2001 i capitali finanziari investiti in America sono ritornati di colpo nel Emirati Arabi Uniti. Così Dubai ha realizzato quella architettura che Rem Koolaas aveva teorizzato decenni fa in «Delirious New York», figlia del Luna Park di Long Island, e insieme lo Junkspace, lo «spazio spazzatura», come s'intitola un libro più recente del provocatorio architetto olandese, saturo di cose, oggetti, forme.

Le superstrade, che attraversano la stella filante degli Emirati Arabi Uniti, corrono tra due ali di grattacieli svettanti come in un fermo immagine di «Blade Runner», superfici specchianti dalle forme più bizzarre e strane. Si tratta di quella «società della trasparenza» che Maurizio Cecchetti ha stigmatizzato nel recente «Pelle di vetro». Il libro dell'antiarchitettura. Gli autori si chiamano Zaha Hadid, autrice del Museo di Dubai, astronave venusiana, e della Opera House, simile a una coppia casse acustiche a forma cuspidale; Tadao Ando, invece, firma l'Isola della Felicità, atollo artificiale a Abu Dhabi, un altro degli Emirati, e all'interno il nuovo Guggenheim di Frank Gehry, fianco a fianco con il Museo del Mare e il Museo dell'Arte Classica di Jean Nouvel.

Ma perché tutte queste «Archistar» corrono a Dubai a costruire al soldo del capitale finanziario più inquietante e oscuro del pianeta, per un sistema politico fondato sull'aristocrazia ereditaria, uno dei meno democratici del pianeta? E soprattutto perché costruiscono edifici la cui forma appare una fusione di sogni utopistici del Futurismo e di un'architettura-giocattolo, figlia diretta di una modellistica scultorea realizzata da fantasiosi allievi di una Accademia di Belle Arti? Cecchetti nel suo saggio sostiene che si tratta della fine della grande utopia modernista architettonica: essere la forma materiale e visiva della democrazia.

Motore di ricchezza
Come ha mostrato in una serie di reportage da Dubai, una giovane studiosa di architettura, Lucia Tozzi, la rendita fondiaria, reputata residuale, peso morto del capitalismo, dagli anni Novanta è diventata uno dei principali motori di ricchezza sui mercati finanziari, così da innescare i maggiori cambiamenti nel tessuto urbano, e non solo a Dubai, ma anche in Cina, e presto in India. Sarebbe stata l'esplosione della bolla immobiliare a dare via libera al trionfo del «Real estate» che domina oggi le Borse, e governa, senza governarli poi davvero, i flussi della popolazione mondiale inurbata, che da poco ha superato quella rurale nel Pianeta.

Gli architetti vanno dunque là dove c'è il denaro, là dove la possibilità di spenderlo per progetti faraonici non deve sottostare alle regole complesse e delicate della democrazia, dove autocrati, capi di partito, monarchi assoluti, oligarchie del petrolio possono realizzare sogni estetici che non hanno più a che fare con l'abitare e con il risiedere, bensì con il nomadismo mondiale, per cui la popolazione segue i flussi finanziari stessi e i suoi sogni architettonici.

Le costruzioni di Dubai e delle sue consorelle sono la realizzazione su vasta scala di architetture spettacolari che la generazione dei postmodernisti degli anni Ottanta del XX secolo non immaginavano neppure possibile. La città non pare esistere più. Al suo posto una serie di skyline, più o meno scintillanti, isolotti artificiali su cui atterrano jet privati, dove si praticano sport di ogni tipo, dove si cerca la felicità nell'abbondanza, nel lusso e nel piacere senza troppo ostacoli di natura fisica o etica. Sono le architetture dell'Es, in cui il principio del godimento - Godi! è la parola d'ordine della contemporaneità - è dominante.

Disagio e ansia
Uno dei teorici più acuti dell’architettura contemporanea, Anthony Vilder, docente a New York, sostiene che pieghe, bolle, reti, pelli, diagrammi, che determinano oggi le forme delle architetture globalizzate, sono l'effetto del disagio e dell'ansia che domina il mondo contemporaneo. L'effetto è la «deformazione dello spazio», il suo stiramento, la torsione e l'invaginamento delle superfici, segno tangibile che dietro ai sogni infantili dell'architettura contemporanea cova un'angoscia del vuoto difficile da colmare.

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