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Quando il digitale aiuta la vivibilità

di Veronica Ulivieri*

 

Gli ingredienti per costruire una città intelligente sono tanti, ma il cervello, le meningi interconnesse che leggono la realtà, sono le tecnologie digitali.

Trascurarle sarebbe un po' come fare una torta senza lievito: semplicemente non funziona.

Alcuni esempi “viventi” di città che sanno sfruttare bene questa opportunità ci sono già, a partire da Barcellona e Busan, vincitrici del premio Areté Urban Innovation.

Alla premiazione, venerdì 25 maggio, a Torino, nell'ambito del Digital Experience Festival, erano presenti anche i rappresentanti delle due metropoli. Vincente Guallart, architetto, ha raccontato che a Barcellona l'obiettivo è, “seguendo il modello della rete, creare una città Smart interconnessa e decentralizzata, a zero emissioni, formata da tante città Slow che si muovono a velocità umana”.

A Busan, in Corea del Sud, tutta l'attenzione è invece sulle start up ad alto contenuto tecnologico: “Sono stati creati – spiega il dottor Kim – centri dati integrati per favorire la nascita di nuove aziende di servizi informatici” e c'è addirittura un Mobile App Center pubblico che “sviluppa applicazioni per gli smartphone, con l'obiettivo di migliorare la qualità della vita dei cittadini”. E

Edoardo Croci, direttore di ricerca di IEFE, l'Istituto di Economia e Politica dell'energia e dell'ambiente dell'Università Bocconi, riassume tutte queste buone pratiche in una definizione incisiva: “La Smart City è una città in cui gli investimenti in capitale umano e sociale e in tecnologie di comunicazione producono sviluppo economico e un’elevata qualità della vita, in modo da consentire una gestione sostenibile delle risorse con modalità partecipative”.

Se queste sono le città del presente, ad aprire una finestra su quelle del futuro (neanche troppo lontano), è Carlo Ratti, direttore del SenseAble City Lab dell'MIT, il prestigioso Massachussets Institute of Technology di Boston, uno dei luoghi in cui si ripensa lo spazio urbano.

Perché, ci tiene subito a precisare, “le città di ieri, fatte di calcestruzzo e acciaio, erano progettate da ingegneri e architetti.

Quelle di domani, di calcestruzzo e silicio, non sappiamo ancora bene come saranno. E per progettarle servono persone con competenze diverse”.

Una cosa è certa: le tecnologie di comunicazione saranno sempre più – e in parte lo sono già ora – le meningi del sistema urbano. “Le nostre città – spiega – sono ricoperte da vari strati digitali e funzionano come un vero sistema dinamico”. In cui, cioè, al rilevamento di un dato segue una decisione, una risposta. Attraverso dei sensori, “edifici e oggetti ci parlano in modo nuovo. È un web in tempo reale, con informazioni sulla città a ciclo continuo e condivise”.

E se, detto così, il concetto risulta ancora troppo vago, gli esempi di alcuni esperimenti già realizzati dal laboratorio americano danno un'idea più chiara di cosa possiamo aspettarci dal futuro. Basti vedere, ad esempio, il progetto che a Seattle ha permesso di seguire il percorso – in diversi casi sorprendente – di 3.000 oggetti una volta che sono diventati rifiuti.

Alcuni finiscono in Africa o in Asia e continuano a essere spostati anche dopo uno o due mesi. “Sapevamo tutto della supply chain di un oggetto, ma molto poco di quello che accade una volta che viene buttato via. E seguire i suoi percorsi ha permesso di delineare una geografia stupefacente”.

Altro progetto realizzato dal team di Ratti, questa volta a Parigi, è CO2GO, per calcolare dove si può andare in città con un budget di tempo e di CO2. “Raccogliendo i dati degli accelerometri dei cellulari si capisce, in base alle scosse a cui è sottoposto il telefono, se ci si sta muovendo a piedi, in bicicletta, in auto. È stata studiata anche un'App che a fine giornata calcola le emissioni di CO2 derivanti dai nostri spostamenti e quante calorie sono state consumate”.

Ma vero fiore all'occhiello del Lab è la Copenaghen Wheel, cioè la ruota della bici intelligente, sviluppata per le due ruote della città danese. “Al suo interno è stato integrato un sistema che accumula l'energia passiva della pedalata e, oltre a rilasciarla in salita, la usa anche per interagire con lo smartphone e misurare, con specifici sensori, la qualità dell'aria, la distanza percorsa, la posizione in cui ci si trova”.

Complicato? Sì, ma per certi aspetti fin troppo semplice. “Se lasci che gli oggetti ti parlino – spiega Ratti – possono raccontarti storie inaspettate”. Che noi umani, certe volte, non possiamo nemmeno immaginare.

*www.lastampa.it

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