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Roy AnderssonHa vinto il cinema inconsueto, più di testa che di cuore

di Andrea Martini*

Alla fine, al cuore di uno dei pochi palmarès tenuti segreti fino all’ultimo (come si deve) troviamo En duva satt på en green och funderade påtilvaron (A pigeon sat on branch reflecting on existance), il film svedese di Roy Andersson detto dagli spettatori familiarmente “Il piccione”.

Qualcuno se ne lamenterà perché “Il Piccione” rappresenta un cinema inconsueto, più di testa che di cuore, in cui però le ragioni dello schermo sono sostenute con rigore e sensibilità, come conferma il richiamo al nostro De Sica, fatto dal regista al momento della premiazione.

I suoi due commessi viaggiatori, novelli Don Chisciotte e Sancho Panza, in un itinerario a metà tra Beckett e Ionesco, sono incredibili rivelatori di un caleidoscopio di varia umanità, più infelice che lieta, in cui le fragilità, i malintesi, le disgrazie si confondono determinando un panorama tragicomico che prevede grandezza e meschinità.

Il film, che al momento non ha distribuzione italiana, per poesia e sincerità appartiene alle opere capaci di destare empatia ma non quella adesione popolare che alcuni vorrebbero legata alle pellicole premiate. Insomma il film di Andersson è elitario ma con giudizio.

Il gran premio per la migliore regia è stato avvedutamente assegnato a un grande del passato, quell’Andrej Koncalovskij, già laureato a Venezia 52 anni fa, la cui carriera era rimasta senza luce e fortuna da molto tempo, autore di un sorprendente Le notti bianche di un postino (dato come Leone d’oro fino a pochi minuti prima dell’inizio della cerimonia), sorta di elogio di un ultimo “Idiota”, portalettere ma anche unico collegamento tra un isolotto stepposo al centro di un lago e il borgo più vicino.

Il racconto è semplice, le annotazioni poetiche mai fastidiose, il protagonista appartiene a quella schiera di attori russi dall’innato talento, sicché lo spettatore abbandona ogni resistenza e si lascia catturare anche in virtù di una tecnica cinematografica di antica scuola.

Niente da obiettare al premio della giuria andato al documentario The look of silence, seconda pala di un trittico dedicato alla ricostruzione delle atrocità perpetrate in Indonesia ai tempi della dittatura degli anni sessanta e rievocate da una delle vittime.

Qualcuno l’avrebbe visto volentieri sul podio più importante ma un secondo Leone d’oro dopo quello dello scorso anno, assegnato a Sacro GRA avrebbe messo a soqquadro gli ordini logici di una manifestazione come la Mostra.

L’Italia ha ottenuto un riconoscimento attraverso la coppa Volpi attribuita a Alba Rohrwacher (per la serie la famiglia Rohrwacher colpisce ancora), buona interprete, ma nulla più, di Hungry Hearts di Saverio Costanzo che ha visto premiato il suo film dato che anche la coppa Volpi maschile è andata al partner di Alba, l’emergentissimo Adam Driver.

Di routine e sostanzialmente condivisibili sia il premio per la sceneggiatura che ha incoronato la iraniana Rakhshan Banietemad per Ghesseha, sia quello semplice della giuria assegnato al turco Kaan Mujdeci per Sivas

Niente fischi molti applausi e quasi tutti contenti. Una premiazione plausibile? Si se al Concorso non avesse partecipato un film sicuramente più apprezzabile di quelli scelti dalla giuria inopinatamente capitanata dal compositore francese Alexander Desplat, Birdman vero leone morale incredibilmente dimenticato. Inventiva surreale, spirito latino unito a un’intelligente spettacolarità made in Usa.

Una storia emozionante di redenzione artistica, interpretata da grandissimi attori (Michael Keaton e Edward Norton) dove teatro e cinema si celebrano reciprocamente. Il miglior film di un genio, quel Alejandro G. Iñàrritu, che non cessa di sfornare capolavori. Un consiglio: correte a vedere Birdman.

Poi tornate a vederlo una seconda volta. Solo in seguito potrete dare un’occhiata a tutto il resto di questa settantunesima Mostra.

www.quotidiano.net

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