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Sollevo due questioni di grande importanza per la Rai.

di Arturo Diaconale*

La prima riguarda la credibilità dell’azienda radiotelevisiva pubblica legata alla trasparenza ed ai livelli delle retribuzioni dei suoi dirigenti.

La seconda è la sua capacità di svolgere in maniera innovativa la sua funzione di servizio pubblico anteponendo il disegno della sua indispensabile trasformazione alla scelta dei nomi di chi la dovrebbe realizzare.

Lo spunto per la questione della credibilità è stato offerto domenica scorsa dalla campagna lanciata da Massimo Giletti contro i vitalizi per i politici, la trasmissione a cui ha partecipato anche il collega Salvatore Tramontano.

Non mi soffermo sulla veemenza della requisitoria del conduttore de “L’Arena” e sulla bizzarra tesi secondo cui le leggi possono essere non rispettate in quanto realizzate dai politici.

Rilevo che per rendere credibile una requisitoria effettuata attraverso il servizio pubblico sia indispensabile che lo stesso servizio pubblico non possa essere accusato delle identiche colpe mosse agli “imputati”.

Cioè che si possano contestare gli stipendi per gli alti dirigenti e per i conduttori della Rai e la mancanza di trasparenza sui livelli e sulla composizione dei loro emolumenti.

Non faccio del facile pauperismo demagogico. Sollevo un problema di credibilità generale del servizio pubblico.

Che, se contesta con i suoi conduttori i vitalizi da cinquemila euro lordi mensili degli ex politici, non può tenere riservati i trentamila euro sempre mensili di cui beneficiano numerosi dirigenti o le ben più alte cifre di star e conduttori vari.

Nel momento in cui si chiede agli italiani di essere virtuosi e non evadere più il Canone, è indispensabile, come è stato sottolineato nell’ultimo Consiglio di amministrazione, rendere l’azienda pubblica una casa di vetro senza angoli oscuri di ingiustificabile privilegio.

La seconda questione riguarda l’assoluta necessità che le nomine dei dirigenti individuati per realizzare il processo di rinnovamento seguano e non precedano l’individuazione del progetto da portare avanti.

Per troppo tempo la Rai è stata concepita come un “nominificio” ed un ammortizzatore sociale al servizio dei potenti di turno.

Ora che sembra esserci la volontà, ampiamente condivisa, di voltare pagina e proiettare l’azienda verso il futuro coniugando innovazione e pluralismo, è indispensabile non ripetere gli errori del passato e scegliere le persone (individuandole non solo all’esterno ma anche valorizzando gli interni) sulla base di un progetto e non disegnare il progetto attorno alle persone.

L’auspicio è che questo “progetto” non sia Godot. E che non si torni al “nominificio” di una volta, magari effettuato non più in blocco ma alla spicciolata.

Per questo è opportuno sollecitare l’arrivo del progetto e, soprattutto, l’avvio di una discussione seria su come, per conservare alla Rai la qualifica di servizio pubblico, la sua innovazione debba obbligatoriamente essere coniugata con il pluralismo.

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