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A nessuno della destra conviene rischiare una rottura

di Cristofaro Sola*

A Roma è già campagna elettorale. Ma Silvio Berlusconi è partito con il piede sbagliato pronunciandosi a favore del candidato pseudo-indipendente Alfio Marchini e non per Giorgia Meloni, accreditata dai sondaggi a rappresentare al meglio il centrodestra alle elezioni capitoline.

A nostro avviso appoggiare Marchini sarebbe un errore da matita blu. Perché?

L’imprenditore del mattone non è omologabile come uomo di destra. Al contrario, in passato la sua famiglia non ha fatto mistero di avere un debole per il Pci togliattiano.

Di suo nonno, Alfio senior, si diceva: “Calce e martello”, tanto per mettere in chiaro come la pensasse. Come pretendere che, oggi, il giovane rampollo della dinastia dei palazzinari rossi, possa schierarsi sul fronte opposto?

Inoltre, il dottor Alfio Junior non smette di versare fango sulla politica politicante. Per lui l’amministrazione di Roma dovrebbe essere affidata ad una forza civica che non sia contaminata dal fattore partitico. E, fino a propria contraria, Forza Italia è ancora un movimento politico strutturato.

Appoggiare Marchini equivarrebbe a negare la propria storia e la propria missione. Poi, la scelta dell’outsider provocherebbe l’inevitabile rottura con Fratelli d’Italia che a Roma ha la roccaforte del suo consenso.

Sarebbe, a quel punto, inevitabile una reazione a catena destinata a compromettere l’intesa tra le due componenti del centrodestra in tutti gli scenari elettorali.

Conviene a Berlusconi e ai suoi rischiare una rottura? Peggio, l’ammucchiata dei moderati sparsi tra la destra e la sinistra e riuniti sotto le insegne incolori del “civico” Marchini legittimerebbe il Movimento Cinque Stelle quale unica alternativa di sistema alla partitocrazia.

Vista l’inconsistenza dell’offerta politica a sinistra del Partito Democratico, sarebbe un vantaggio insperato per i grillini poter giocare la partita romana contando sull’effetto del noi-contro-il neo consociativismo.

In ultimo, la rinuncia preventiva di Berlusconi a proporsi come player nella scelta “intra moenia” dello sfidante certificherebbe la fine di un progetto politico nel quale un po’ di italiani vorrebbero ancora credere.

Sarebbe il segnale dello scioglimento anticipato dell’identità liberale presente nel centrodestra, in vista della creazione del vituperato rassemblement di poteri visibili, opachi e di sottobosco, in stile “balena bianca” democristiana, ribattezzato Partito della Nazione. Comunque la si giri, per Forza Italia è un suicidio; l’elettore di destra si sentirebbe autorizzato a chiedere polemicamente a Berlusconi: dimmi cosa sto votando.

Perché il peggio non accada è giunto il momento in cui la nuova generazione di leader del centrodestra, che attende di essere messa alla prova, mostri di cosa sia capace. È un invito esplicito al signor Matteo Salvini.

In questi anni lui ce l’ha messa tutta per convincere il popolo italiano di poter essere uomo di governo a tutto tondo, e non un tribuno del particolarismo leghista.

Allora ci metta la faccia spiegando agli elettori cosa pensa di fare a Roma. Sarebbe disastroso se, preoccupandosi esclusivamente della sua Milano, decidesse di vestire i panni del Ponzio Pilato.

Da uno come lui, che ha avuto il coraggio di sdoganare CasaPound, ci si attende un comportamento adeguato ad un capo il cui primo compito è quello di operare scelte, se necessario anche dolorose.

Se, invece, dovesse chiamarsi fuori dalla partita dicendo: sotto la linea gotica sono cavoli vostri, la sua avventura di timoniere del centrodestra sarebbe conclusa ancor prima di cominciare. Comunque, c’è da sperare che la storia dell’appoggio a Marchini sia stata solo una boutade. Un ripensamento del Cavaliere è sempre possibile.

E più che mai auspicabile.

*www.opinione.it

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