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Berlusconi e l’intramontabile rito ambrosiano

di Arturo Diaconale*

Nessuno si sarebbe mai aspettato che l’uscita di scena di Edmondo Bruti Liberati dalla Procura di Milano avesse mai potuto modificare l’esito scontato dell’inchiesta Ruby ter ed interrotto l’ennesima aggressione giudiziaria nei confronti di Silvio Berlusconi.

Sono ormai due decenni che il “rito ambrosiano” produce una continua azione di persecuzione nei confronti del leader di Forza Italia.

Ed il rinvio a giudizio per il Cavaliere con l’accusa di corruzione in atti giudiziari rientra in una sorta di tradizione che si è consolidata nel corso degli anni e che lo ha trasformato nel bersaglio continuo e preferito della Procura milanese.

Questa tradizione ha prodotto una sorta di doppia abitudine nell’opinione pubblica. Quella di considerare un fenomeno normale la giustizia ad orologeria che regolarmente scatta nei confronti di Berlusconi ogni qual volta si profili una sua affermazione o un suo ritorno sulla scena politica del Paese.

E, soprattutto, quella di considerare ancora più normale che il leader del centrodestra ed unico esponente politico a cui sia riuscito di battere ripetutamente la sinistra negli ultimi vent’anni, venga portato ripetutamente alla sbarra come un malfattore sulla base di accuse fondate più sul pregiudizio di tipo moralistico che su prove concrete ed inequivocabili.

Questa doppia abitudine ha prodotto un’alterazione gravissima nel sistema democratico del Paese. Ha di fatto istituzionalizzato il metodo della eliminazione per via giudiziaria dell’avversario politico.

Un metodo che ha avuto come vittima principale Silvio Berlusconi, ma che ha trovato continua a puntuale applicazione nella gran parte dei collaboratori e degli amici del Cavaliere.

E si è progressivamente trasformato in un sistema di aggiramento della normale dialettica democratica che, di fatto, viene utilizzato nei confronti di qualsiasi soggetto presente nella vita pubblica nazionale, senza distinzioni di schieramento, da chiunque sia interessato a metterlo per qualche motivo fuori gioco.

Nel prestarsi a questo allargamento del metodo anti-Berlusconi ad ogni cittadino quella parte della magistratura che lo ha adottato per voglia di potere e di visibilità o per semplice conformismo, ha danneggiato in primo luogo se stessa e, in ultima analisi, l’intero sistema della giustizia.

Se oggi, a differenza di quanto avveniva un tempo, i cittadini nutrono una fiducia ridotta ed inquieta nei confronti della giustizia, la responsabilità è proprio del metodo anti-Berlusconi e della sua applicazione generalizzata.

Di qui la necessità di tornare allo stato di diritto ed alla ripresa della fiducia nella giustizia. Attraverso lo smantellamento di quei “guardiani della pubblica morale” che si sono arroccati in alcune Procure e praticano il komeinismo giudiziario scambiando i peccati per reati.

Che aspettano il Csm ad intervenire ed il Parlamento a riformare?

*www.opinione.it

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