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Per questo la maggior parte spera nel cambiamento

di Paolo Baroni

L’81% non si sente rappresentato.

Da almeno un decennio a questa parte ad ogni tornata elettorale si ripete sempre la stessa storia: i giovani vanno a votare sempre meno, sembrano depressi, disincantati, disimpegnati.

Col risultato paradossale che più si astengono e meno si esprimono e più sono bersaglio dei discorsi dei politici.

Dalla «Generazione X», i figli del nuovo millennio, alla «Generazione Neet», quella dei giovani che non studiano più ma nemmeno lavorano o cercano un impiego, «tutte le etichette contengono forse un briciolo ma solo un briciolo di verità» spiegano i ricercatori della Feps, la federazione che raccoglie le fondazioni legate ai partiti progressisti europei guidata da Massimo D’Alema.

Che assieme al «Center for american progress», il think thank dei democratici americani, ha lanciato a fine 2014 una mega ricerca a livello globale, «The Millenial Dialogue» (www.calltoeurope.eu), coinvolgendo sino ad oggi in tutta Europa ben 10 mila giovani nella fascia 15-34 anni.

I primi risultati sono stati illustrati giovedì e venerdì scorsi a Bruxelles. Punto di partenza, prima delle 10 «pietre angolari» su cui ricostruire il dialogo interrotto, ovviamente il disinteresse per la politica nel suo formato corrente.

Le ragioni del «no»

In media il 15% dei giovani non va a votare ed in Europa su 11 Paesi sondati solo in Italia, Germania e Polonia l’interesse per la politica supera la soglia del 40%. Con i giovanissimi italiani della fascia 15-17 anni che fanno segnare un clamoroso zero per cento.

È vero che in generale i giovani non trovano ispirazione nel pensiero politico contemporaneo, ma si dichiarano comunque felici (89% i tedeschi, 87% i polacchi, un po’ meno gli italiani al 75%), ottimisti, e soprattutto sono fiduciosi sui cambiamenti futuri.

E se non vedono la vita politica tradizionale come particolarmente attraente, tuttavia partecipano ad un sacco di attività. Gli italiani esprimono l’interesse più forte (91%) per le nuove tecnologie e si appassionano soprattutto a cinema, musica e sport, praticato e non.

In un quadro generale in cui nessuno partecipa ad iniziative ed incontri politici, gli italiani sono i primi col 10%, staccando francesi, tedeschi e spagnoli. Che invece hanno il più alto tasso di partecipazione alle proteste (26%, contro il 14% degli italiani e l’11% dei tedeschi).

Altra questione delicata, la rappresentanza. L’81% dei giovani italiani si sente totalmente ignorato dai partiti, secondi in assoluto solo dopo i bulgari. Il 58%, dato anche in questo caso tra i più alti in Europa, pensa che le forze politiche si occupino essenzialmente dei più vecchi.

In generale i giovani europei hanno ben chiare l’agenda delle loro priorità: la salute innanzitutto, quindi felicità, tempo libero, la libertà e la possibilità di far soldi.

Meglio Fi del Pd

All’epoca del sondaggio il Pd col 29% raccoglieva tra i Millenials più o meno gli stessi consensi dei Cinque stelle (31%). Epperò nella classifica sulla capacità di comprendere meglio di tutti i giovani spicca Forza Italia che col 41% stacca nettamente il Pd, secondo col 28%.

Se si guarda invece ai requisiti richiesti ai politici (per gli italiani prima l’onestà col 90%, a seguire intelligenza e rettitudine) è il M5S ad avere ampiamente sempre la meglio su tutti. Solo in fatto di «esperienza politica» il Pd batte M5S 48 a 18.

Sfatato il mito

Risultato finale? Il mito dei Millenials e del loro cattivo rapporto con la politica si sbriciola. In Italia come in Europa i 15-34enni non sono incapaci e apatici, visto che hanno tanti interessi. E soprattutto, non è vero che non credono nella politica ma non credono in questa politica, nella politica come è fatta oggi.

Oggi i giovani si sentono mediamente inascoltati, ma sarebbero prontissimi a credere e a impegnarsi direttamente in una politica che li metta più al centro, con partiti politici più interconnessi e più tecnologici. In una parola più smart.

*www.lastampa.it

tutti pazzi per la Civita