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Non è con Grillo che Renzi sbancherà Berlusconi, ma viceversa.

di Paolo Pillitteri*

Grillo redux che ritorna a Roma (ladrona?), la Capitale corrotta, come diceva il leader dei Cinque Stelle alla buvette della Casta. Grillo, dunque, ha a che fare con un’irresistibile entità: la forza delle cose. O forse si tratta della forza della politica.

Insomma, il problema “grillino” è arrivato alla sua ultima fase: l’omologazione, l’uniformazione ad un determinato modello, con appiattimento delle differenze e delle peculiarità prima esistenti. Omologarsi ai comportamenti generali era – ed è – il passaggio che ogni movimento rifugge con tanta più forza quante più eclatanti sono (o erano) le peculiarità iniziali.

Fu proprio il leader pentastellato a temerla, proprio per la sua stessa ragion d’essere di movimento puro e duro come l’acciaio. Tant’è vero che uscirono dal bunker casaleggiano con parole di fuoco seguite dalle espulsioni contro i trasgressori della purezza del movimento, contro i frequentatori di talk-show coi loro giornalisti “pennivendoli e pericolosi per la democrazia”.

M5S si fonda sulla parola d’ordine programmatica “vaffanculo” nella sua variante “i partiti sono tutti ladri” con relativo invito all’arresto di corrotti, piduisti e criminali.

E in questo modo aveva vinto nel 2013, imponendo ad un elettorato smarrito il “no” a tutto e tutti. Ignorando, una volta giunto in Parlamento, che la casa dei giochi è ben diversa da quella delle elezioni soprattutto se svolte in assenza di una leadership competitiva.

Con l’arrivo di Renzi i giochi sono cambiati. Il presidente del Consiglio ha rovesciato l’impostazione distruttiva mantenendone l’impetuosità, corretta da una progettualità in nome del riformismo e ricerca di alleanze. Di fronte a questo sommovimento tellurico elettorale,

Grillo è stato il più penalizzato, non tanto dalla sconfitta nei voti quanto dalla costrizione di fare i conti con il “nuovo”, giacché quella sconfitta era più politica e solo in parte numerica. Così sono emerse le divergenze interne al movimento, le divisioni con Casaleggio e poi l’approccio quasi appiccicoso a Renzi, col solito cascame dello streaming multiuso.

A ciò si sono aggiunte la voglia di inserirsi nel gioco riformatore, con quei dieci punti buttati e poi ributtati dal Partito Democratico proprio come il gioco della sardina col gatto, benché i giochi siano fatti.

Non è con Grillo che Renzi sbancherà Berlusconi, ma viceversa. Si annuncia, perciò, un’altra sconfitta politica di Grillo nel cui movimento, peraltro, si muovono entità diversificate e marchiate dal peccato originale dell’antagonismo cripto-leninista, costretto a ricorrere all’abbecedario della politica con le sue logiche ferree e omologanti.

Logiche che sembrano accettate dall’ultimo Grillo ridisceso a Roma con gli occhiali abbaglianti dei quali, lo diciamo senza ironia, siamo invidiosi.

Segno, questo, di un’omologazione certificata dalla simbologia oggettistica del prêt-à-porter, ben diverso dalle tute del nuotatore mussoliniano o del tenebroso giubbotto tipo burka. Il diavolo si nasconde nei dettagli. E negli occhiali.

*www.opinione.it

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