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Uno stimolo alla crescita del Paese

di Francesco Forte*

Pubblichiamo ampi stralci del libro di Francesco Forte, "Tutta la verità sulla flat tax" (in allegato da oggi con il Giornale), che spiega perché la riforma rilancerà il Paese. L'introduzione dell'aliquota fissa al 23% è uno stimolo alla crescita del Paese. Ecco perché non va più rinviata

Perché serve all'economia una flat tax, ovvero imposta piatta del 23% o minore, con un'area di non tassazione di 12mila euro per i redditi bassi e medi? Perché la riduzione delle aliquote fa crescere investimenti e occupazione e aumenta il gettito.

La flat tax, a livello teorico, è stata ideata di Milton Friedman nel 1958. Fu ripresa negli anni Ottanta da due economisti americani, Robert Hall e Alvin Rabushka, in uno scritto che fu fatto conoscere in Italia dall'economista liberale Antonio Martino, allievo di Friedman, mediante un volumetto edito dal Crea (Centro ricerche economiche applicate), da lui diretto.

La prima proposta politica di flat tax in Italia fu fatta da Silvio Berlusconi nel programma economico di Forza Italia del 1994, a cura di Antonio Martino, l'economista liberale. Ma allora non riuscì a decollare.

La sua popolarità è emersa nei primi anni Duemila, nei Paesi ex comunisti dell'est Europa, che l'hanno applicata con vari modelli e varie aliquote.

Generalmente queste flat tax riguardano oltreché l'imposta personale sul reddito anche la tassazione dei redditi di impresa e delle società.

Nel giugno del 2015 con Domenico Guardabascio presentavo nella rivista Tempi una proposta di flat tax con aliquota del 22% per lo Stato, affiancata da addizionali locali del 3% al di sopra di un certo importo di reddito, con parità di gettito.

Nel giugno del 2017 l'istituto Bruno Leoni presentava una proposta di flat tax del 25% e una deduzione di base di settemila euro per nuclei familiari con un solo adulto aumentata per nuclei con due adulti.

Nell'autunno del 2017 gli esperti di Silvio Berlusconi hanno elaborato per Forza Italia una proposta di flat tax del 25%, accompagnata da un'imposta negativa per i non abbienti, per un sistema tributario liberale conforme al mercato, orientato alla crescita, con recupero dell'evasione fiscale, mediante un meccanismo per molti aspetti geniale per la sua natura innovativa.

Le sue difficoltà di messa a punto e attuazione stanno proprio in questo meccanismo collegato a un esonero fiscale di diecimila euro per tutti sino a 100mila euro di reddito dichiarato.

In questo studio si propone una flat tax del 23% che darebbe luogo, nel primo anno, a una perdita dello 0,6 del Pil a base imponibile invariata, di cui una parte recuperabile subito con l'emersione di redditi per i quali si è ridotta la convenienza a evadere.

L'Irpef dovrebbe tassare i ricchi ma grava soprattutto sul reddito di lavoro. La flat tax, riducendo l'asprezza dell'Irpef sui redditi da lavoro, aiuta la crescita e l'occupazione.

Le aliquote italiane dell'imposta personale sul reddito sono, formalmente, molto aspre e ripide: 23% sino a 15mila euro, 27% sino a 28mila, 38% fino a 55mila, 41% fino a 75mila, 43% oltre i 75mila euro.

Se però si guarda alla distribuzione dei redditi dichiarati dai contribuenti in Italia nel 2015 e la si aggiorna al 2019 con l'aumento del Pil, si vede che al di sopra di 200mila euro ci sono solo 80mila contribuenti con circa 35 miliardi di reddito, il 4% sugli 890 miliardi dichiarati. In pratica l'Irpef falcidia i redditi modesti e medi, soprattutto di lavoro. È iniqua.

Si nota che oltre i 300mila euro di reddito complessivo in Italia, con dati aggiornati al 2018, ci sono solo 60mila contribuenti su 40,7 milioni di contribuenti ossia lo 0,144% con un reddito complessivo di 27,8 miliardi su 917 ossia il 3,1%.

E che sopra i 150mila euro di reddito ci sono solo 246mila contribuenti ossia lo 0,6% del totale con un reddito di 61 miliardi su 917 ossia appena il 7% del totale.

Gran parte di coloro che avversano la flat tax sostengono che l'Irpef sarebbe conforme alla Costituzione perché progressiva. Ma essa nella realtà, come si è visto, non è affatto uno strumento equo di giustizia tributaria che comporta tassare in misura differenziale i ricchi, ma uno strumento per torchiare con le imposte il ceto medio e dare l'impressione che nel Paese che la applica ci sia la giustizia fiscale, salvo poi ammettere che essa ha grossi problemi di evasione, dovuti al fatto che man mano che crescono le aliquote aumenta la convenienza a evadere.

Comunque urge modificare la progressività dell'Irpef, anche perché essa si inasprisce automaticamente in modo artificioso per effetto dell'aumento dei prezzi che fa aumentare il reddito nominale, accrescendo l'aliquota dovuta, anche se il reddito reale rimane invariato.

La flat tax, sostituendo l'Irpef che è un'imposta progressiva in grandissima parte sui redditi di lavoro, crea nuova occupazione e sviluppo e fa crescere il gettito riducendo la tassazione sul reddito del lavoro. I critici della flat tax, che negano che essa sia favorevole alla crescita del Pil e dell'occupazione, si contraddicono quando sostengono che a questo fine serve la riduzione dei contributi sociali, che - in effetti - genera maggiore occupazione.

La flat tax riduce la progressività del tributo sul lavoro e quindi il costo del lavoro a parità di somma netta nella busta paga, ma mentre i contributi sociali servono a pagare le pensioni, l'imposta personale sul reddito serve a pagare i servizi pubblici generali.

Una flat tax pari o vicina all'aliquota iniziale dell'Irpef senza una gravosa perdita iniziale di gettito che comprometta l'equilibrio del bilancio, sarebbe la via migliore per liberare il fattore lavoro da carichi tributari che comprimono la sua offerta.

In un Paese come l'Italia, con un alto debito pubblico e regole di bilancio di contenimento del deficit che servono a ridurlo, la flat tax dovrà avere un'attuazione graduale, senza danni per i conti pubblici con un programma predefinito, così da generare subito un orizzonte tributario favorevole alla produzione del reddito e all'occupazione.

*www.ilgiornale.it   

tutti pazzi per la Civita

 

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