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Siamo sopravvissuti a un altro 1° Maggio

di Cristofaro Sola*

Ma sarebbe stato meglio fargli il funerale, non festeggiarlo. Chi crede più alla favola della società coesa che celebra il capitale umano?

È tempo di povertà diffusa, di disoccupazione indotta dal modello produttivo, di turbocapitalismo, di salari da fame e di precariato.

Tempo di globalizzazione e di mercati senza regole. Il Lavoro è un concetto da riscrivere se si vuole stare al passo con il divenire della Storia.

Il destino del lavoratore è profondamente cambiato. Non è più in contrapposizione con il “padrone” ma agganciato alla sua sorte d’imprenditore.

Per comprendere il problema del mondo del lavoro, prima del lavoratore bisognerebbe guardare a chi sia in grado di sostenere e sviluppare quel mondo, cioè all’impresa.

La domanda allora non è: “quale lavoro?” ma “quale impresa?”.

Per paradosso, il 1° Maggio dovrebbe trasformarsi in festa del capitale che fa la fortuna e il benessere della manodopera. La specifica è d’obbligo perché non tutto il capitalismo è uguale.

C’è quello giusto, sostenibile che si propone di crescere attraverso la produzione, che concepisce la concorrenza affrontandola dal lato dell’affinamento della qualità dei propri prodotti e c’è quell’altro capitalismo, figlio prediletto del “mercatismo”, al quale non interessa la qualità della vita nel mondo che lo circonda, non ha cuore il bene della forza-lavoro, batte la concorrenza riducendo i salari e i diritti dei dipendenti, non ama il territorio con cui si rifiuta d’interagire e dal quale appena può, dopo averlo spremuto come un limone, scappa per andare a insediarsi altrove.

Il 1° Maggio dovrebbe essere festa di persone che fanno sinergia, di mezzi di produzione e di prodotti, di fabbriche e di aziende agricole, di negozi e di botteghe, di braccia e di menti.

Invece, almeno in Italia, è divenuto festa d’apparati sindacali che hanno ritrovato la propria ragion d’essere nel dispensare alle masse l’oppio dello svago alienante.

Panem et circenses, nella variante del solo “spettacolo”, l’antidoto alla crisi d’idee e di visione.

Anche quest’anno il senso della festa si è riassunto nel concertone offerto dalla “Triplice” (ma i soldi da dove arrivano?) alle turme di “fancazzisti” felicemente appagati dal rock prevedibile di una band musicale, tra la altre presenti all’evento, la quale se la prende con un’incolpevole Elisabetta Casellati che stando al motivetto gli avrebbe “rotto il c…”.

E per riempire il nulla contenutistico della manifestazione, gli organizzatori, dimentichi del loro presente costellato di Caf, Patronati, Enti bilaterali, Commissioni paritetiche, palchi nei fondi interprofessionali, poltrone nelle Camere di Commercio e poltronissime negli Enti pubblici previdenziali, fanno leggere a una simpatica presentatrice un pezzo da “Furore” di John Steinbeck del 1939.

Ma dov’erano i signori del sindacato quando scientificamente la sinistra al governo dei territori smantellava l’apparato produttivo-distributivo della piccola-media impresa locale per spalancare le porte all’insediamento delle multinazionali del mordi-e-fuggi?

Migliaia e migliaia di ettari di terra concessi allegramente alle grandi catene della distribuzione perché costruissero le loro città del commercio sulla pelle dei bottegai e degli artigiani italiani, con la firma complice dei sindacati che si accontentavano del solito piatto di lenticchie fatto di una manciata di posti di lavoro offerti a condizioni da terzo mondo.

Che fine stiano facendo quei posti di lavoro lo sappiamo, ma del triste destino patito dalle migliaia di commercianti e artigiani, uccisi imprenditorialmente, e non solo, dal servilismo della politica e del sindacato ai desiderata del capitale transfrontaliero, nessuno se ne cura.

E poi leggono Steinbeck alla festa? Ma, come diceva il grande Totò, ci facciano il piacere!

L’idea di fare del 1° maggio la giornata dei lavoratori nacque sulla scia degli eventi che il 1 maggio 1886 scossero la città di Chicago.

80mila operai provenienti da tutte le fabbriche degli Stati Uniti si ritrovarono nella città dell’Illinois per protestare contro lo sfruttamento indiscriminato della manodopera e per chiedere l’adozione della giornata lavorativa di otto ore.

Dopo tre giorni di sciopero la protesta degenerò fino a scatenare disordini di piazza che portarono all’uccisione di un poliziotto.

I capi della protesta, ritenuti responsabili della morte dell’agente, pur senza prove che li collegassero direttamente all’omicidio, furono arrestati, processati e la maggior parte condannati al patibolo. Si trattò di un’ingiustizia tremenda che provocò indignazione in tutto l’Occidente.

Per ricordare quel sacrificio d’innocenti il 20 luglio 1889 il Congresso costitutivo della Seconda Internazionale, riunito a Parigi, decise che “una grande manifestazione sarebbe stata organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, i lavoratori avrebbero chiesto alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore”.

Fu scelto il 1° maggio.

A poco più di un secolo dalla sua istituzione la “festa” è ridotta a simulacro della lotta operaia.

Non ci sono più lavoratori impegnati a chiedere il rispetto dei propri diritti ma soltanto padri e madri di famiglia, figli, fratelli e sorelle che, disperati, chiedono all’establishment di poter sopravvivere e di avere un futuro dignitoso.

E quella giornata che sfuma in caciara non è la loro festa.

Se la godano pure gli organizzatori, visto che è soltanto cosa loro.

*www.opinione.it   

tutti pazzi per la Civita  

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