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Chi fa impresa non crede e non ha mai creduto al declino dell’Italia

di Paolo Pillitteri*

Come ormai tutti noi sappiamo, l’allarme suscitato dal coronavirus non è unico, nel senso che non attiene soltanto alla salute, benché nella salvaguardia di questa si ripongano giustamente gli sforzi maggiori.

C’è tuttavia un'altra avvertenza, cioè un altro allarme, cui va data una risposta che nelle ben 295 pagine fra regole, imposizioni, inviti e programmi dei decreti fino ad ora decisi;

non abbiamo trovato o, meglio, non ne abbiamo notato un approccio all’altezza della situazione: la condizione dell’industria italiana e le sue richieste a fronte delle scarsissime risposte che, mal che vada, risiedono nell’ambito dei buoni propositi.

Ovvero nelle parole. Dsds – ds

Il fatto, non si tratta di un’opinione ma di un fatto, è che le industrie e le botteghe sparse sul territorio sono cruciali e la ripresa non può non passare anche dalla loro riapertura, prendendo atto che la loro mancata ripresa in tempi rapidi rischia di produrre un colpo talmente forte da non riuscire più a rialzare la testa accelerando un declino – in un settore storicamente debole – con ripercussioni sociali enormi e col pericolo che migliaia di lavoratori rimangano non solo senza busta paga ma, in futuro, anche senza posto.

Sono affermazioni molto meno vaghe rispetto alla mania decretizia di Giuseppe Conte e sostenute, non a caso, dalla prima merchant bank indipendente del Paese con la proposta di una exit strategy per il dopo Covid-19.

Il presupposto è che la stragrande maggioranza di chi fa impresa non crede e non ha mai creduto al declino dell’Italia e a maggior ragione neppure in questi tempi, e non si rifiuta di pensare ad investimenti tanto più necessari quanto più obbligati dalla gravità della situazione, nel contempo proponendo concreti interventi.

Proprio perché sono convinti che questa tragedia umana non debba trasformarsi in una fatale deindustrializzazione, avanzano la stringente e urgente proposta che l’apertura avvenga in tempi ravvicinati, e già da ora insistono su questo aspetto avvertendo che se si arrivasse a maggio sarebbe un disastro per le aziende produttive, pur aggiungendo che non basta l’apertura sic et simpliciter ma occorre una seria e organica politica industriale, a cominciare dagli interventi fiscali e già da adesso con lo spostamento di tutte le scadenze del fisco e contributive a novembre, oltre alle garanzie per favorire la liquidità ottenendo dalla Banca centrale europea una consistente dote di 300 miliardi da destinare alle banche chiamate a trasferire all’economia reale.

Un allarme esagerato, questo? Di certo da prendere sul serio.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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