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Il rischio della distruzione del tessuto industriale

di Giuseppe Basini*

Poiché, finita l’alluvione di liquidità oggi necessaria per attutire questa enorme e strana crisi, provocata dal virus e da governi mediamente inetti, verrà il momento di pagare con denaro vero (non si può “creare moneta” in maniera continuativa, senza che questa non finisca per valere più nulla), ecco qualche proposta per l’inizio della ricostruzione.

Qualche proposta liberale, che stimoli realmente l’economia, senza distruggere libertà e spirito d’iniziativa, proprietà e accumulo di capitale, indipendenza e creatività, che sono state alla base della nostra democrazia e del nostro sviluppo economico.

Anzitutto due misure di effetto immediato, economico e psicologico: una sanatoria e un condono fiscale e immobiliare, con il pagamento del dieci per cento del dovuto tra imposta iniziale, multe e quant’altro, che sia assolutamente tombale, mentre dovrebbero essere sospesi tutti gli accertamenti (tranne quelli di rilevanza penale) su tutti i reati (o presunti reati) fiscali ed immobiliari non ancora scoperti prima della data del condono.

Sarebbe rapido, utile e giusto.

Rapido, perché moltissimi si affretterebbero a pagare per riacquistare la tranquillità, utile perché sarebbero comunque somme considerevoli, giusto perché non solo molti dei contenziosi derivano da leggi e regolamenti confusi e contraddittori, ma anche perché spesso derivanti da illegittime, ancorché apparentemente legali, pretese collettiviste sulla proprietà privata, il cui godimento invece è, o dovrebbe essere, costituzionalmente garantito.

L’accumularsi smisurato di pratiche che bloccano le Commissioni tributarie, i Comuni e la giustizia amministrativa, sarebbe risolto e si potrebbe riprendere il lavoro, con nuove e più giuste leggi, con maggiore efficienza per il futuro.

Enorme poi l’impatto psicologico, sarebbe la fine dell’incubo che spinge milioni di italiani a mantenersi liquidi (e ad autoconsiderarsi evasori per necessità) per fronteggiare ogni vessazione dello Stato, centrale o periferico e insieme il riconoscimento del ruolo sociale della proprietà privata.

In definitiva sarebbe una spinta fortissima ad investire, ad intraprendere, a far ripartire l’economia.

Lo stesso dicasi per i lacci e lacciuoli di Einaudiana memoria, da allora però molto aumentati.

Il numero elevatissimo di adempimenti cui è costretto l’imprenditore per lavorare, le autorizzazioni discrezionali, i controlli inutili, le maniacali leggi contro una corruzione data per presunta, hanno ingessato l’economia a tal punto che la libera iniziativa, oltre ad essere ormai un esercizio difficilissimo pure per i più intraprendenti, è diventata pericolosa anche per i più onesti.

Le dirigistiche limitazioni urbanistiche del “vincolismo selvaggio” anche laddove non necessarie, sono alla base del deterioramento e dell’abbandono di tante realtà urbane ed agricole, lo spreco di energie, tempo e risorse cui è obbligata l’industria italiana, è diventato un carico anomalo che pesa sui conti delle aziende e sulla produttività, costringendoci a competere con la concorrenza internazionale in grave stato di inferiorità.

Occorre liberare subito le imprese italiane da una burocrazia statale stolida e lenta, quando non occhiuta e persecutoria.

Negli anni Cinquanta, una politica liberale in economia diede vita al miracolo economico e all’elevazione di tutte le classi sociali, la politica dirigista ed egualitarista degli anni seguenti ha provocato stagnazione, rinuncia e arretramento.

Infine la pressione fiscale, da diminuire in due fasi.

Una immediata, con un provvedimento shock di abolizione (non semplice sospensione) delle imposte dirette per il 2020, per dare una decisiva controspinta alla catastrofe economica in arrivo e una a medio termine, comportante una decisiva riduzione di numero e una semplificazione delle troppe e troppo complicate imposte, insieme ad una forte riduzione del carico fiscale complessivo, con un limite massimo all’imposizione totale del 40 per cento da mettere in Costituzione (e che probabilmente indurrebbe a un comportamento virtuoso i contribuenti), il tutto accoppiato ad una riduzione di spesa corrente, molto cauta all’inizio, più forte in seguito.

Infine, sul più lungo periodo, una riduzione dell’imposizione diretta in favore di una indiretta, crescente col lusso dei beni acquistati, più facilmente esigibile, più facilmente tollerabile e tale da aumentare la propensione agli investimenti senza penalizzare troppo gli acquisti, perché il ricco difficilmente rinuncia ai beni di lusso e agli “status symbols”.

L’introduzione di una detraibilità fiscale realmente forte delle donazioni a favore di istituzioni e fondazioni scientifiche, sanitarie, culturali e caritatevoli, aumenterebbe probabilmente la propensione a spendere per opere di pubblica utilità, rispetto alla passiva e obbligatoria acquiescenza alla manomorta di uno Stato inefficiente, burocratico e troppo costoso in sé.

Lo Stato potrà certo essere un attore fondamentale della ricostruzione economica, ma lavorando con il mercato e non contro il mercato, assicurando ad esempio almeno in parte le banche sulle insolvenze per aumentare la loro propensione al credito, fornendo il denaro necessario alla ripresa delle attività, ma non drenando denaro dal sistema privato.

È chiaro che inizialmente tale politica economica sarebbe comunque di “deficit spending”, perché resa obbligata dalla crisi economica di un mondo che, a torto o a ragione, ha improvvisamente smesso di lavorare, ma sarebbe comunque molto diversa da una politica di tipo statalista, perché sarebbe più rapida, più efficiente e potrebbe portare più rapidamente al ritorno ad una gestione virtuosa di bilanci in ordine e di deficit sotto controllo.

Se invece si dovesse seguire la via opposta, rastrellare moneta con una patrimoniale, aumentare la progressività delle imposte, diminuire gli stipendi più alti, insomma utilizzare lo Stato come veicolo primario, se non unico, di accumulo e redistribuzione di capitale, la via della distruzione del tessuto industriale, della povertà e del sottosviluppo sarebbe inevitabile e l’Italia diventerebbe rapidamente un Paese del socialismo reale a livello di efficienza del Venezuela.

Uno potrebbe pensare che sia un rischio inesistente, perché una politica del genere potrebbe venire posta in atto solo da parte di un governo ideologicamente comunista, e che questo non sia il nostro caso.

È vero, non abbiamo solo comunisti al governo, ci sono anche postcomunisti, ex comunisti, social-comunisti e cattocomunisti, mentre il loro principale alleato, al di là della strutturale insipienza, ricorda, per le sue ricette sociali, la sua concezione della giustizia e il suo giacobinismo, i bolscevichi (salvo che con loro la tragedia si ripete in farsa).

Speriamo che l’unica componente di maggioranza che in parte capisce la realtà del riformismo e dell’economia libera e cioè i renziani, insieme ai pochi che nel Pd ricordano la lezione di equilibrio di Romano Prodi, possa resistere a questa tendenza, altrimenti, quando finalmente tornerà il centrodestra, si troverà a dover ricostruire in mezzo a un cumulo di macerie.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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