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Il debito pubblico è la vera garanzia anti-crisi

di Andrea Muratore*

Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha messo in campo il 18 maggio il titolo annunciato ad aprile e studiato dalla squadra del direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera, ottenendo in quattro giorni 22,4 miliardi di euro di finanziamenti.

Una iniezione di fiducia che dovrebbe portarci a trarre utili insegnamenti e, soprattutto, a riflettere sugli errori delle ultime settimane nella gestione dei finanziamenti pubblici.

Con 12 miliardi di domanda inevasa il Btp Italia non ha mostrato certamente problemi di collocamento e, anzi, ora sono 192 i miliardi complessivi di titoli eccedenti il collocamento operativo del Tesoro domandati dal mercato da inizio anno ad oggi.

Oltre cinque volte le risorse che spetterebbero all’Italia, a debito e con l’enigma delle condizionalità, facendo ricorso al Mes.

Per settimane il Tesoro è rimasto scarsamente operativo in materia di nuove emissioni, dapprima confidando in un controllo rapido della crisi da coronavirus (tanto che la prima richiesta di extra-deficit fu di soli sei miliardi di euro) e in seguito vedendo l’azione dispersa in mille rivoli.

Per alcune settimane sono state le nomine delle societĂ  partecipate a tenere banco, poi il claudicante incedere del Decreto liquiditĂ  privo di sicure coperture, infine il dibattito a livello europeo tra Mes, eurobond e Recovery Fund.

Unica eccezione a questa apatia è stata la vincente operazione del Btp Italia, andata “in onda” a un mese dall’annuncio: ma nell’ottica di una ripresa sistemica all’Italia ha fatto difetto un’azione a tutto campo sui titoli di Stato capace di finanziare il deficit e mandare un messaggio a livello globale sulla sostenibilità del nostro debito, considerata inoltre la fase positiva di sostegno della Bce.

Nel primo trimestre 2020 la differenza tra titoli italiani emessi e titoli andati in scadenza è stata di soli 13 miliardi di euro, abbattuta notevolmente dall’inspiegabile saldo negativo di marzo (-23 miliardi), in cui i deflussi degli investitori stranieri dai titoli di Stato italiani sono stati pari a 51 miliardi di euro.

“Si tratta del maggiore deflusso in un solo mese da quando sono iniziate le nostre osservazioni nel 2002”, hanno scritto gli esperti di Unicredit, sottolineando che “il fatto interessante è che i deflussi consistono quasi interamente da titoli a medio e lungo termine mentre sul fronte dei Bot le uscite sono state di sole 1,4 miliardi di euro”.

Il saldo netto dell’Italia è stato inferiore sia alla quota dei due anni precedenti (48 miliardi nel 2019, 35 nel 2018) che a quello delle altre maggiori economie dell’Eurozona, Germania, Francia e Spagna.

Berlino e Parigi non hanno avuto remore a scatenare contro la crisi la potenza di fuoco del deficit nazionale, aumentando le loro esposizioni nette di 33 e 64 miliardi, con Parigi che fa segnare un +33% e Berlino un emblematico +233% rispetto al risultato del 2019.

Ma anche Madrid si mantiene ben sopra l’Italia, passando da 22 a 24 miliardi di euro: tutti e tre i Paesi sanno che l’ora è cruciale e, soprattutto, che il bazooka della Bce interviene a coprire una quota non secondaria delle emissioni.

L’Italia non potrebbe fare a meno di arrabattarsi nel dibattito “Mes sì/Mes no” e cavalcare l’onda positiva della crescita dell’intervento Bce e della domanda di titoli sul mercato?

La leggerezza dimostrata dal Tesoro e la confusione generale, che a livello operativo traspare anche nella complessa mancanza di coordinazione del Decreto Rilancio, guidano la lunga inazione che frena dal lancio di nuove emissioni ordinarie.

Il Btp Italia e il confronto con gli altri Paesi sono lezioni istruttive: il debito pubblico è la vera garanzia anti-crisi, e non sfruttarlo sarebbe un errore irrimediabile.

*it.insideover.com

tutti pazzi perla Civita

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