Pin It
Economia, banco di prova della politicadi Franco Bruni

La sensazione che le indecenti baruffe connesse alle prossime elezioni amministrative distraggano dai problemi concreti dei quali la campagna elettorale avrebbe dovuto occuparsi è molto diffusa.

Altrettanto diffusa è la convinzione che lo scontro politico nazionale che sta sullo sfondo sia pura lotta di potere per il potere, con un contenuto programmatico vago, a tratti surreale, gridato in modo scomposto, senza agganci a progetti alternativi per il governo del Paese.

L’impressione è di un palcoscenico dove si azzuffano con colpi bassi e frasi a effetto eserciti di politici di ogni livello, troppo numerosi, poco competenti, convinti di poter continuare a prelevare la gravosa imposta con cui si mantengono, un’imposta troppo nobilmente chiamata «costo della politica», che sottrae risorse alle attività civili e produttive dei cittadini.

Astenersi dal voto, per manifestare queste sensazioni, è probabilmente sbagliato. Ma la «antipolitica» sta acquistando una sorta di nuova legittimità, che la pone un poco al di sopra del puro qualunquismo. Se anche non fosse la bassa partecipazione alle urne a imporne l’attenta considerazione, l’esperienza di queste elezioni è un’occasione, che le sfilacciate leadership della maggioranza e dell’opposizione non possono sprecare, per cambiar marcia, in vista dell’ormai famoso periodo di tre anni senza votazioni.

Il problema è generale, riguarda l’insieme della politica e la tenuta delle istituzioni. E non è credibile chi propone di risolverlo riformando le istituzioni senza mostrare sufficiente rispetto per quelle esistenti.

Si permetta però a un economista di osservare che la questione è particolarmente grave nell’ambito più delimitato della politica economica. Chi di noi se ne occupa, da mesi è confinato a riflettere e parlare di crisi finanziaria internazionale, di Grecia e di euro, di politiche e di riforme dell’Unione europea e di sanità statunitense, di bilancia dei pagamenti cinese e di mercato mondiale dell’energia. Il tema della politica economica italiana è talmente evanescente da impedire circostanziati contributi all’analisi e proposte costruttive. Il ministro Tremonti si è giustamente messo di traverso a tentativi più o meno espliciti di aumentare il disavanzo e il debito della finanza pubblica. Ma ciò ha finito per soffocare il dibattito sulla ricomposizione delle entrate e delle uscite del bilancio. I provvedimenti adottati sono minimali, poco trasparenti, sminuzzati in leggi e decreti omnibus e milleproroghe, sospetti di distribuire sussidi e aiuti di poco conto a chi cavalca meglio il turbinio delle lobby. Le proposte dell’opposizione non sono state precise e non appaiono affatto sfidanti. Su ciò si stende, da una parte, un ingiustificato ottimismo sulle condizioni relativamente migliori con cui il nostro Paese attraverserebbe la crisi internazionale e, dall’altra parte, un disordinato grido di dolore circa le ovvie condizioni di difficoltà del Paese e, in particolare, delle sue componenti più deboli.

Ma torniamo alle elezioni. La confusione del momento sembra aver partorito, a tratti, promesse di maggior concretezza appena passata la baraonda. Per fare solo un esempio, che potrebbe essere importante, si è persino parlato di una profonda riforma fiscale che arrivi ad articolarsi coerentemente con la realizzazione del federalismo. Accenni in questo senso del governo paiono aver addirittura ricevuto una curiosa attenzione di parte dell’opposizione. E c’è forse qualcosa che bolle in pentola anche in altre materie, dal mercato del lavoro, al Welfare, all’istruzione e alla ricerca. È evidente che si possono fare politiche ambiziosissime e preziose senza compromettere l’equilibrio del bilancio. Ed è evidente che c’è una domanda esasperata di indicazione delle priorità, di dibattito sulle priorità, di ristrutturazione delle entrate e delle uscite, di scelte che concentrino provvedimenti e spese in quantità significative là dove più occorrono, sopportando i costi politici di sacrificare il resto. Non è questo il luogo per entrare nel merito di tutto ciò. È solo il caso di insistere perché, nel dopo elezioni, si approfitti del fatto che la politica economica ha una sua speciale concretezza, che si può tradurre in statistiche, numeri, tabelle di piano e di previsione da discutere con trasparenza nel governo, nel Parlamento, nel Paese, sui giornali. Sarà la distorsione mentale di chi si occupa di economia: ma perché non sperare che sia proprio mettendo la politica economica in prima linea che governo e opposizione potrebbero recuperare rapidamente un poco di credibilità, da spendere poi in tutti gli altri campi della vita civile e istituzionale che richiedono l’azione di indirizzo e di riforma di una politica che si faccia rispettare?
www.lastampa.it

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna