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Marilyn fu uccisa per volontà di Bobby Kennedy: la verità in un libro

Secondo la ricostruzione de "L'omicidio di Marilyn Monroe: caso chiuso" ad uccidere la diva sarebbe stato il suo psichiatra

La morte di Marilyn Monroe, avvenuta la notte tra il 4 e il 5 agosto 1962, non sarebbe stata un suicidio come riportarono le fonti ufficiali, ma un vero e proprio omicidio, orchestrato da Robert Kennedy per non permettere all’attrice di rivelare gli “sporchi segreti” sulla famiglia Kennedy che questa minacciava di esporre.

Oltre a Kennedy, che ne sarebbe stato il mandante, a far parte del complotto sarebbero stati: una delle sue guardie del corpo, suo cognato (l’attore Peter Lawford) e lo psichiatra di Marylin, il Dr. Ralph Greenson, che sarebbe stato quello che avrebbe di fatto commesso l’omicidio, somministrando alla donna l’iniezione fatale.

Queste e molte altre sono le scottanti accuse formulate da Jay Margolis, giornalista investigativo ed esperto del caso Monroe, e Richard Buskin, già autore di oltre 30 best-seller, nel libro di prossima pubblicazione, dal titolo “L’omicidio di Marylin Monroe: Caso Chiuso”, di cui il Daily Mail dà una anteprima.

A seguito di un lavoro durato anni, i due investigatori sarebbero riusciti a ricostruire, attraverso le dichiarazioni di alcuni testimoni oculari, interviste ad altri personaggi più o meno coinvolti e prove fisiche, l’intera dinamica non solo della notte dell’omicidio, ma anche del successivo insabbiamento da parte della polizia e dell’FBI, nel quale pare che persino J. Edgar Hoover, allora direttore dell’FBI, fosse coinvolto.

Negli anni, numerosi scrittori, giornalisti e autori hanno provato a sciogliere il mistero legato alla morte dell’attrice di Hollywood più famosa di sempre, ricomponendo ognuno un tassello del puzzle man mano che nuovi testimoni si facevano avanti o nuove prove venivano scoperte.

Dopo oltre 50 anni dalla morte di Marilyn, la ricostruzione di Margolis e Buskin sembra che possa finalmente essere quella che riuscirà a rispondere a tutti gli interrogativi rimasti finora irrisolti.

Il tabloid britannico Daily Mail fornisce sul suo sito web una corposa anteprima delle esplosive dichiarazioni pubblicate nel libro.

“Bobby Kennedy era determinato ad azzittire Marilyn, a qualsiasi costo” avrebbe rivelato anni dopo Peter Lawford secondo gli autori, in preda al rimorso per l’omicidio della bella attrice.

“È stata la cosa più pazza che lui abbia mai fatto e io sono stato altrettanto pazzo da lasciarla accadere”.

All’omicidio, secondo gli autori del libro, avrebbero assistito ben cinque persone, tre delle quali confermano che lo psichiatra dell’attrice, il Dr. Ralph Greenson, sarebbe stato l’effettivo responsabile della morte, ma per capire a fondo tutta la dinamica, e soprattutto il movente, bisogna tornare indietro di qualche mese.

Nell’estate del 1962, Bobby Kennedy, fratello del Presidente JFK, fu inviato a Los Angeles per convincere Marilyn Monroe a smettere di chiamare la Casa Bianca perché il Presidente non avrebbe divorziato dalla moglie Jackie per sposare lei.

Fu in quell’occasione che – secondo questa ricostruzione - Bobby cadde sotto l’incantesimo di Marylin e finì a letto con lei.

“Non era intenzione di Bobby andarci a letto, ma quella volta i due passarono la notte nella nostra camera degli ospiti”, dichiarò il cognato.

A quanto pare, l’elicottero dei Kennedy era spesso parcheggiato sulla spiaggia di fronte casa Lawford, vicino Los Angeles, e JFK vi avrebbe trascorso così tanto tempo ad intrattenersi con attricette di belle speranze, che la residenza era anche conosciuta come “l’ala Ovest della Casa Bianca”.

“Quasi subito la scappatella diventò qualcosa di molto più grande e i due cominciarono a vedersi molto spesso” rivelò ancora Lawford.

Le attenzioni di Marilyn si spostarono dal Presidente a Bobby e lei cominciò a chiamare il Dipartimento di Giustizia per farselo passare al telefono.

Apparentemente, lui le aveva promesso di lasciare Ethel, ma quando cominciò a tirarsi indietro, Marilyn cominciò a minacciare di indire una conferenza stampa dove avrebbe rivelato le sue relazioni con i fratelli Kennedy e tutti i pericolosi segreti che conosceva su di loro e che aveva annotato sul suo piccolo diario rosso.

Che Bobby pretendesse a tutti i costi di sapere dove fosse il diario, lo si apprese in seguito, dalle registrazioni dei microfoni che l’FBI aveva piazzato nella casa di Marylin, dalle quali emerge che Kennedy chiamò lo psichiatra dell’attrice (un altro con il quale lei andava a letto), ordinandogli di rivelare pubblicamente la loro relazione.

Una dichiarazione del genere non solo avrebbe messo fine alla carriera del Dottore, ma lo avrebbe anche condannato alla prigione.

In questo modo, Kennedy si sarebbe assicurato la lealtà del dottore, che avrebbe promesso di “prendersi cura di lei”.

L’ultima visita di Robert a casa della Monroe sarebbe avvenuta nel pomeriggio del 4 agosto 1962, mentre Lawford beveva un bicchiere di champagne a bordo piscina in attesa che i due amanti si chiarissero.

Quella che doveva essere una breve conversazione, sarebbe degenerata e una Marilyn “sempre più isterica” avrebbe rinnovato la minaccia della conferenza stampa in cui avrebbe rivelato tutto quello che sapeva, facendo infuriare Bobby, che le ordinò di non scrivergli né telefonargli mai più.

Non accettando di essere scaricata, Marilyn avrebbe cominciato a strillare e, afferrato un piccolo coltello, si sarebbe scagliata contro l’uomo, venendo fermata dal provvidenziale arrivo di Lawford, che nel frattempo sarebbe rientrato, attirato dagli strilli.

La presenza di Kennedy sul posto venne confermata dai vicini di casa dell’attrice, che testimoniarono di averlo visto lasciare la casa e poi tornare con una delle sue guardie del corpo, la quale – secondo Lawford - avrebbe iniettato sotto l’ascella dell’attrice una dose di calmante e, mentre la donna era sedata, Bobby e il cognato avrebbero messo a soqquadro la sua casa per trovare il famigerato diario rosso.

Ma l’effetto del calmante non sarebbe durato abbastanza a lungo, così la guardia del corpo avrebbe dovuto farle anche un clistere con dentro disciolte varie pillole per dare ai complici ulteriore tempo per la ricerca del diario.

Gli uomini avrebbero lasciato la casa dell’attrice verso le 22.30, ma solo un’ora più tardi, l’abbaiare incessante del cagnolino della diva avrebbe richiamato l’attenzione della domestica e di suo figlio, che, sopraggiunti per sincerarsi delle sue condizioni, trovarono Marilyn nel cottage degli ospiti con la testa riversa fuori dal letto e, sospettando l’overdose, chiamarono immediatamente un’ambulanza.

I due paramedici che con la loro ambulanza arrivarono per primi sulla scena verso mezzanotte furono Murray Liebowitz e James Hall.

Il primo non ha mai rilasciato nessuna dichiarazione sugli eventi di quella notte, quindi tutta la ricostruzione dei primi soccorsi prestati all’attrice passa attraverso la testimonianza del secondo che, lavorando al tempo come barelliere già da alcuni anni ed essendo figlio di un chirurgo e un’infermiera, viene ritenuto dagli autori del libro un testimone particolarmente affidabile.

Arrivati sul posto, i due paramedici avrebbero disteso la Monroe per terra e proceduto a farle il massaggio cardiaco.

“Era nuda, non aveva né una coperta né un lenzuolo.

Non c’erano bicchieri, non c’era alcol… ci accertammo che respirasse ancora ma il suo respiro e il suo polso erano molto deboli ed era incosciente,” osservò Hall.

Sul suo comodino ci sarebbero state delle bottigliette di pillole, ma - secondo questo testimone - erano tutte ben chiuse.

Anche dell’acqua o dell’alcol, che sarebbero dovuti servire a ingerire le pillole di cui l’attrice avrebbe fatto abuso secondo la versione ufficiale, non ci sarebbe stata traccia al suo arrivo.

Ciò che colpì immediatamente il paramedico mentre si chinava sulla Monroe per prestarle soccorso fu l’assenza di vomito, circostanza particolarmente insolita nei casi di overdose.

Così come il fatto che il suo alito non puzzasse di alcol né di droghe, altro classico sintomo dell’overdose.

Questo, secondo gli autori del libro, screditerebbe la tesi ufficiale, secondo la quale l’attrice sarebbe morta per aver ingerito un imprecisato numero di pillole nel tentativo di suicidarsi.

Effettuato con successo il massaggio cardiaco, mentre uno dei paramedici attaccava la donna ad un respiratore, l’altro sarebbe corso all’ambulanza per prendere la barella.

In quel frangente, il testimone ricorda l’arrivo del Dr. Greenson, lo psichiatra di Marilyn, che si presentò sulla soglia affermando di essere il dottore della paziente.

Hall ricorda di essere rimasto colpito dalla richiesta del medico di togliere il respiratore, dato che questo stava funzionando perfettamente, ma fece come gli veniva richiesto.

Solo che, invece di affrettare i soccorsi e portare la donna in ospedale, il Dr. Greenson si sarebbe invece occupato in prima persona di riempire una siringa con fenobarbital non diluito, e, sempre secondo il testimone: “Le tastò le costole come un principiante e poi spinse l’ago nel petto, ma questo non andò subito a fondo: era come bloccato su una costola”, ricorda il paramedico.

“Invece di fare un nuovo tentativo, il dottore si limitò ad aumentare la pressione, con le guance che gli tremavano per lo sforzo. Spinse così forte che la costola si è spezzò con un rumore secco”.

Oltre ai due paramedici, ad assistere all’iniezione fatale - come confermano alcune registrazioni - c’erano anche Peter Lawford, il cognato dei Kennedy, e il Sergente della Polizia di L.A. Marvin Iannone, che pure lavorava per Bob K.

Tre dei cinque presenti, dunque, avrebbero confermato che l’iniezione del Dr. Greenson sarebbe stato l’attimo fatale per Marylin Monroe.

Quello che avvenne veramente nelle ore successive al decesso della star non è ancora del tutto chiaro.

Sicuramente il corpo venne spostato dal cottage degli ospiti, dove l’aveva trovata la governante prima di chiamare i soccorsi, alla camera da letto dell’abitazione principale, dove venne poi ritrovata dalla Polizia, che però giunse sul posto solo verso le 4 del mattino.

Il motivo di questo ritardo non è ancora del tutto chiaro, quel che è certo – secondo gli autori del libro - è che già in quelle ore sarebbe cominciato l’insabbiamento dell’omicidio.

Stando agli atti ufficiali, l’autopsia non rivelò indizi che potessero far pensare ad un omicidio, in realtà il coroner che la effettuò i suoi dubbi li aveva sempre avuti, ma fu debitamente scoraggiato dal renderli noti e il consulto tossicologico che richiese per confermare l’overdose non arrivò mai.

Tuttavia, un fotogiornalista del Life Magazine riuscì ad entrare clandestinamente nell’obitorio e a fotografare il cadavere di Marilyn, provando che il corpo mostrava segni di evidenti ecchimosi, particolare che avrebbe quantomeno dovuto far sorgere il sospetto che si fosse effettivamente trattato di qualcosa di più di un suicidio.

Nonostante la notorietà della vittima, il capo della Polizia di Los Angeles, William Parker, non incaricò mai nessun detective di indagare sul caso.

Lo stesso Parker, intimò alla giornalista May Mann di smettere di pubblicare articoli sulla vicenda dicendo che “non sarebbe stato un bene per la sua salute”.

Secondo il Detective Mike Rothmiller, a portare avanti -non ufficialmente- le indagini sulla morte della Monroe fu l’unità OCID (Divisione Investigativa Crimine Organizzato): “Loro avevano il potere di rovinare la vita e la reputazione dei personaggi coinvolti… o di salvaguardarla. Ed è quello che fecero con l'inchiesta Monroe: proteggere il nome della dinastia Kennedy”.

J. Edgar Hoover, Direttore FBI (1895-1972)Ulteriori fonti confermano che sia l'FBI che la CIA avevano la casa di Marilyn sotto controllo ed una di queste testimonia che J. Edgar Hoover in persona, sapeva che Bobby era stato all'interno di quella casa la notte in questione insieme con altre due persone.

Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe un vicino di casa di Hoover, che nel 1962 era solo un ragazzo, che si fece avanti anni più tardi rivelando che l’uomo avrebbe ammesso all’epoca dei fatti che Marilyn Monroe era stata assassinata, ma che non avrebbe arrestato Bobby perché preferiva usare l’informazione sulla sua colpevolezza per ricattarlo in modo da continuare a garantirsi la sua posizione a capo dell’FBI.

Quindi il caso dell’omicidio di Marilyn Monroe può finalmente essere chiuso?

Come andarono veramente le cose, probabilmente, non lo sapremo mai, certo che quest’ultima ricostruzione degli eventi appare senza dubbio verosimile ed è supportata da un grande quantitativo di testimonianze dirette e prove fisiche.

Sarà abbastanza forte da far riaprire ufficialmente il caso?

La versione del libro in lingua originale, “The murder of Marilyn Monroe: case closed”, è già ordinabile online e sarà disponibile a partire dal 21 maggio.

In Italia potrebbe arrivare già dai primi di giugno.

www.yahoo.com

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