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Dario FranceschiniSolo Franceschini non si arrende

di Luigi Mascheroni*

Gli scrittori che firmarono l'appello contro l'acquisizione si sono già riposizionati. A insistere sui rischi ormai rimane giusto il ministro. Che pubblica per Bombiani...

Mondadori aveva contro un bel pezzo di intellighenzia , che in Italia o è di sinistra o non è, e alla fine ce l'ha fatta comunque.

Ha acquistato il comparto libri di Rcs (e anche le librerie: la leggendaria Rizzoli di New York e la storica Rizzoli appena ristrutturata in Galleria a Milano) e la mattina dopo la sigla dell'accordo, come sempre succede nel nostro Paese delle rivoluzioni da salotto, chi aveva firmato e remato «contro», è rientrato nei ranghi obtorto collo .

I «bravi» scrittori che a febbraio firmarono l'appello di Umberto Eco sul Corriere della Sera , cioè Rcs, sotto il titolo manzoniano e minaccioso "Questo matrimonio non s'ha da fare..." , ritenendo «pericoloso» che la Mondadori si prendesse una quota di mercato stimata attorno al 40% (e quindi non la «maggior parte» come molti continuano a sostenere), oggi hanno già smorzato i toni, fatto distinguo, riposizionato le critiche e ridotto le apprensioni.

Un conto è manifestare teoricamente, un altro decidere di uscire davvero dal nuovo mega-editore. La coerenza non paga, Mondadori sì. Qualcuno ingoierà il rospo.

Ad esempio Andrea De Carlo, un autore del catalogo Bompiani il quale aveva messo il nome in calce all'appello contro la fusione, lunedì mattina, poche ore dopo l'ok definitivo di Rizzoli alla sofferta operazione, già spiegava a ilLibraio.it di aver cambiato idea: «La realtà è che Rcs non era certo un gruppo piccolo e indipendente. Quel che è successo è che un “mostro” ha comprato un altro “mostro”. Ma non parlerei di monopolio...».

E Nicola Lagioia, premio Strega 2015 e capo-corrente degli einaudiani da sempre insofferenti alla proprietà berlusconiana, ha subito dichiarato che «non ci saranno pericoli per l'indipendenza delle varie case editrici. Einaudi quando fu acquisita da Mondadori non ha perduto la sua autonomia». Insomma, consiglia a tutti gli «oppositori» di sedersi ai tavoli di Segrate senza paura. Le rivoluzioni no, ma il dissenso all'italiana a volte è un pranzo di gala.

Certo, alcuni, come Sandro Veronesi e Dacia Maraini (la quale però ieri sera ha detto di avere contratto esclusivo con Rizzoli per qualche anno e «Non posso cambiare le cose. Devo vedere, devo capire...») rimangono a parole contrari all'accordo. Resta da vedere se avranno il coraggio (la convenienza economica no di sicuro) di sfilarsi dall'impero Mondadori.

È più probabile che adotteranno lo stesso escamotage degli einaudiani che rimasero sotto Berlusconi, come Augias, Scalfari e tanti altri: diranno che ormai hanno un legame di fiducia con gli editor, che lavorano con persone professionalmente valide da anni, che con la proprietà (il Cavaliere) non hanno alcun rapporto, e che comunque non sono loro a guadagnare soldi grazie a Berlusconi, ma semmai è Berlusconi a guadagnare coi loro libri. Il reparto favole, in Mondadori, va benissimo. Certo.

Per evitare equivoci chi ha dei dubbi potrebbe passare a un piccolo editore. Ma poi dovrebbe rinunciare alla grande distribuzione e alla visibilità mediatica che i salotti tv riservano soltanto alle sigle di peso. E il sacrificio sarebbe davvero troppo oneroso.

Alla fine l'unico duro&puro rimane il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, il quale già nei mesi scorsi si era esposto con un tweet molto preoccupato: «È troppo rischioso che una sola azienda controlli metà del mercato». Ieri ha ribadito la sua posizione: «Ho già detto come la penso sui rischi di questa operazione per il delicato mercato dei libri. Ma ho anche ripetuto che il governo non può e non deve intervenire.

Sarà semmai l'Antitrust a valutare l'operazione». Anche se - al di là dell'irritualità di un ministro della Repubblica che interviene in un accordo fra privati - il vero rischio è il conflitto di interessi. Di Franceschini, autore Bompiani.

Comunque, per tagliare la coda di polemiche a un dibattito editoriale che sorprendentemente appassiona tanto un Paese in cui il 60% delle persone non legge nemmeno un libro all'anno, e a leggerne uno al mese è il 10% (facendo venire il sospetto che il problema non sia economico ma ideologico), basti citare la posizione molto liberale e molto terzista di Paolo Mieli, «Presidente Rcs-Libri ancora per qualche mese», come si è presentato ieri intervenendo ad Agorà su Raitre: «Rizzoli e Mondadori sono come Coppi e Bartali, è normale che la fusione faccia clamore. In futuro nasceranno gruppi editoriali sempre più grandi.

Non dobbiamo preoccuparci né opporci. È ridicolo descrivere l'operazione come una manovra autoritaria». Ecco, appunto. Ridicolo.

*www.ilgiornale.it