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Beppe GiuliettiÈ l'ex capo Usigrai Giulietti, fondatore di Articolo 21 ed ex deputato Pds e Idv

di Roberto Scafuri*

Con Beppe Giulietti non si litiga, si acconsente. Non si finisce contro, si gira in tondo.

Ed è con questo spirito di gioia ecumenica che il mondo politico ha salutato l'elezione di un ex collega di Casta alla guida del sindacato dei giornalisti, la Fnsi.

Giulietti presidente, dunque.

Evviva: al primo colpo e con ben 78 preferenze quando ne bastavano 72.

Inerme, anzi annichilita la minoranza di 20 schede bianche e sei voti dispersi nel nulla.

Degna d'interesse la schiera di giubilanti: è felice il pidì Realacci e sono contenti i fraticelli d'Assisi; si congratula il vendoliano Fratoianni e «augura di cuore» il forzista Lainati; si spertica in lodi il veltroniano Verini e gongola l'ex portavoce berlusconiano Bonaiuti, oggi Ncd.

Di fronte a tale e cotanto trasversalismo non si può che acconsentire, perché chi lo conosce sa da anni che con Beppe si litiga furiosamente e mai sul serio, che sotto quell'eskimo sfoggiato negli anni di lotta, quell'aria un tempo arruffata, batte il docile cuore del giornalista che fa carriera.

In Parlamento dal '94 e per cinque volte rieletto, Giulietti ha salterellato dal Pds-Ds a Di Pietro al Misto.

Con la stessa tecnica del tarzan che ulula mentre balza di liana in liana, il caro Beppe aveva lasciato presto il lavoro di redazione per il carro del sindacato.

Non vedendone uno all'altezza, a Fiesole se ne inventò uno al passo coi tempi.

Sòla anche questa, perché si trattava della riverniciatura del vecchio correntone catto-comunista che si chiamava Rinnovamento (il concorrente era Stampa Democratica, quello di Tobagi, che non a caso finì sotto i colpi del terrorismo idiota dei figli di papà).

Ma fu con l'avvento di Berlusconi in politica che Giulietti, in forza alla sede Rai di Venezia e già leader dell'Usig-Rai (vera agenzia permanente di collocamento di dc e post-comunisti), spicca il volo.

Fa dell'antiberlusconismo il cavallo di battaglia nell'informazione, e grazie ad esso diventa l'esperto numero uno in fatto di tivù.

Inventandosi, con Pancho Pardi e Moretti, il presidio democratico dei girotondi attorno alla Rai, così da scacciarne qualsiasi intromissione berlusconiana (la sua tesi: tanto Silvio ha le sue, di tv).

Laureatosi con tesi sugli anabbatisti («già allora provava una irresistibile attrazione per gli eretici», scrive di sé), a 62 anni il portavoce di Articolo 21 comincia la nuova vita a difesa dei giornalisti.

Tutto bello, tutto giusto, se non fosse che da quando ironizzava sul «pericolo che si aggira per l'Italia: i girotondi» e chiamava il popolo a difendere la Costituzione «fatta a pezzi dal Cav», non l'abbiamo più visto muovere un ciglio. Neppure quando il Rottamatore l'ha fatto sul serio.

Nessun girotondo, nessuna chiamata alle armi. Piuttosto la sua elezione a gestire i «microfoni del potere» orchestrati da Renzi.

Forse è solo colpa nostra, ci eravamo distratti. O non abbiamo più voglia di girare in tondo. O forse non c'è più nulla da difendere.

*www.igiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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