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Il Giro d’Italia? Una “domenica perenne”

di Andrea Muratore*

Il Giro d’Italia? Una “domenica perenne”.

Gino Bartali? Il De Gasperi della carovana rosa.

La bicicletta? Il giusto mezzo tra artigianato e capitalismo.

Sono solo questi alcuni dei sottili e interessanti paragoni che si possono cogliere tra la corsa ciclistica più nota d’Italia e l’anima profonda del Paese leggendo le corrispondenze che Indro Montanelli realizzò seguendo le edizioni del 1947 e del 1948 del Giro d’Italia.

Finita la seconda guerra mondiale, temporaneamente “esiliato” dalla cronaca politica e internazionale a causa del suo passato fascista – sebbene avesse alle spalle anni da “critico” del regime – Indro da Fucecchio non visse in ogni caso l’invio al seguito della “Corsa Rosa” come una retrocessione.

E la raccolta degli articoli realizzati per la testata di Via Solferino curata dal giornalista della Gazzetta dello Sport Andrea Schianchi, Indro al Giro – Viaggio nell’Italia di Coppi e di Bartali, lo testimonia.

Montanelli intuì che nella corsa ciclistica si condensavano le emozioni, i sentimenti e le aspettative di una Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

Assieme al Grande Torino di Valentino Mazzola, tragicamente scomparso nella Tragedia di  Superga del 4 maggio 1949, Fausto Coppi e Gino Bartali erano i simboli sportivi di un Paese che rinasceva.

Nel 1946 il comitato organizzatore, presieduto da Bruno Roghi, direttore de “La Gazzetta dello Sport”, volle con tenacia e testardaggine superare ogni ostacolo fisico e psicologico per dare all’Italia la sua competizione sportiva prediletta, si scontrò con immani difficoltà logistiche, legate alla totale devastazione della viabilità italiana a seguito del conflitto, ma riuscì infine a disegnare un percorso allo stesso tempo competitivo e simbolico.

Toccando tutte le province più colpite dal conflitto, portando il Giro a subire un assalto di facinorosi filo-titini a Trieste, ma lanciando in ultima istanza il doveroso messaggio di unità nazionale che era intenzionato a trasmettere.

Montanelli racconta dunque i Giri della nuova speranza dopo quello, simbolico, della ripartenza.

Mutatis mutandis quanto di cui avremmo bisogno in un’Italia che prima ancora dalla pandemia di Covid-19 è messa a terra dalla mancanza di fiducia del futuro.

Il Giro d’Italia rappresentò per Montanelli un osservatorio privilegiato sulla società e gli stili di vita degli Italiani nell’immediato Dopoguerra dato che il futuro fondatore del Giornale, nota Schianchi nell’introduzione al testo, capì la valenza dell’evento sportivo: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia.

Ovviamente come appare a lui, non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto stile del personaggio, sono controcorrente”.

Montanelli non è un esperto di cronaca sportiva, e unì una sincera passione per determinate fasi della corsa a un graduale passaggio verso un’introspezione “sociologica” dell’italiano del 1947 e del 1948.

Che non corrispondeva solo al diseredato privo di speranze e cinico della filmografia neorealista ma incarnava, invece, una voglia di normalità e seppe cogliere il messaggio lanciato dal Giro, caleidoscopio dell’italianità, archetipo di un Paese che ama narrarsi diviso e frazionato nel particolarismo più di quanto sia in realtà.

E la forza aggregatrice di una manifestazione sportiva che da oltre un secolo tocca paesaggi, città, borghi e sentieri di tutto il Paese come a fare da fil rouge di connessione testimonia quanto l’Italia possa, alla bisogna, riscoprirsi comunità.

Montanelli, liberale di formazione, nota lucidamente e con onestà intellettuale quanto la fase storica vissuta dal Paese imponesse il superamento di particolarismi e individualismi, ma non manca nelle sue cronache di elevare a protagonisti gli irregolari, i “corsari” della carovana rosa, i gregari anarchici in fuga per la vittoria di una tappa, non esclude punture di spillo agli organizzatori che per disegnare arrivi scenografici modificando i percorsi delle tappe hanno tarpato i sogni di gloria dei suoi beniamini.

In particolare, Montanelli stigmatizza la scelta di far concludere la sesta tappa del Giro del 1948 nel bel mezzo dei Fori Imperiali a Roma: qui “gli scrupoli archeologici” degli organizzatori hanno impedito al suo prediletto corridore, il “gregario anarchico” per eccellenza Angelo Menon, di guadagnarsi una meritata vittoria a causa di un cedimento avvenuto proprio a poche centinaia di metri dal sipario conclusivo.

Anarco-conservatore, testardo e cocciuto, mai chino ad ogni conformismo, Indro da Fucecchio non poteva non essere affascinato dal profondo dualismo del Giro: sfida collettiva e di squadra per le formazioni chiamate a partecipare, cimento individuale per ogni partecipante.

In cui spesso veniva premiata l’anticonvenzionalità, il pensiero laterale, il rifiuto dell’appiattimento sulla mediocrità.

“Italiani, disobbedite, disobbedite sempre, anche al Giro d’Italia!

È solo così che si mandano all’aria le dittature dei capitani”, dichiarò Montanelli dopo la dodicesima tappa del 5 giugno 1947.

Il manifesto della vita anticonvenzionale del maestro del giornalismo italiano del Novecento riassunto in poche battute corrispondeva anche all’invito a respirare la nuova aria di libertà che il Paese poteva respirare dopo la fine della guerra e la caduta del fascismo.

Incarnata pienamente dalla lunga domenica perenne avente in palio la maglia rosa.

*www.ilgiornale.it

tutti pazzi per la Civita

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