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UNA RICERCA INGLESE SULLE EMOZIONI

Donna che piange s'ammala di meno 

In una vita quasi sedici mesi trascorsi in lacrime.  

“L’uomo si trattiene e non elimina i rischi da stress”


A chi non è capitato almeno una volta di sentire il cuore gonfiarsi come un palloncino per poi esplodere in un pianto disperato, di quelli convulsi e torrenziali che pensi non finiscano mai?

Le lettrici di questo articolo conoscono di sicuro l'argomento.

O almeno dovrebbero.

Secondo un rapporto di TheBabyWebsite pubblicato dal «Daily Mail» le donne trascorrono in media 16 mesi della loro vita con gli occhi arrossati e il naso gocciolante.

Gli uomini no: perfino i cuccioloni più sentimentali affondano il viso nel fazzoletto un quinto meno delle compagne.

Un problema per le donne?

Niente affatto: piangere elimina lo stress, fa vivere meglio e può tenere lontane le malattie nervose.

Teorema e corollario del batticuore, le lacrime disegnano la mappa delle emozioni soprattutto femminili.

Conta poco che alla radice dello sfogo ci sia il tradimento del partner adorato, la scomparsa di una persona cara o il rimprovero ingiusto del capoufficio: all'alba del diciannovesimo anno d'età le fanciulle cominciano a cedere ai lucciconi 2 ore e 14 minuti la settimana.

«Il pianto è naturale ma socialmente e culturalmente è più accettato nelle donne, che vengono incoraggiate sin da bambine a esprimere i propri turbamenti», osserva
Malcolm Cross, docente di Psicologia cognitiva alla City University di Londra.

Un'impiegata che prende improvvisamente a singhiozzare in ufficio è un inconveniente di routine come il ritardo della metropolitana, a condizione che l'afflitta non appartenga a quell'8% statistico che va avanti incontenibile per un'ora intera.

Macho immune
L'abbandono maschile ha qualcosa di forzato, un cedimento rovinoso come una frana, l'evento eccezionale cui pochissimi hanno assistito, cantato da
Lucio Battisti nel ritornello di Anna. Se solo il 10% delle lacrime femminili cadono a comando, la percentuale si dimezza negli uomini.

«Il linguaggio del pianto non è il nostro forte», ammette l'opinionista
William Leith, autore del saggio «Fuori pasto. L'ossessione del cibo nell'era del consumismo».

Una forma di analfabetismo antica: «Sin dall'età della pietra gli uomini hanno dovuto nascondere la propria fragilità.

Se dimostri d'essere debole gli altri uomini se ne accorgono e sei spacciato».

Gli studiosi aggiungono ragioni mediche.

«Le persone con livelli di testosterone alti tendono a piangere meno», nota il commentatore scientifico del Daily Mail, Michael Hanlon.

Un fenomeno descritto sul Psychological Journal già nel 1983 che conferma l'effetto dissonante del vero macho che si asciuga gli occhi umidi con il dorso della mano.

Sintomo d'insicurezza e disperazione i lucciconi sono però anche profondamente liberatori. «Piangere è una forma d'espressione pre-verbale che può comunicare qualsiasi stato d'animo represso, tristezza, rabbia, impotenza», spiega
Mila Palma, psicoterapeuta al St Thomas' Hospital di Londra.

L'alternativa al diluvio, talvolta, è il terremoto: «Gli uomini, generalmente più trattenuti nell'esternare le emozioni, hanno maggiori problemi di violenza.

Anziché singhiozzare per mezz'ora capita che spacchino un vetro o diano un pugno a qualcuno». Per questo sul tavolo della dottoressa Palma non manca mai un'abbondante riserva di fazzoletti di carta: «Il pianto è terapeutico. Ho lavorato molto con persone che dovevano superare il trauma di un lutto, un caso in cui la reazione maschile e quella femminile si assomigliano. Sapere che il medico al di là della scrivania non giudicherà gli occhi arrossati aiuta gli uomini a lasciarsi andare, in particolare gli uomini inglesi assai più controllati degli italiani».

Magari poi continuano a casa, protetti dalla notte omertosa in cui viene versato il 39% delle lacrime.

Cross definisce la funzione strategica del pianto: «Le lacrime possono essere utilizzate per attirare l'attenzione su una difficoltà nascosta. Per questo gli uomini che si trattengono troppo sono stressati, spesso convivono con problemi inespressi e irrisolti».

Meglio mollare l'àncora e perdersi nei propri flutti.  

FRANCESCA PACI – LA STAMPA 

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