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L'attentato alla Sinagoga di Roma

Avvenne il 9 ottobre 1982

Fu condotto da un commando di terroristi palestinesi (almeno cinque),ritenuti parte del Consiglio rivoluzionario di al-Fath di Abu Nidal, e causò la morte di Stefano Gaj Taché (2 anni) e il ferimento di altre 37 persone.

Fu definito il più grave attentato antisemita avvenuto in Italia a partire dal secondo dopoguerra.

L'attentato avvenne alle 11:55 di sabato 9 ottobre 1982, giorno in cui si celebravano contemporaneamente lo shabbat, il bar mitzvah di alcune decine di adolescenti della comunità ebraica romana e lo Shemini Atzeret, a chiusura della festa di Sukkot.

Si stima che nel Tempio fossero presenti almeno una cinquantina di minorenni, con le rispettive famiglie.

Al momento dell'attacco, circa una trentina di persone stava uscendo dall'uscita posteriore della Sinagoga.

I terroristi (secondo le ricostruzioni, almeno cinque e ben vestiti), camminarono con calma verso l'obbiettivo, per poi lanciare almeno tre bombe a mano e successivamente aprire il fuoco con i mitra sulla folla.

L'aggressione è durata circa cinque minuti.

Gli attentatori furono poi visti fuggire a bordo di una Volkswagen rossa e di una Austin bianca.

L'unica vittima dell'attentato fu un bimbo di 2 anni, Stefano Gaj Taché, colpito a morte da una scheggia di una bomba a mano. Altre 37 persone furono ferite, fra cui i genitori e il fratello della vittima, Gadiel Gaj Taché (4 anni), quest'ultimo colpito alla testa e all'addome.

Subito dopo l'attacco, si sono registrate reazioni durissime da parte della comunità ebraica: un giornalista de l'Unità fu costretto a rifugiarsi in un edificio vicino, insultato dalla folla.

Sul posto, arrivò subito l'allora Presidente del Consiglio Giovanni Spadolini a offrire la propria vicinanza all'allora Rabbino Capo della Comunità ebraica romana Elio Toaff.

Spadolini fu accolto con favore dalla folla di presenti come "l'unico a non aver ricevuto Arafat" (con riferimento alla visita di qualche giorno prima del leader palestinese in Italia, che incontrò il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, il sindaco di Roma Ugo Vetere e papa Giovanni Paolo II).

Nei giorni successivi all'attentato, l'atto venne attribuito al Consiglio rivoluzionario di al-Fath guidato da Abu Nidal, responsabile di numerosi attentati contro obbiettivi ebraici in Italia e in Europa lungo gli anni ottanta.

A oggi si conosce l'identità solo di uno degli attentatori, Osama Abdel Al Zomar, arrestato il 20 novembre 1982 mentre cercava di passare il confine fra Grecia e Turchia portando con sé un carico di esplosivo.

In seguito all'arresto, ulteriori riscontri condotti dalla polizia e la testimonianza della sua fidanzata italiana portarono a identificarlo come uno dei componenti del commando.

Al Zomar scontò una condanna per traffico di armi in Grecia, al termine del quale, nonostante le richieste di estradizione avanzate dall'Italia, fu lasciato libero. Zomar riparò in Libia, dove risulta sia rimasto fino alla caduta del regime di Gheddafi.

Nel 1991, fu condannato in contumacia per strage dalla Corte d'Appello di Roma.

Uno dei principali collaboratori di Abu Nidal fu arrestato in Svizzera nel mese di settembre (quindi prima dell'attentato), ma la notizia fu resa nota solo a metà ottobre, perché si sospettò che l'arrestato fosse fra gli ideatori di questo e altri attacchi contro luoghi e istituzioni ebraiche.

Il 7 ottobre 2007, fu celebrata la nuova intestazione del piazzale luogo dell'attentato (situato all'incrocio fra Via del Tempio e Via Catalana) al piccolo Stefano Gaj Taché, in presenza del sindaco Walter Veltroni.

Oggi, 3 febbraio 2015, nel suo discorso di insediamento al parlamento il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordarlo:

"Il nostro Paese ha pagato, più volte, in un passato non troppo lontano, il prezzo dell'odio e dell'intolleranza.

Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché, rimasto ucciso nel vile attacco terroristico alla Sinagoga di Roma nell'ottobre del 1982. Aveva solo due anni. Era un nostro bambino, un bambino italiano".

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