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Riflessioni su un evento straordinario

di Gianni Chiodi

A cinque anni dal sisma che ha colpito l’Aquila appare ineludibile tratteggiare un bilancio di ciò che è stato fatto e di quello che ancora rimane da fare.

Ma prima occorre una necessaria premessa.

Non si può non considerare un dato emblematico: quello dell’Aquila è stato un terremoto epocale, che nulla ha a che vedere per drammaticità e conseguenze con altri, ad esempio il sisma in Emilia Romagna.

La ragione è presto detta: all’Aquila è stato distrutto il cuore pulsante di una città e con esso un intero territorio che della spinta propulsiva di questo cuore traeva linfa e nutrimento.

E’ chiaro, dunque, che in questo scenario il processo di ricostruzione e di rivitalizzazione di un’area così importante non può esaurirsi in una manciata di anni, nonostante quello che taluni hanno strumentalmente fatto credere, creando false aspettative e delusioni che tanta parte giocano nella coesione e nel processo di partecipazione della cittadinanza.

 

I punti di forza

Credo, comunque, che siano tanti ed estremamente significativi gli obiettivi raggiunti, a cominciare dalla permanenza della popolazione, il rilancio dell’università, la messa in sicurezza delle scuole, i nuovi impulsi dati al sistema imprenditoriale, pur nel panorama di crisi generale, l’esistenza di una legislazione rodata che ha favorito l’operatività, un sistema di controlli che ha impedito il proliferare della microcriminalità, la presenza di strutture di eccellenza per la ricerca e l’alta formazione, come il Gran Sasso Science Instituite.

 

Le difficoltà e il pianificar facendo

Molto resta ancora da fare, non possiamo affermare che il quadro sia tutto roseo.

A preoccupare è ancora il profondo disagio psicologico che vive parte della popolazione, così come la mancanza di luoghi di socializzazione per i giovani o le pastoie della burocrazia.

Ho sempre sostenuto che la pianificazione e la ricostruzione dovevano essere fatte per bene, non certo affidandosi a interventi estemporanei o casuali.

Alcune amministrazioni comunali hanno preferito, invece, discostarsi da questa visione e pianificar facendo.

Il tutto, favoleggiando di progetti preesistenti che andavano salvaguardati e preferendo chiudere gli occhi di fronte alla consapevolezza che il terremoto ha cambiato l’intero quadro e non ci si può porre di fronte a un simile evento con logiche e parametri che potevano andare bene prima.

Molti cittadini hanno lamentato le difficoltà delle strutture nate con il progetto Case, ma non si deve dimenticare che si è trattato di soluzioni approntate in poco più di sei mesi, che per questo non potevano assicurare l’optimum delle condizioni abitative.

A quanti, come i commercianti, sostengono che si è perso tempo, rispondo che saremmo potuti arrivare a uno stadio più avanzato nel processo di ricostruzione, se non fossero esplose quelle conflittualità istituzionali, in particolar modo con il Comune dell’Aquila, che hanno alterato il cronoprogramma.

Spesso si è preferito individuare un capro espiatorio sul quale far confluire le responsabilità, piuttosto che assumersi gli oneri dei propri compiti amministrativi.

A pesare è stata anche la mancanza di una leadership riconosciuta, in grado di interloquire a diversi livelli e sui diversi tavoli.

 

Un modello di ricostruzione e l’orgoglio di farne parte

Resta il fatto che il modello di ricostruzione adottato all’indomani del sisma era in quel momento il migliore possibile, considerando le peculiarità dell’evento, le caratteristiche del territorio e l’apparato legislativo esistente. Oggi, nonostante le difficoltà, cominciamo a vedere i frutti del lavoro fatto, pur nella consapevolezza che ci sarà ancora da soffrire e da lavorare.

Molto dipenderà dalla capacità del Governo di assicurare un flusso di finanziamenti costanti. A mio avviso, occorrerebbe un miliardo di euro l’anno per completare i programmi necessari.

Ma a sorreggerci deve esserci la certezza che alla fine L’Aquila sarà più forte di quanto sia mai stata e si lascerà dietro le spalle quella decadenza che avrebbe potuto stritolarla.

Se fossi aquilano, non penserei nemmeno un attimo di andarmene altrove e sentirei l’orgoglio di questa appartenenza.

Ai giovani voglio dire proprio questo: siate fieri e non dimenticate di fare parte della generazione che ricostruisce, di quella che potrà dire di aver contribuito a ridare corpo a una città risorta dalle proprie ceneri.

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