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Il video rubato di Cesano Boscone restituisce uno scenario pacificato dalle passioni e dai rancori, dalle vendette e dall’odio

di Paolo Pillitteri*

È molto probabile che nelle intenzioni dei carpitori delle immagini berlusconiane a Cesano Boscone, il video dovesse proiettare allo spettatore una lettura in linea con la mainstream a proposito di illustri condannati ai servizi sociali. Una triste giravolta nell’espiazione dopo i trionfi.

Ma, forse, l’obiettivo era solo quello di fare uno scoop, alla faccia della privacy del condannato e dei suoi “nuovi amici” della casa. In questo senso, la reazione degli avvocati del Cavaliere rientra nella prassi.

Come rientravano nella prassi (ricordate?) le migliaia di immagini, corredate di intercettazioni, che hanno implementato l’album personale di un leader contribuendo fortemente al suo indebolimento sia politico che umano, intendendo con questo le crudeli ricadute di immagine, estesesi dall’interno del Paese all’estero.

Ma se proviamo a paragonare i video di una volta, dalle poliedriche foto di Villa Certosa ai filmini rubati da una escort piuttosto che dalle pluritrasmesse sequenze imperniate su Ruby, e non solo, non è difficile notare, rispetto a queste ultime, la distanza, la diversità che la legge dell’immagine pone fra il soggetto pubblico ripreso nel pieno della sua forza politica ma marchiato proprio da quei video da un severo giudizio morale, e lo stesso soggetto, ma svestito degli abiti del potere, quasi a piedi nudi e col capo cosparso di cenere e “condannato” a compiere una funzione, ad un tempo, espiatoria e di servizio.

Ciò che fa la differenza è appunto questa divaricazione dal passato, questo ritorno alla normalità del cittadino Silvio Berlusconi che si mette umilmente a servire il prossimo: una sorta di rovescio della medaglia che la ferrea legge dell’immagine impone ed alla quale nessuno sfugge. Nel male e nel bene.

Questa volta, e al di là di ogni ragionevole dubbio, il video rubato di Cesano Boscone restituisce uno scenario pacificato dalle passioni e dai rancori, dalle vendette e dall’odio. Rende, si vorrebbe dire, giustizia.

Tanto più che le vicende del Cavaliere si iscrivono in una sorta di imprescrittibile reato d’odio che il gioco - spesso proibito ma sfrenatamente perseguito - delle immagini di prima aveva condotto all’attuale situazione, alla condanna, alla decadenza dal Senato, alla crisi, al declino politico; che, semanticamente, è quasi la stessa cosa di decadenza nel lungo tramonto della narrazione politico-mediatica ed esistenziale berlusconiana.

Ma, attenzione. È assai opportuno risalire al grande MacLuhan e a certe sue battute (tipo: “È sempre festa nell’asilo globale”) per comprendere come il linguaggio mediatico faccia tutt’uno con la stessa storia berlusconiana, sol che si pensi alla varietà degli annunci nel tempo, riandando, ad esempio, al mitico contratto col “meno tasse per tutti” nel salotto di Bruno Vespa o all’archetipale video con la calza di nylon protettiva (che non c’era) ed a tante altre “uscite” nell’interminabile Blob.

Peraltro, sempre secondo quel divertente e lucido MacLuhan, “il politico, come l’autore, indossa il proprio pubblico così come un poeta indossa il suo linguaggio.

Una spogliarellista indossa il suo pubblico togliendosi i suoi abiti”. Geniale, vero? Non è forse il ritratto del Cavaliere che è stato capace di indossare il suo pubblico, di volta in volta, e mostrarsi non solo perché il medium è il messaggio ma, soprattutto, perché il nesso fra politica e linguaggio è il coinvolgimento dei fruitori, al di là della intrinseca volatilità dell’immagine che si tramuta in fiction.

Ma se la costruita fiction narrativa berlusconiana aveva per dir così infranto le mediazioni per colloquiare direttamente col suo popolo, oggi, nell’interno fioco di una casa di riposo, in mezzo agli assistiti, la figura di un Cavaliere con un camice bianco intento ad accudirli, diventa un’altra storia.

Capace, ancora, di bucare lo schermo. Come se fossimo passati dal cinema hollywoodiano made in Biscione, al neorealismo di De Sica e Zavattini. Dal passato al presente.

Dalla finzione alla realtà. Grazie alle immagini rubate (e vendute).

*www.opinione.it

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