Stampa
Visite: 1903

Oggi più che mai v’è urgenza di un nuovo teorema della felicità

di Luigi Fratini (*)

Le cui equazioni siano quelle dei mutati orizzonti di pensiero, per riconsegnare un significato più profondo e ardente alla vita dell’uomo occidentale, schiacciato tra problemi economici e depressioni nichilistiche.

Il senso di inutilità, derivante dall’appartenenza ad una società il cui modus vivendi ha rubato, a tradimento, il cuore dal suo petto, richiede un intervento radicale e di precisione chirurgica nel corpo sociale. Urge un affrancamento dalla dimensione orizzontale del materialismo quotidiano.

Urge il riscatto e una nuova verticalizzazione delle umane aspirazioni. Urge uno sguardo al cielo, che riempia ancora gli occhi di infinito. Ecco allora che, un suono di speranza chiama a raccolta coloro che hanno ancora fede nell’uomo, e nei suoi sogni.

Come accadde ai nostri padri, le cui vite, vissute senza alcuna esigenza per la propria, erano avvinte alle profonde e impalpabili radici del sogno e della speranza.

Radici profonde come la terra, colorate da alcuni punti di riferimento, che oggi vengono definiti sorpassati, ma che avevano l’indubbio pregio di sollevare l’immaginazione sino alle stelle più lontane, talvolta spingevano al sacrificio, anche estremo, per un’idea.

Certo è brutto morire, ma farlo avendo veleggiato e infine raggiunto la dimensione del sogno sognato da sempre: che sogno!

Affermiamo ciò, consapevoli d’essere eretici, poiché nell’era in cui regna sovrano il cosiddetto pensiero debole, una speranza costruita sugli intangibili (e diremmo anche oggi improbabili) elementi dell’ideologia è opzione non prevista, e può sembrare antitetica al sentire comune.

Siamo anche consapevoli che ciò sembra illogico, eppure tutti abbiamo sperimentato che non è la tavola imbandita che riempie il cuore, né la sicurezza del welfare sociale che accende di entusiasmi la vita, perché ciò sconfina con l’ovvio e l’ovvio produce solo tristezza e noia.

Oggi, la più mortale delle noie viene dal fatto che si parla solo di mercati e non di uomini. Gli apostoli della nuova religione economica hanno delle parole chiave, con le quali confondono le idee ai vecchi e nuovi fedeli: spread, andamento della borsa, legge della domanda e dell’offerta.

Tutte cose di cui la gente comune non sa quasi nulla. Perché non si parla invece di principi? Quelli che un tempo fondavano la vita, dandole un significato e una coerenza oggi impensabili.

Perché oggi la bussola della vita e della propaganda è orientata sempre nella direzione della stessa parola: economia, in nome della quale, milioni di esistenze sono state sovvertite, allontanandole dalla natura più profonda dell’uomo?

Non più l’economia quale mezzo che serve la vita, ma l’economia come fine. Che tristezza, che visione limitata! L’uomo è, o dovrebbe essere molto più di questo.

Eppure questo accade ogni giorno, perché pensare e agire è diventato faticoso per l’uomo di oggi, che delega ad altri la sua vita. Poiché gli hanno insegnato negli ultimi 30 anni che, in fondo non era necessario assumersi delle responsabilità.

Perché gli hanno parlato di certezze acquisite e di sicurezze intramontabili, garantite dallo stato sociale, cullandolo nella soffice convinzione, che questo sistema politico, sociale ed economico è il migliore di tutti.

Nonostante i suoi costi altissimi, in termini di patologie, tristezza, depressione, rassegnazione. Eppure la prova contraria è sotto gli occhi di tutti. Il mondo ci sta sfuggendo di mano, le economie occidentali stanno segnando il passo, dinanzi ai nuovi protagonisti della scena mondiale, Cina, India, Brasile, addirittura Turchia: chi lo avrebbe mai detto?

E questo è stato possibile, perché nel pacchetto di conoscenze etero determinate, che ci hanno propinato negli ultimi 30 anni, non era compreso un concetto essenziale, ben presente invece ai nuovi attori della scena mondiale: “Chi non difende ciò chi possiede, non lo merita, e presto lo perderà”.

A che pro allora, il nostro passato istruttivo di povertà? Che dovrebbe insegnarci qualcosa, come insegna ai tanti popoli che sono ora poveri e in via di sviluppo: sono dove noi eravamo allora. Ma il loro esempio non arriva sulla soglia della nostra coscienza, perché siamo stati abituati a sentirci superiori a costoro.

Invece, se facessimo uno sforzo, guardando negli occhi di questi travet della vita, di queste esistenze, che sembrano una scommessa crudele sulla roulette del destino, se scrutassimo gli occhi di questi popoli emergenti, vedremmo ancora sguardi limpidi e occhi luminosi, sfolgoranti di speranza, di entusiasmo, di voglia di agire e di combattere.

Come quelli di coloro che ci trasmisero la vita, che, come loro, avevano molto meno di noi, ma erano più felici.

E allora? Allora bisogna cambiare prospettiva, imparare da chi viene ad imparare da noi. Occorrono verità teoretiche esatte e nuove, che producano il desiderio di mutamento, l’impegno in prima persona, l’abbandono della facoltà di delega e l’assunzione della responsabilità di sé e degli altri.

Se non vogliamo più farlo per noi, facciamolo almeno per i nostri figli, che non devono essere schiavi di nessuno, ma brillare nel fuoco della autocoscienza.

E’ per questo che oggi occorre la coscienza del proprio ruolo, il senso di appartenenza ad un disegno più grande, la certezza della propria utilità, il servizio reso ad un prossimo che, nascosto dalle reti informatiche, è sempre più lontano: essere se stessi nella società d’interconnessione globale.

Ora più che mai non siamo più isole separate dal mare, ognuno di noi ha la responsabilità del fare e del parlare, perché ciò che dice o fa è subito conosciuto da migliaia di persone, ne condiziona la vita e ne orienta le scelte.

E questo vale ancor più nella politica, il cui assenteismo dal vivere sociale sembra rispecchiare fedelmente l’assenteismo di coloro che hanno deciso di disinteressarsi della stessa, senza impegnarsi in prima persona e andare a votare. Aprendo quindi la strada a coloro che invece la politica la fanno, ma per la cura dei propri interessi.

Non occuparsi di politica oggi, che ve ne è davvero bisogno, significa gettarsi alle spalle un’eredità preziosa, per la quale è stato versato sangue e sono state immolate vite di uomini, di cui nessuno più quasi parla.

Senza il nostro impegno in prima persona, nella trincea del quotidiano, continueremo ad avere una politica politicante e autoreferenziale, che rappresenta solo se stessa e della quale siamo stanchi.

Perché osiamo credere ancora che la politica dovrebbe essere un faro, capace di proiettare la luce sul progetto più bello e più giusto fra tutti, il sogno dei sogni, la visione delle visioni: cioè dare una maggiore felicità e un senso più compiuto all’essere umano, offrendogli una vita più degna di essere vissuta.

Una vita che non sia solo una corsa, dietro la schiavitù del bisogno e la necessità di guadagnare, per diventare più ricco, o molto più spesso, solo per sopravvivere, quindi una non vita.

E’ necessario farlo, è necessario pagare questa cambiale subito, senza dilazioni temporali, per scongiurare il persistere della focalizzazione primaria ed esclusiva sull’economia, il cui buon andamento viene ancora presentato come il rimedio per tutti i mali, mentre l’economia stessa è il male dei mali.

Eppure tutti sappiamo che ci sono popoli più poveri del nostro, popoli che non hanno nulla, ma che sono più felici del nostro.

La domanda non è più quindi “quale economia”? Piuttosto “abbiamo un problema economico”? O non è l’economia stessa, quindi una vita centrata sull’economia, a rappresentare il vero e unico problema?

I tempi sono maturi, la collana d’insuccessi dell’economia mondiale, e il generale stato di crisi, rappresentano un buon viatico per un mutamento radicale, poiché l’emergenza produce la necessità, la necessità produce l’insoddisfazione, l’insoddisfazione produce la voglia di mutamento; la voglia di mutamento apre la strada alle idee nuove.

Per uscire da questo labirinto, dobbiamo tornare ad avere fame di idee, perché solo credere in qualcosa di più alto dà felicità e senso compiuto.

Perché come disse qualcuno di molto autorevole, non solo nel campo religioso ma certamente anche ottimo psicologo, “Non di solo pane vive l’uomo.”

(*) Avvocato e presidente di “Avvocati per l’Italia”

www.opinione.it