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Il nostro riscatto inizierà dalla bellezza

 

di Raffaello Masci*

 

La bellezza salverà il mondo» è una delle frasi più celebri della letteratura mondiale e Dostoevskij la fa pronunciare al principe Miskin, protagonista de «L’idiota».

 

Una frase che tocca la sensibilità della parte più acculturata dell’umanità, ma chi ci ha mai creduto?

Possibile che una categoria rarefatta come la bellezza possa ottenere ciò che neppure le manovre economiche sono in grado di produrre? Eppure - dice il Censis nella ricerca che verrà presentata oggi, realizzata per la Fondazione Marilena Ferrari - o l’Italia fonda la sua risalita sulla bellezza o si espone a una deriva di impoverimento (anche economico).

Sarà dunque proprio la bellezza a salvare il nostro Paese, secondo l’auspicio di Dostoevskij, e gli investimenti sul patrimonio artistico e paesaggistico - secondo 2 italiani su 3 - saranno l’unico credibile volano della ripresa.

 

Ma per gli italiani la bellezza - dice il Censis - è categoria più etica che estetica. I nostri concittadini sono stanchi della bruttezza espressa in molte realtà emerse dalla recente cronaca: Gomorra corteggiata dal potere politico, la monnezza (non solo di Napoli) come metafora dello stato dell’Italia, l’abusivismo edilizio deturpante giustificato prima e condonato poi, l’illegalità proterva, l’evasione fiscale esibita e difesa.

 

E - soprattutto - «i comportamenti della classe politica» mirati alla tutela di interessi settoriali invece che a quelli collettivi. Questo è l’orrore d’Italia: la disarmonia a cui la bellezza portatrice di un ordine intrinseco dovrebbe far argine. «Il 70% degli italiani è convinto che vivere in un posto bello aiuti a diventare persone migliori, riconosce cioè un legame tra etica ed estetica, e dà valore educativo alla bellezza».

 

Da che cosa sarebbe minacciata questa dimensione armonica? I dati del Censis tracciano una divisione netta tra palazzo e Paese. La bruttezza ha - sintetizzando - una matrice politica, nel senso che la classe dirigente ha esibito comportamenti disdicevoli (75% degli intervistati), un linguaggio volgare e aggressivo (40%), ha prodotto e tollerato il diffondersi del degrado ambientale e ha perfino esibito un abbigliamento risibile (devono aver fatto colpo gli abbinamenti cromatici dell’ex ministro Calderoli). Il 23,8% pensa che il Paese si sia intristito e il 46% che si sia imbarbarito, e solo il 9,1% ritiene che si sia semplicemente imbruttito.

 

Sull’altro fronte c’è invece l’Italia delle persone. Il cui senso è: gli italiani hanno passato un difficile momento ma quelli che ho avuto intorno hanno tenuto. Oltre il 50% ritiene che la coesione sociale abbia fatto argine alla deriva che si stava imboccando. Va da sé che ora è da lì che occorre iniziare per recuperare quella preminenza del bene comune che sembra essersi smarrita nei corridoi dei palazzi romani. In questo quadro, l’intelligenza, il talento, il merito e la cultura sono i pilastri su cui fondarsi per recuperare «un’Italia bella», il cui spirito, per il 60% degli intervistati, è ancora forte.

 

«Sorprende - dice Giulio De Rita che ha condotto l’indagine - che al termine di un anno difficile come il 2011 alla domanda “quanto è grande la tua fiducia nel futuro?”, il 25,5% risponda “molto” e il 36,9% “abbastanza”. Gli italiani, insomma, non si rassegnano alla tristezza imposta da una certa lettura della realtà».

 

E quanto valga la cultura agli occhi dei nostri concittadini, si evince dalla risposta al quesito «su che cosa punterebbe se fosse il presidente del Consiglio?». Sulla cultura per il 32%, poi sull’industria (27%), l’agricoltura (20%) e i servizi (19%). Se si considera che l’ultimo governo Berlusconi aveva tagliato di due terzi i finanziamenti alla cultura, «si capisce bene - osserva Giulio De Rita - quanto fosse divergente la sensibilità tra governanti e governati».

 

«Credo che in Italia - commenta Marilena Ferrari, presidente della Fondazione – sia vivo un altrettanto straordinario patrimonio di umanità, di forza interiore, creatività, di belle persone a cui dobbiamo dare riconoscimento, spazio e voce, se veramente vogliamo che i “numeri” tornino per davvero».

*www.lastampa.it

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