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Papa FrancescoIl motivo della Speranza

di Nicola Facciolini

“Dio ci ama.

Non dobbiamo aver paura di amarlo.

La fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore” (Papa Francesco).

Papa Bergoglio nella Domenica “in albis” del 7 Aprile 2013, festa della Divina Misericordia, ha concluso il lungo procedimento elettivo iniziato con la Sede vacante il 28 Febbraio 2013 alle ore 20 e “dimissioni” di Papa Benedetto XVI.

Eventi che hanno fatto lievitare alle stelle l’audience della Chiesa Cattolica su tutti i media mondiali, anche negli Usa, con buona pace della satira del David Letterman Show di New York.

Solo la morte della grande donna Conservatrice britannica, l’ex premier Margaret Thatcher, venuta a mancare l’8 Aprile all’età di 87 anni a Londra, potrà insidiare relativamente i grandi numeri finora conquistati dalla Chiesa.

Papa Francesco con l’umile insediamento (“presa di possesso”) nella sua Cattedrale di San Giovanni in Laterano, in qualità di Vescovo di Roma, ora è, a tutti gli effetti, il Papa della Chiesa Universale.

“In albis”, per il colore bianco della veste dei nuovi battezzati.

Senza se e senza ma.

“La misericordia, la pazienza, la tenerezza di Dio devono essere motivo della nostra fiducia, della nostra speranza, donandoci il coraggio di ritornare a Lui qualunque errore o peccato ci sia nella nostra vita”.

È il cuore dell’omelia ricca di memorie personali che Papa Bergoglio ha donato ai fedeli nella Messa d’insediamento nella sua Basilica di San Giovanni in Laterano.

Poco prima, giunto a bordo della jeep papale tra l’entusiasmo di migliaia di persone che lo attendevano, Papa Francesco ha benedetto, nel piazzale antistante il Vicariato, la targa toponomastica che muta il nome del luogo in “Piazza Giovanni Paolo II, Pontefice dal 1978 al 2005”.

Dopo la sosta l’auto, con a bordo anche il Vicario generale il cardinale Agostino Vallini, ha raggiunto il sagrato della Basilica “frenata” lungo il percorso dall’abbraccio e dall’applauso dei fedeli.

Molti i pargoli direttamente “presi al volo” e benedetti dal Papa sulla jeep.

La gioia è incontenibile quando Papa Francesco, entrato in Basilica con la semplicità di un sacerdote alla sua prima messa in parrocchia, stringe a sé, uno per uno, i disabili e i malati presenti, allocati in prima fila come è giusto che sia in piazza San Pietro, nell’Aula Paolo VI e in tutte le chiese del mondo.

“Camminiamo insieme nella luce del Signore Risorto” – esordisce Papa Bergoglio ai rappresentanti della Diocesi, i curiali, i presbiteri, i diaconi, i religiosi e i laici della Basilica vaticana.

Una famiglia, poco prima, in rappresentanza dei “fuochi” romani, presta simbolicamente obbedienza.

La Domenica della Divina Misericordia, istituita dal beato Giovanni Paolo II nell’Anno Duemila, è l’occasione scelta dal Romano Pontefice gesuita argentino per sottolineare quanto sia bella questa realtà della fede vissuta con semplicità e responsabilità: la misericordia di Dio! Che non è assenza di Giudizio.

“Un amore così grande, così profondo quello di Dio verso di noi, un amore che non viene meno, sempre afferra la nostra mano e ci sorregge, ci rialza, ci guida” e disgrega i peccati.

A declinare la Misericordia di Dio, fonte di grazie potenti, il Papa cita diversi episodi del Vangelo: la pazienza di Gesù di fronte all’incredulità del testardo Tommaso che Cristo non abbandona: “gli dona una settimana – spiega Papa Bergoglio – e lo attende: Tommaso riconosce la propria povertà, la poca fede.

«Mio Signore e mio Dio»: con questa invocazione semplice ma piena di fede risponde alla pazienza di Gesù.

Si lascia avvolgere dalla misericordia divina, la vede davanti a sé, nelle ferite delle mani e dei piedi, nel costato aperto, e ritrova la fiducia: è un uomo nuovo, non più incredulo, ma credente”.

Paziente è anche lo sguardo di Gesù su Pietro dopo che lo ha rinnegato per tre volte: “E quando tocca il fondo incontra lo sguardo di Gesù che, con pazienza, senza parole gli dice: «Pietro, non avere paura della tua debolezza, confida in me»; e Pietro comprende, sente lo sguardo d’amore di Gesù e piange.

Che bello è questo sguardo di Gesù – quanta tenerezza! Fratelli e sorelle, non perdiamo mai la fiducia nella misericordia paziente di Dio”.

Giuda, il traditore, si suicida perché ha paura, perché non ha questa fede.

La pazienza è anche quella di Gesù che affianca i discepoli di Emmaus: “il volto triste, un camminare vuoto, senza speranza” – ricorda il Papa, ma Gesù non li abbandona.

E più avanti Papa Francesco rivela che “Dio non abbandona neanche Adamo perché se nel peccato inizia il suo esilio, lì c’è già anche la promessa del ritorno”.

Infatti “è questo lo stile di Dio – afferma Papa Francesco – non è impaziente come noi, che spesso vogliamo tutto e subito, anche con le persone.

Dio è paziente con noi perché ci ama e ci comprende, spera, dà fiducia, non abbandona, non taglia i ponti, sa perdonare.

Ricordiamolo nella nostra vita di cristiani: Dio ci aspetta sempre, anche quando ci siamo allontanati! Lui non è mai lontano, e se torniamo a Lui, è pronto ad abbracciarci”.

È lo stile anche del Padre misericordioso nella parabola del figliol prodigo, che Papa Bergoglio, attingendo ai ricordi personali, cita come una fonte di grande speranza.

Ma “la pazienza di Dio – spiega il Pontefice – deve trovare in noi il coraggio di ritornare a Lui, qualunque errore, qualunque peccato ci sia nella nostra vita: forse qualcuno potrebbe pensare: il mio peccato è così grande, la mia lontananza da Dio è come quella del figlio minore della parabola, la mia incredulità è come quella di Tommaso; non ho il coraggio di tornare, di pensare che Dio possa accogliermi e che stia aspettando proprio me.

Ma Dio aspetta proprio te, ti chiede solo il coraggio di andare a Lui”.

Da qui un nuovo ricordo personale di Papa Francesco: “Quante volte nel mio ministero pastorale mi sono sentito ripetere: «Padre, ho molti peccati»; e l’invito che ho sempre fatto è: «Non temere, va’ da Lui, ti sta aspettando, Lui farà tutto».

Quante proposte mondane sentiamo attorno a noi, ma lasciamoci afferrare dalla proposta di Dio, la sua è una carezza di amore.

Per Dio noi non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore.

Nella mia vita personale – ricorda Papa Francesco – ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio e ho visto anche in tante persone il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù dicendogli: Signore sono qui, accetta la mia povertà.

E ho sempre visto che Dio l’ha fatto”.

Ne nasce l’invito centrale che Papa Bergoglio lancia da una Basilica di San Giovanni gremita, di lasciarsi avvolgere dalla misericordia di Dio:“confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciandoci amare da Lui, di incontrare la sua misericordia nei Sacramenti.

Sentiremo la sua tenerezza, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore”.

In occasione della cerimonia ufficiale della “presa di possesso” della Cattedra del Vescovo di Roma che ha sede fisica non in Vaticano ma nella Basilica di San Giovanni in Laterano, alla vigilia delle commemorazioni ufficiali in Israele della “Yom HaShoah”, la Giornata della Memoria per ricordare le vittime di oltre 6 milioni di uomini, donne, bambini ed eroi dell’Olocausto (8 Aprile 2013) che ricordiamo, il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni ha dichiarato: “Sembra strano che se ne debba parlare in questa sede, tanto più a firma di un rabbino.

Ma questa opposizione Laterano-Vaticano è collegata anche a una forte simbologia ebraica che merita qualche spiegazione.

È un dato storico che alcuni oggetti del Secondo Tempio di Gerusalemme distrutto, come la Menorà, furono portati a Roma ed esibiti come trofeo.

Che cosa ne sia rimasto è oggetto di ipotesi e di leggende.

In moltissimi pensano ancora che la Menorà sia nascosta da qualche parte nei sotterranei vaticani.

Se gli ebrei la pensano così è perché considerano la Chiesa come l’erede dell’impero romano.

Gli oggetti del Secondo Tempio stanno a Roma come quelli del Primo stavano alla corte di Assuero re di Persia, erede dell’impero babilonese distruttore di Gerusalemme.

I cristiani del medioevo condividevano queste leggende con una differenza: il possesso degli oggetti ebraici era il segno che la Chiesa è la continuatrice e ha preso il posto dell’antico Israele.

Nel medioevo la convinzione era che gli oggetti non stessero in Vaticano ma in Laterano.

Le reliquie danno sacralità al luogo ed attirano fedeli.

In Vaticano c’è la tomba di Pietro (ebreo), in Laterano gli oggetti sacri del Tempio, e non solo del Secondo, ma persino del Primo: dentro l’altare sarebbe nascosta l’arca dell’alleanza, quella che teneva le Tavole della Legge e che nel Secondo Tempio non c’era.

Questo i cristiani; gli ebrei come Beniamin da Tudela non erano da meno, parlando di una colonna del Secondo Tempio, presente in Laterano, che "piange" bagnandosi il 9 di Av.

Si aggiunga che l’intero complesso del Laterano fa parte di un assetto urbano promosso dall’imperatore Costantino e la madre Elena, neofiti cristiani, che portando a Roma reliquie cristiane da Gerusalemme (la scala del processo, il legno della croce) vollero spostare il centro della cristianità a Roma, al Laterano, divenuta nuova Gerusalemme.

È questa tradizione sostituzionista che sta dietro al rito di insediamento di oggi, anche se probabilmente a tutt’altro si pensa; è di questa nuova Gerusalemme che il papa vescovo di Roma prende possesso.

Magari ci lasciassero la Gerusalemme originale”.

Dopo la solenne Messa d’insediamento, Papa Francesco si è affacciato dalla Loggia della Basilica Lateranense.

Il suo è stato un saluto improvvisato ed affettuoso rivolto ai romani: “Fratelli e sorelle, buonasera! Vi ringrazio tanto per la vostra compagnia nella Messa di oggi.

Grazie tante! Vi chiedo di pregare per me, ne ho bisogno, non vi dimenticate di questo.

Grazie a tutti voi! E andiamo avanti tutti insieme, il popolo e il Vescovo, tutti insieme, avanti sempre con la gioia della Risurrezione di Gesù, Lui sempre è al nostro fianco.

Che il Signore vi benedica!”.

Come sottolineato già nella preghiera del Regina Coeli di Domenica in Albis, “la pace è frutto del perdono e beati sono coloro credono nell’amore di Dio testimoniato dai cristiani, che hanno il coraggio della fede”.

Sono queste le affermazioni che hanno caratterizzato la prima recita del Regina Coeli di Papa Francesco in una piazza S.

Pietro gremita da circa 100mila persone.

Papa Bergoglio ha invitato tutti ad “annunciare Cristo nelle piazze”.

I dolci “cinguettii” elettronici del Romano Pontefice (twitter.

com/Pontifex_it) lo annunziano su Internet.

La Divina Misericordia, tanto cara al beato Papa Wojtyla, si venera particolarmente nella chiesa romana di Santo Spirito in Sassia, dedicata da Giovanni Paolo II proprio al culto della Divina Misericordia.

“La Festa della Misericordia – rivela monsignor Jozef Bart, rettore della chiesa – proviene dalla spiritualità di Santa Faustina Kowalska, alla quale proprio il Signore, durante i suoi incontri e le sue rivelazioni, ha chiesto che la prima Domenica dopo la Pasqua fosse festeggiata come Festa di Misericordia, perché la Misericordia di Dio scaturisce dalla Passione, dalla Morte e dalla Resurrezione.

Proprio pochi giorni fa, il nuovo Pontefice, Papa Francesco, durante la benedizione pasquale Urbi et Orbi ci ha dato la spiegazione perfetta di questa verità, dicendo che nella Pasqua ha vinto la misericordia di Dio.

È stato proprio il Beato Giovanni Paolo II, il quale durante la canonizzazione di Santa Faustina Kowalska, la prima santa del grande Giubileo, il 30 Aprile 2000, ha istituito e ha proclamato per tutta la Chiesa la Domenica della Divina Misericordia, giorno in cui scorrono veramente le grazie da Cristo Risorto, dal suo più grande attributo quello della Misericordia.

Suor Faustina Kowalska ha vissuto 33 anni.

È morta il 5 Ottobre 1938, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Apparteneva alla Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia, la quale si occupava delle donne bisognose di aiuto, quindi impegnata in una grande opera di misericordia.

Poi, durante la sua vita religiosa, Faustina Kowalska ha avuto quel dono particolare di parlare con il Signore, il quale - il 22 Febbraio 1931, giorno in cui celebriamo liturgicamente la Festa della Cattedra di Pietro - le apparve e le chiese di dipingere l’immagine della sua misericordia.

Suor Faustina Kowalska non porta una nuova spiritualità, ma dà un particolare vigore alla predicazione della Misericordia di Dio.

Giovanni Paolo II disse: “La Chiesa verrebbe meno nella sua missione, se non predicasse la Misericordia di Dio e non introducesse questa Misericordia nella vita”.

Suor Faustina introduce nuove forme del culto della Divina Misericordia: le immagini della Divina Misericordia, la coroncina della Divina Misericordia, l’ora della Misericordia, la festa della Misericordia e la diffusione di questo culto a tutto l’umanità”.

La Divina Misericordia è fisicamente associabile a una forma di Energia Purissima Infinita Potentissima? La Domenica della misericordia è anche la Domenica del coraggio.

Papa Francesco parte dalla prima per terminare con il seconda: il coraggio per ogni cristiano di essere e vivere come tale in mezzo agli altri e farsi megafono del Vangelo a qualunque costo.

Il primo saluto del Pontefice alla straordinaria folla è lo stesso di Gesù nel Vangelo dell’ottava di Pasqua: “Pace a voi!”.

Una pace che per i cristiani ha un senso preciso:

“non è un saluto – spiega Papa Bergoglio – e nemmeno un semplice augurio: è un dono, anzi, il dono prezioso che Cristo offre ai suoi discepoli dopo essere passato attraverso la morte e gli inferi.

Questa pace è il frutto della vittoria dell’amore di Dio sul male, è il frutto del perdono.

Ed è proprio così: la vera pace, quella profonda, viene dal fare esperienza della misericordia di Dio”.

Un applauso sale dal colonnato quando il Papa ricorda la festa della Divina Misericordia che il beato Giovanni Paolo II stabilì per la Chiesa nella prima domenica dopo Pasqua ed alla cui vigilia, Sabato 2 Aprile 2005, si spense per tornare alla Casa del Padre.

Un giorno che il Vangelo ricorda come quello dell’atto di fede di Tommaso davanti all’apparizione di Gesù nel Cenacolo.

Ma soprattutto, sottolinea il Papa, un “giorno che porta a definire beati coloro che da duemila anni a oggi hanno creduto senza vedere: questa è una parola molto importante sulla fede, possiamo chiamarla la beatitudine della fede.

‘Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto’, questa è la beatitudine della fede.

In ogni tempo e in ogni luogo sono beati coloro che, attraverso la Parola di Dio, proclamata nella Chiesa e testimoniata dai cristiani, credono che Gesù Cristo è l’Amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata.

E questo vale per ciascuno di noi!”.

Papa Francesco scandisce questa convinzione ed altrettanto fa, poco dopo, quando ricorda che la missione della Chiesa nel mondo è di annunciare il “Regno dell’amore di Cristo e il perdono dei peccati, con l’aiuto dello Spirito che scaccia la paura dal cuore degli Apostoli: abbiamo anche noi più coraggio di testimoniare la fede nel Cristo Risorto! Non dobbiamo avere paura di essere cristiani e di vivere da cristiani! Noi dobbiamo avere questo coraggio, di andare e annunciare Cristo Risorto, perché Lui è la nostra pace, Lui ha fatto la pace col suo amore, col suo perdono, col suo sangue, con la sua misericordia”.

E un nuovo, energico sprone a portare Cristo fra le persone di tutti i giorni, è dato dal Pontefice al momento dei saluti successivi alla recita del Regina Coeli, quando ricorda in particolare la “speciale missione” che le comunità neocatecumenali iniziano nelle piazze di Roma: “Invito tutti a portare la Buona Notizia, in ogni ambiente di vita, con dolcezza e rispetto.

Andate nelle piazze e annunciate Gesù Cristo il nostro Salvatore.

Preghiamo insieme la Vergine Maria, perché ci aiuti, Vescovo e Popolo, a camminare nella fede e nella carità, fiduciosi sempre nella misericordia del Signore, che Lui sempre ci aspetta, ci ama, ci ha perdonato con il suo sangue e ci perdona ogni volta che andiamo da Lui a chiedere il perdono.

Abbiamo fiducia nella sua misericordia”.

L’elezione di Papa Francesco è un dono di Dio all’umanità.

“Il conclave è opera di Dio ed è stato un miracolo – rivela il Cardinale vicario Agostino Vallini all’Osservatore Romano – ne sono ancor più convinto dopo aver vissuto per la prima volta questa esperienza di grazia.

Si crea un’atmosfera che rende questo momento unico e diverso da ogni altra vicenda umana.

Si entra in conclave con la coscienza di una grande responsabilità, che è quella di contribuire a un’opera di discernimento, grande e complessa, per capire e chiedere al Signore l’ispirazione.

E poi si prega, si prega tanto.

Io per esempio, il giorno dell’elezione, tra una votazione e l’altra ho recitato tre volte il rosario.

In Sistina non si parla né si tratta, si prega.

Del resto a questo momento si arriva dopo giorni di riflessioni — otto questa volta — e il tema non è il Papa ma la Chiesa, con tutte le sue realtà, belle o meno belle che siano.

E si tratta di una visione della Chiesa universale.

In modo quasi speculare si cerca di capire chi potrebbe guidarla in quel preciso momento storico.

Il clima spirituale nel quale si è svolto questo conclave è stato segnato da momenti molto particolari, dopo la rinuncia di Benedetto XVI.

Dunque c’era bisogno dell’assistenza dello Spirito Santo.

E a me pare che il Signore si sia manifestato.

Anche attraverso l’entusiasmo dell’accoglienza popolare riservata al nuovo Pontefice: in questo senso, il sensus fidei che viene dal popolo è stata una conferma.

Innanzitutto c’era da raccogliere un’eredità preziosa e ricchissima come quella di Benedetto XVI, con il peso delle motivazioni che hanno accompagnato la sua rinuncia.

Quell’11 febbraio rimanemmo tutti sgomenti.

Sconcerto e incredulità erano evidenti sui volti di ciascuno di noi.

Si formarono immediatamente capannelli nei quali ci si chiedeva cosa mai fosse successo.

Poi a poco a poco si diffuse quel sentimento di fede che ci accomuna, alimentata soprattutto dalla stima e dalla devozione che accompagnava e accompagna la relazione di ciascuno di noi con Benedetto XVI: se ha fatto questo, ci dicevamo, vuol dire che ha ritenuto di dover fare qualcosa di importante per la Chiesa.

Quindi la rilettura di quella dichiarazione, la riflessione sul suo magistero, così ricco e forte, non poteva che far riflettere su chi sarebbe stato in grado di proseguire su questa linea e magari darle nuovo e maggiore vigore.

Ed è così cominciato lo scambio di opinioni tra i cardinali.

Poi nella Cappella Sistina è maturato l’ampio consenso verso Jorge Mario Bergoglio.

Dopo l’elezione i cardinali sfilano davanti all’eletto per manifestargli obbedienza.

In quel momento mi ha detto: «Lei è il cardinale vicario: accetta di starmi vicino?».

Naturalmente gli ho risposto subito di sì.

E pensavo fosse finita lì.

Poi mi ha fatto chiamare di nuovo e mi ha detto: «Venga, stia vicino a me».

L’emergere della coscienza diocesana del pontificato a Roma la si deve inizialmente a Giovanni XXIII, che trasferì a San Giovanni il Vicariato.

Paolo VI accentuò questa coscienza non solo con la riforma del Vicariato stesso ma anche andando a celebrare nelle periferie, visitando parrocchie e comunità cittadine.

E poi Giovanni Paolo II ha visitato quasi tutte le parrocchie.

Ma non solo: ha avviato e portato a compimento la prima missione cittadina, in preparazione all’anno giubilare, e ha celebrato il Sinodo diocesano, del quale è rimasta come gemma sintetica una frase: «Chiesa di Roma, trova te stessa fuori di te stessa; parrocchia, trova te stessa fuori di te stessa».

E Benedetto XVI ha proseguito su questa linea.

Che il Pontefice si senta innanzitutto vescovo di Roma lo ha più volte detto e dimostrato.

Per quanto riguarda i romani voglio raccontare un episodio recente.

Il 23 marzo ero nella parrocchia del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi, sulla via Prenestina.

Alla fine della messa tanta gente mi ha raggiunto in sacrestia.

Sono rimasto sorpreso dalla forza della loro richiesta: «Ci porti il Papa!».

Ho cercato di far capire che era ancora presto.

Di fronte alla loro insistenza ho chiesto perché e mi hanno risposto: «Non sappiamo, ma lo vogliamo tra noi.

È un bisogno che sentiamo nel cuore».

Ecco questa è la dimensione del rapporto che si è creato con il Papa”.

Aveva detto la stessa cosa ai giovani di Casal del Marmo che gli chiedevano perché era andato.

“Il Papa ne è rimasto stupito.

Ero in macchina con lui proprio mentre si recava a Casal del Marmo.

Già appena fuori Porta Sant’Anna c’era una folla straordinaria ad attenderlo.

Poi lungo tutto il tragitto due file di folla hanno fatto ala al passaggio dell’auto.

Tutta la via Trionfale era invasa da gente che applaudiva e voleva vedere il Papa, tanto che abbiamo dovuto tenere i finestrini sempre abbassati.

E lui continuava a ripetere: «Incredibile, incredibile».

Non c’è bisogno di tanti commenti: Roma già lo ama”.

Papa Francesco nei giorni scorsi ha chiesto esplicitamente di tenere aperte le chiese.

“È una conferma dell’impressione che ho maturato ascoltando le parole di Papa Francesco in questi primi giorni di pontificato.

Ho sentito una forte spinta al nostro impegno pastorale per la città.

Oggi, come diceva Giovanni Paolo II, non è più tempo di conservazione dell’esistente ma è tempo di missione.

La grande sfida è quella della fede.

Non è più possibile presupporla.

Ogni generazione ha necessità di una riproposizione della fede.

Oggi in una città come Roma, che non ha più un suo centro unificante, gli unici poli di aggregazione sono le parrocchie.

E io mi sento di testimoniare il grande lavoro che vi viene svolto”.

Papa Francesco ha raccomandato ai sacerdoti di uscire da se stessi e di andare nelle periferie, intendendo con queste le sofferenze degli ultimi, le povertà.

“Posso assicurare che tutti i sacerdoti che lavorano nelle parrocchie della diocesi sono pronti a fare un ulteriore sforzo di riflessione per cercare strade nuove e soprattutto un nuovo linguaggio per arrivare sino ai cosiddetti nativi digitali.

Per quanto riguarda le periferie, poi, credo di poter testimoniare una delle più grandi gioie della Chiesa di Roma, cioè la sensibilità caritativa.

Il Papa invita a uscire: i preti romani già lo fanno perché vanno incontro ai poveri, agli emarginati.

Almeno dai tempi di don Di Liegro a Roma questa coscienza è forte.

Qui ho scoperto la grande forza della Caritas, non solo quella diocesana con i suoi grandi progetti, ma direi proprio la forza della carità.

Ed è un’attività della quale si fidano sia le istituzioni pubbliche sia i cittadini privati.

Un piccolo segno di questa fiducia è nella scelta di destinare proprio alla Caritas diocesana le monetine che vengono lanciate da chi viene a Roma nella Fontana di Trevi.

Le parole d’incoraggiamento del nostro vescovo dunque trovano sostegno nella risposta dei sacerdoti della sua diocesi.

Insomma, ci siamo.

E nel prossimo settembre Papa Francesco incontrerà i suoi preti all’inizio del nuovo anno diocesano”.

Ecco perché bisogna valorizzare a livello nazionale la festa dei Santi Pietro e Paolo.

Non basta la festività religiosa.

L’Italia dovrebbe istituirne la solennità civile.

“Per trovare i martiri non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti Paesi.

I cristiani sono perseguitati per la fede.

In alcuni Paesi non possono portare la croce: sono puniti se lo fanno.

Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa dei martiri” – rivela Papa Francesco.

Sul coraggio di testimoniare la fede che non si negozia e non si vende al miglior offerente, il Pontefice ha focalizzato l’omelia della Messa celebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Sabato 6 Aprile 2013.

Papa Bergoglio ha commentato con una battuta il passo evangelico di San Marco (16, 9-15) dove si narra delle apparizioni di Gesù a Maria di Magdala, ai discepoli di Emmaus e agli undici apostoli:“Quando leggo questo Vangelo, penso che forse San Marco non aveva troppa simpatia per Maria Maddalena, perché ricorda che il Signore le aveva scacciato sette demoni, no? Era una questione di simpatia”.

Quindi il Papa ha proposto una riflessione sulla fede: “una grazia e un dono del Signore che non va taciuto — e si estende così «a tutti i popoli», come recita la colletta della messa — perché noi non siamo attaccati a una fantasia ma a una realtà che abbiamo visto e ascoltato”.

Il Pontefice si è riferito al passo degli Atti degli apostoli (4,13-21) proclamato nella prima lettura della celebrazione.

Di fronte all’ordine dei sommi sacerdoti e dei farisei di non parlare di Gesù, “Pietro e Giovanni – ha sottolineato il Papa – sono rimasti fermi in questa fede, dicendo: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato».

La loro testimonianza mi fa pensare alla nostra fede.

E come va, la nostra fede? È forte? O alle volte è un po’ all’acqua di rose, una fede così così? Quando avvengono difficoltà, siamo coraggiosi come Pietro o un po’ tiepidi? Pietro – ha affermato Papa Francesco – ci insegna che la fede non si negozia.

Sempre c’è stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare un pezzo alla fede magari neppure tanto.

Ma la fede è così, come noi la diciamo nel Credo.

Così bisogna superare la tentazione di essere un po’ come fanno tutti, non essere tanto rigidi perché proprio da lì incomincia una strada che finisce nell’apostasia.

Infatti quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla al migliore offerente, incominciamo la strada dell’apostasia, della non fedeltà al Signore.

Ma proprio l’esempio di Pietro e Giovanni ci aiuta, ci dà forza”.

Così come l’esempio dei martiri nella storia della Chiesa.

“Sono coloro che dicono: non possiamo tacere, come Pietro e Giovanni.

E questo dà forza a noi che alle volte abbiamo la fede un po’ debole.

Ci dà forza per portare avanti la vita con questa fede che abbiamo ricevuto, questa fede che è il dono che il Signore dà a tutti i popoli”.

Il Papa consiglia una preghiera quotidiana:«Signore, grazie tante per la fede.

Custodisci la mia fede, falla crescere.

Che la mia fede sia forte, coraggiosa.

E aiutami nei momenti in cui, come Pietro e Giovanni, devo renderla pubblica.

Dammi il coraggio».

Nell’Udienza generale di Mercoledì 3 Aprile 2013, il Santo Padre ha ripreso le Catechesi dell’Anno della fede: “Nel Credo ripetiamo questa espressione: «Il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture».

È proprio l’evento che stiamo celebrando: la Risurrezione di Gesù, centro del messaggio cristiano, risuonato fin dagli inizi e trasmesso perché giunga fino a noi.

San Paolo scrive ai cristiani di Corinto: «A voi…ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto; cioè che Cristo morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,3-5).

Questa breve confessione di fede annuncia proprio il Mistero Pasquale, con le prime apparizioni del Risorto a Pietro e ai Dodici: la Morte e la Risurrezione di Gesù sono proprio il cuore della nostra speranza.

Senza questa fede nella morte e nella risurrezione di Gesù la nostra speranza sarà debole, ma non sarà neppure speranza, e proprio la morte e la risurrezione di Gesù sono il cuore della nostra speranza.

L’Apostolo afferma: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (v.

17).

Purtroppo, spesso si è cercato di oscurare la fede nella Risurrezione di Gesù, e anche fra gli stessi credenti si sono insinuati dubbi.

Un po’ quella fede “all’acqua di rose”, come diciamo noi; non è la fede forte.

E questo per superficialità, a volte per indifferenza, occupati da mille cose che si ritengono più importanti della fede, oppure per una visione solo orizzontale della vita.

Ma è proprio la Risurrezione che ci apre alla speranza più grande, perché apre la nostra vita e la vita del mondo al futuro eterno di Dio, alla felicità piena, alla certezza che il male, il peccato, la morte possono essere vinti.

E questo porta a vivere con più fiducia le realtà quotidiane, affrontarle con coraggio e con impegno.

La Risurrezione di Cristo illumina con una luce nuova queste realtà quotidiane.

La Risurrezione di Cristo è la nostra forza! Ma come ci è stata trasmessa la verità di fede della Risurrezione di Cristo? Ci sono due tipi di testimonianze nel Nuovo Testamento: alcune sono nella forma di professione di fede, cioè di formule sintetiche che indicano il centro della fede; altre invece sono nella forma di racconto dell’evento della Risurrezione e dei fatti legati ad esso.

La prima: la forma della professione di fede, ad esempio, è quella che abbiamo appena ascoltato, oppure quella della Lettera ai Romani in cui san Paolo scrive: «Se con la tua bocca proclamerai: “Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (10,9).

Fin dai primi passi della Chiesa è ben salda e chiara la fede nel Mistero di Morte e Risurrezione di Gesù.

Oggi, però, vorrei soffermarmi sulla seconda, sulle testimonianze nella forma di racconto, che troviamo nei Vangeli.

Anzitutto notiamo che le prime testimoni di questo evento furono le donne.

All’alba, esse si recano al sepolcro per ungere il corpo di Gesù, e trovano il primo segno: la tomba vuota (cfr Mc 16,1).

Segue poi l’incontro con un Messaggero di Dio che annuncia: Gesù di Nazaret, il Crocifisso, non è qui, è risorto (cfr vv.

5-6).

Le donne sono spinte dall’amore e sanno accogliere questo annuncio con fede: credono, e subito lo trasmettono, non lo tengono per sé, lo trasmettono.

La gioia di sapere che Gesù è vivo, la speranza che riempie il cuore, non si possono contenere.

Questo dovrebbe avvenire anche nella nostra vita.

Sentiamo la gioia di essere cristiani! Noi crediamo in un Risorto che ha vinto il male e la morte! Abbiamo il coraggio di “uscire” per portare questa gioia e questa luce in tutti i luoghi della nostra vita! La Risurrezione di Cristo è la nostra più grande certezza; è il tesoro più prezioso! Come non condividere con gli altri questo tesoro, questa certezza? Non è soltanto per noi, è per trasmetterla, per darla agli altri, condividerla con gli altri.

È proprio la nostra testimonianza.

Un altro elemento.

Nelle professioni di fede del Nuovo Testamento, come testimoni della Risurrezione vengono ricordati solamente uomini, gli Apostoli, ma non le donne.

Questo perché, secondo la Legge giudaica di quel tempo, le donne e i bambini non potevano rendere una testimonianza affidabile, credibile.

Nei Vangeli, invece, le donne hanno un ruolo primario, fondamentale.

Qui possiamo cogliere un elemento a favore della storicità della Risurrezione: se fosse un fatto inventato, nel contesto di quel tempo non sarebbe stato legato alla testimonianza delle donne.

Gli evangelisti invece narrano semplicemente ciò che è avvenuto: sono le donne le prime testimoni.

Questo dice che Dio non sceglie secondo i criteri umani: i primi testimoni della nascita di Gesù sono i pastori, gente semplice e umile; le prime testimoni della Risurrezione sono le donne.

E questo è bello.

E questo è un po’ la missione delle donne: delle mamme, delle donne! Dare testimonianza ai figli, ai nipotini, che Gesù è vivo, è il vivente, è risorto.

Mamme e donne, avanti con questa testimonianza! Per Dio conta il cuore, quanto siamo aperti a Lui, se siamo come i bambini che si fidano.

Ma questo ci fa riflettere anche su come le donne, nella Chiesa e nel cammino di fede, abbiano avuto e abbiano anche oggi un ruolo particolare nell’aprire le porte al Signore, nel seguirlo e nel comunicare il suo Volto, perché lo sguardo di fede ha sempre bisogno dello sguardo semplice e profondo dell’amore.

Gli Apostoli e i discepoli fanno più fatica a credere.

Le donne no.

Pietro corre al sepolcro, ma si ferma alla tomba vuota; Tommaso deve toccare con le sue mani le ferite del corpo di Gesù.

Anche nel nostro cammino di fede è importante sapere e sentire che Dio ci ama, non aver paura di amarlo: la fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore.

Dopo le apparizioni alle donne, ne seguono altre: Gesù si rende presente in modo nuovo: è il Crocifisso, ma il suo corpo è glorioso; non è tornato alla vita terrena, bensì in una condizione nuova.

All’inizio non lo riconoscono, e solo attraverso le sue parole e i suoi gesti gli occhi si aprono: l’incontro con il Risorto trasforma, dà una nuova forza alla fede, un fondamento incrollabile.

Anche per noi ci sono tanti segni in cui il Risorto si fa riconoscere: la Sacra Scrittura, l’Eucaristia, gli altri Sacramenti, la carità, quei gesti di amore che portano un raggio del Risorto.

Lasciamoci illuminare dalla Risurrezione di Cristo, lasciamoci trasformare dalla sua forza, perché anche attraverso di noi nel mondo i segni di morte lascino il posto ai segni di vita.

Ho visto che ci sono tanti giovani nella piazza.

Eccoli! A voi dico: portate avanti questa certezza: il Signore è vivo e cammina a fianco a noi nella vita.

Questa è la vostra missione! Portate avanti questa speranza.

Siate ancorati a questa speranza: questa àncora che è nel cielo; tenete forte la corda, siate ancorati e portate avanti la speranza.

Voi, testimoni di Gesù, portate avanti la testimonianza che Gesù è vivo e questo ci darà speranza, darà speranza a questo mondo un po’ invecchiato per le guerre, per il male, per il peccato.

Avanti giovani!”.

Il 5 Aprile 2013 è stata presentata la nuova veste della Civiltà Cattolica diretta da padre Antonio Spadaro.

“Non sappiamo - si legge nell'editoriale del numero in uscita - se è possibile immaginare una rivista di cultura che possa ospitare articoli scritti solamente da gesuiti, una rivista scritta da specialisti ma che usi un linguaggio per non «addetti ai lavori», una rivista che esca da oltre 160 anni ogni quindici giorni con fascicoli di oltre 100 pagine, una rivista le cui proposte culturali sono caratterizzate da una sintonia speciale con la Santa Sede, una rivista che addirittura arriva con la valigia diplomatica a tutte le nunziature del mondo.

Anche se è difficile pensare una rivista di questo genere, essa è "La Civiltà Cattolica"».

Il lettore oggi la riceve in un veste grafica differente rispetto a quella alla quale era abituato da ormai 41 anni.

Ma chi ha un po’ di memoria storica forse riconoscerà nel font (o “carattere”) della nuova testata lo stesso “bodoni” che ha caratterizzato da sempre il periodico, in particolare nella forma che aveva prima del 1971.

Per proseguire verso il futuro, la nostra rivista ha preso la rincorsa, andando indietro per avere più forza per correre avanti, anche nell’aspetto grafico.

E il cambio di veste avviene il 6 Aprile, lo stesso giorno nel quale è uscito il primo numero della rivista nel lontano 1850.

Ispiratore e primo direttore della rivista, lo ricordiamo, fu il padre Carlo Maria Curci, ma a volerla fu soprattutto Papa Pio IX.

Si regge, infatti, su un suo “breve”, il Gravissimum supremi, del 12 Febbraio 1866.

L’idea che spinse alla fondazione della rivista fu quella di difendere «la civiltà cattolica» come allora la si concepiva.

La nuova rivista ebbe subito un notevole successo.

Del primo fascicolo, stampato in 4.

200 copie, si dovettero fare ben sette successive edizioni.

Dopo quattro anni la tiratura salì a 13.

000 copie: numero davvero notevole per l’epoca, tanto che il tipografo dovette acquistare in Inghilterra una “macchina celere” in sostituzione di quella per la stampa a mano.

Non si tratta di un dettaglio puramente tecnico, ma dell’apertura di una prospettiva legata a una tiratura in grado di diffondere quanto più è possibile il messaggio della rivista.

Lo stesso Pio IX nella Gravissimum supremi chiedeva ai gesuiti, riferendosi ai loro scritti, di «spargerli e diffonderli ampiamente in tutti i Paesi».

I primi gesuiti della rivista furono innovatori, immaginando l’uso della stampa, che era il mezzo stesso di cui si servivano i rivoluzionari, i liberali e gli anarchici.

Così oggi è naturale che il nostro messaggio sia diffuso anche su supporti digitali per essere fruibile da parte di un numero maggiore di persone”.

Per un cristiano, “progredire” vuol dire “abbassarsi” lungo la strada dell’umiltà per far risaltare l’amore di Dio.

Su questo pensiero, definito la “regola d’oro”, Papa Francesco ha imperniato l’omelia della Messa mattutina dell’8 Aprile, celebrata nella cappella della “Casa Santa Marta”.

Una strada che sale tanto più si abbassa.

È la strada dell’umiltà cristiana, che innalza verso Dio tanto quanto chi la testimonia sa “abbassarsi” per fare spazio alla sua carità.

A suggerire questa riflessione a Papa Francesco è stata l’odierna festa liturgica dell’Annunciazione della Vergine.

“La strada che Maria e Giuseppe percorrono fino a Betlemme, per rispettare l’ordine imperiale sul censimento, è – ha osservato il Pontefice – una strada di umiltà.

È umile Maria, che non capisce bene ma lascia la sua anima alla volontà di Dio.

È umile Giuseppe che si abbassa per portare su di sé la responsabilità tanto grande della sposa in attesa del figlio.

Così è tutto l’amore di Dio, per arrivare a noi, prende la strada dell’umiltà”.

È questo ciò che ha preferito per esprimere il suo amore agli uomini, “all’opposto – ha stigmatizzato il Papa – degli idoli forti, che si fanno sentire, che dicono: 'qui comando io'.

Invece – ha ripetuto il Pontefice – il nostro Dio – che non è un Dio finto, un Dio di legno, fatto dagli uomini – preferisce andare così, per la strada dell’umiltà.

Che è la stessa seguita da Gesù, una strada che si è abbassata fino alla Croce.

Per un cristiano è questa la regola d’oro, è progredire, avanzare e abbassarsi.

Non si può andare su un’altra strada.

Se io non mi abbasso, se tu non ti abbassi, non sei cristiano”.

Tuttavia, “essere umili non significa andare per la strada con gli occhi bassi.

Non è stata quella l’umiltà di Gesù, né di sua Madre o di Giuseppe.

Imboccare la strada dell’umiltà fa sì – ha affermato Papa Francesco – che tutta la carità di Dio venga su questa strada, che è l’unica che Lui ha scelto: non ne ha scelto un’altra.

Anche il trionfo della Risurrezione segue questa rotta, il trionfo del cristiano prende il cammino dell’abbassarsi.

Chiediamo la grazia dell’umiltà, ma di questa umiltà, che è la strada per la quale sicuramente passa la carità, perché se non c’è umiltà, l’amore resta bloccato, non può andare”.

Risuonano, allora, le parole scritte da Giovanni Paolo II nel suo Messaggio Urbi et Orbi per la Pasqua 2004:“Resurrexit, alleluia – È risorto, alleluia!.

Cristo è risorto, Cristo è vivo tra noi! Il suo nome ormai è "il Vivente", la morte non ha più alcun potere su di lui (cfr Rm 6,9).

Resurrexit! Oggi Tu, Redentore dell’uomo, dal sepolcro ti ergi vittorioso per offrire anche a noi, turbati da tante ombre che incombono, il tuo augurio di gioia e di pace.

A Te, o Cristo, nostra vita e nostra guida, si volga chi è tentato dallo sconforto e dalla disperazione.

"Signore, da chi andremo?".

Tu che hai vinto la morte, Tu solo "hai parole di vita eterna" (Gv 6, 68).

A Te noi leviamo con fiducia la nostra preghiera, che diventa invocazione di conforto.

Aiutaci a lavorare senza sosta all'avvento di quel mondo più giusto e solidale che, risorgendo, Tu hai inaugurato.

Ci è accanto in questo impegno "Colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1, 45).

Beata Te, Maria, silenziosa testimone della Pasqua! Tu, Madre del Crocifisso risorto, che nell’ora del dolore e della morte hai tenuto accesa la fiamma della speranza, insegna anche a noi ad essere, tra le contraddizioni del tempo che passa, testimoni convinti e gioiosi del perenne messaggio di vita e di amore portato nel mondo dal Redentore risorto”.

Finché Egli venga.

Cioè finché i Cieli si aprano e tutti possano vedere fisicamente la Sua Gloria!