Pin It

Nonna RosinaUn ricordo indelebile

di Elisabetta Mancinelli

Rosina così si chiamava la mia nonna materna, era la terza di sette sorelle, l’unico fratello, l’ultimo, il più atteso dal mio bisnonno, morì durante l’epidemia di spagnola.

Era dolce mite Nonna Rosina, e aveva un che di rassegnazione agli eventi che l’esistenza le riservava.

A 17 anni incontrò mio nonno Gilberto, un uomo all’apparenza deciso e forte ma molto più fragile e insicuro di lei, forse perché aveva perduto sua madre quando aveva solo 4 anni.

La nonna lo doveva amare molto il nonno se accettò che lui la possedesse prima del matrimonio, perché voleva accertarsi della sua illibatezza.

Sostenne questa prova senza batter ciglio.

Si misero a gestire insieme a Silvi, il mio paese natio, una attività commerciale lungo la strada nazionale adriatica, in un sito che era un antico luogo di posta per i viaggiatori che il mio bisnonno aveva avuto in donazione perché era stato un garibaldino.

La mia nonna era speciale, la ammiravo per la grande dolcezza e amorevolezza nei confronti di tutti. Capelli legati a nocchia sempre lucenti su cui passava l’olio d’oliva, viso dolce e grandi occhi verdi: la sua immagine è una di quelle che ti porti dentro tutta la vita.

Avanzava agile pur nelle sue lunghe gonne sulle quali metteva un grembiule con una grande tasca in cui serbava caramelle, cioccolatini e monetine che distribuiva a noi bambini.

Nel terrazzino della sua casa che fronteggiava quella della mia magione paterna, su un sedile di pietra mi prendeva tra le sue braccia e mi pettinava i capelli con un rituale quasi religioso che mi rilassava e mi faceva sentire protetta.

A tratti sull’antistante ferrovia passava fumeggiante il treno i cui passeggeri salutavamo a grandi bracciate.

Quando una anemia me la portò via avevo 17 anni e il mio dolore fu talmente grande nel vederla esanime, nel suo letto di morte, che piansi disperata ininterrottamente durante tutto il corteo funebre dalla sua casa alla chiesa del Rosario e anche durante tutta la funzione religiosa, tanto che i parenti chiesero a mia madre se non ero una ragazza ‘equilibrata’.

Era il mio primo impatto con la morte non l’accettavo non poteva essere che me l’avesse portata via non era giusto!

Da allora non ho voluto più vedere un defunto, anche quando si è trattato dei miei genitori, dei miei più cari amici, non ce l’ho più fatta a vedere da vicino un corpo senza vita, sto con loro fino al momento del trapasso ma poi non più, mi allontano in una stanza vicina.

Quando l'andavo a trovare mi raccontava che dal suo letto di dolore vedeva un passerotto che ogni giorno si soffermava sul davanzale e restava silenzioso a vegliarla, non le credetti, una mattina però lo vidi anch'io e mi commossi, come se tra loro ci fosse una corrispondenza di amorosi sensi.

Ma ciò che fu più incredibile è che all'uscita della salma dalla chiesa lo vidi fermo sul carro funebre per il suo ultimo estremo saluto alla mia adorata nonna.

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna