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Senza nulla togliere alla modernità di oggi

di Tullio Parlante

Con "rammarico" le nostre teste grigio-bianco rimpiangono quei mitici anni settanta.

Anni favolosi vissuti con tanta spensieratezza che - con il poco e ha volte il nulla - hanno fatto la storia romantica di un ventennio pieno di gioia di vivere.

Pieno di quel fascino di sana umanità, catalizzatore della vera essenza di vita e esistenza.

Venuti fuori da una guerra catastrofica, tutto il popolo si è stretto intorno a quella nuova creatura chiamata democrazia. Tutti insieme a far si che la ricostruzione potesse essere una sola cosa.

La forza di quel periodo storico della nostra nazione traeva linfa vitale dall'amore verso tutto ciò che era parte integrante del concetto di comune appartenenza.

L'avere accesso al lavoro, senza la spregiudicatezza della raccomandazione (anche se comunque questo male tumorale cominciava già ad espandersi) rendeva il quotidiano  modello di sentimento altruistico.

Si guardava al futuro con spirito di sacrificio, sapendo che lo stesso, comunque, non era meta irraggiungibile come il grigiore del domani che il terzo millennio ha "regalato" - come modello di società - a questa nuova generazione.

Forse perché l'economia, ancora a uno stato embrionale, necessitando della ri-partenza, ovvero, del binomio ricostruzione uguale lavoro, permise a tutti di potersi creare il proprio futuro occupazionale- famigliare senza troppe preoccupazioni sociali.

Ricordi incancellabili del vivere quotidiano, con una certa spensieratezza oggettiva carica di significato umano, ha permesso a quella generazione di essere "veramente" parte integrante del concetto di società.

L'identificazione di quella gioventù era catalizzatore di quegli anni, dove il rapporto conviviale tra giovani e giovanissimi veniva identificato con il famoso ballo sulla mattonella.

Quel periodo fantastico, nelle piccole realtà paesane, veniva fuori da un contesto dove il rispetto della cosa altrui aveva un valore talmente grande che  le porte di casa venivano lasciate aperte con la chiave nella toppa. Nessuno entrava senza chiedere permesso.

I più grandicelli, il massimo dell'evasione che avevano e si concedevano - con il rapporto tra simili - era quello si vestire i famosi pantaloni a piede d'elefante.  Era un altro mondo. Fatto di cose semplici e di rituali quotidiani che davano un senso sia al traguardo futuro che allo scivolare delle giornate caratterizzate dallo scorrere del tempo infinito. C'era una visione maestosa nel rapportarsi con i propri simili.

Credo che non esisteva nel nostro dna - in quel momento storico della nostra nazione -  quella forma di pregiudizio che oggi (purtroppo nella maggior parte dei casi) si ha verso tutto e tutti.

Tuttavia, bisogna anche tener conto che eravamo un popolo  solo e che si doveva pensare alla ricostruzione di uno Stato distrutto per scelte politiche scellerate.

Come era utopia - allora - il concetto di società multietnica.

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, ma, al di là di quello che è stato quel periodo storico della nostra vita,  alcuni rimpianti - certamente - ce l'abbiamo. Il mondo gira. La tecnologia si è  - giustamente  o ingiustamente - impadronito del nostro quotidiano.

Ma, seppur in una triste considerazione oggettiva, abbiamo - o lo stiamo facendo quotidianamente -  gettato alle ortiche un modello di vita che era la spinta propulsore delle eccellenze culinarie, musicali ecc... per cui, facciamo si che nella precipitazione verso l'abisso infinito, in quello che sono i rapporti umani, cerchiamo di tenere in considerazione alcuni momenti di quegli anni.

Credo che ci potrebbero (il condizionale come sempre è d'obbligo) aiutare.

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