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Un sonno a due facce per un letto a due piazze

 di Marcello Veneziani*

Rivedo mio padre e mia madre dormire insieme: due modi opposti di affrontare il sonno, i sogni e la vita.

La notte racconta la vita più del giorno e scopre l’infanzia anche nei vecchi Mi sveglio e risale negli occhi una scena che vidi per anni. Rivedo mio padre e mia madre dormire insieme.

Mia madre dormiva quasi seduta sul letto, come se volesse fuggire dal sonno, catturata a sorpresa dalla stanchezza, ma si notava la sua resistenza.

Viveva il sonno come il travaglio di un parto e una guerra col buio. Pativa il dormire come un cedimento, una caduta nell’abisso notturno, lei che amava la luce e si addormentava chiedendo spiragli dalle finestre. Era impaziente del giorno. All’opposto mio padre cercava il sonno rannicchiato in posizione fetale, come se aspettasse di nascere, con le bende sugli occhi per consegnarsi alle delizie del buio e le mani in testa per concentrarsi sul viaggio.

Elemosinava il sonno, dormire era per lui il riscatto del vivere, ristoro del corpo e dell’anima,assaggio di beati¬tudine. Di notte mia madre temeva i demoni, mio padre aspettava gli dèi. Mia madre a volte si lamen¬tava nel sonno, aveva gli incubi; mio padre quasi sorrideva, come sognando puerili delizie.

Il loro rapporto col sonno narrava a contrario il loro rapporto con la vita: mio padre voleva sfuggire alla realtà e alle sue durezze, temeva gli urti e non reggeva le lacerazioni, rifugiandosi nelle chimere.

Mia madre amava la vita alla luce del sole, il risveglio era un sollievo, il giorno una benedizione; temeva il buio e la solitudine, i fantasmi dei morti che vengono di notte.

A volte era visitata da sogni profetici. Due modi opposti di affrontare il sonno, i sogni e la vita. La notte racconta la vita più del giorno e scopre l’infanzia anche nei vecchi. Accanto l’una all’altro per sessantadue anni, la partoriente forzata e il partorito che sogna di rientrare nel grembo notturno.

Li spiavo quando tornavo tardi a casa. Poi mio padre restò solo nel letto; dormiva smarrito, abbandonato, sempre bendato per propiziare la notte, ma non più rannicchiato, come disfatto, privato del grembo entro cui rientrare. Ora quel letto è vuoto d’ambo i lati e io sogno i loro sonni. Li sogno insieme, altrove, così lontani, così vicini.

Scusate l’interferenza, non c’entra nulla con le notizie del giorno, è il sogno di uno e di tanti, orfani stagionati... *www.ilgiornale.it