Bettino CraxiConte è un parvenu furbetto che ha paura della sua ombra

di Alessandro Sallusti*

L'Italia politica di oggi, vista da Hammamet seduto sulla stessa poltrona posta davanti al televisore da cui la guardava Bettino Craxi attraverso i telegiornali, appare ipocrita e confusa come durante gli anni del suo esilio forzato.

Economia robusta che poggia su terreno argilloso

di Alessandro Giovannini*

L’economia italiana è ferma nonostante le promesse mirabolanti del Movimento 5 Stelle, del Partito Democratico e la marcia baldanzosa dei sindacati confederali usciti poche ora fa da Palazzo Chigi con un accordo strappa-voti e brucia-denaro pubblico.

Che il Paese sia fermo e stia addirittura scivolando in recessione lo certificano alcuni dati dell’Istat e della Banca d’Italia: la curva del Pil è inchiodata in prossimità dello zero (+0,2); quella della produzione industriale è negativa (-0,6 su base annua); le esportazioni nell’Unione europea sono ulteriormente diminuite (-4,2 su base annua) e ancora di più sono diminuite quelle in Paesi extra Ue (-8,1).

Vi è un altro dato assai interessante e poco conosciuto: il Pmi.

Il Purchasing managers index segna lo stato di salute del manifatturiero, settore centrale della nostra economia: se supera 50 vuol dire che il comparto è in espansione; se resta sotto, vuol dire che ha la febbre.

A dicembre l’indice è crollato a 46,2, toccando il minimo su 80 mesi. 

Dopo di noi solo la Germania (43,7), ma con il minimo su due mesi.

Insomma, fino a poco tempo fa il manifatturiero dei tedeschi andava molto meglio del nostro.

In questa strana gara al ribasso, però, la cosa più importante è un’altra.

Mentre loro, nel 2020, si potranno permettere massicci interventi di finanza pubblica, per avere fin qui accumulato un debito molto basso, così da provare a rilanciare produzione e consumi, noi non abbiamo carte da giocare perché già utilizzate tutte in politiche di bilancio scriteriate e puramente demagogiche.

La discesa del nostro Pmi, poi, fa tutt’uno con la forte flessione della produzione nel settore edilizio, con i prestiti bancari fermi, gli investimenti in ulteriore frenata.

E poi con i consumi delle famiglie stagnanti nonostante i 30 miliardi di denaro pubblico distribuito con bonus e sussidi di ogni genere allo scopo dichiarato - ma all’evidenza falso perché irraggiungibile con quegli strumenti - di incrementare i consumi interni.

La nostra economia è potenzialmente robusta, ma poggia i suoi piedi, pur vigorosi, su un terreno argilloso che la fa traballare.

Terreno in larga misura coincidente con il disastroso assetto del debito, con una spesa pubblica crescente e prevalentemente improduttiva, con un sistema tributario opprimente, con una giustizia spesso inefficiente e paralizzante, una burocrazia soffocante, con infrastrutture vecchie e inadeguate, con un sistema energetico in proprio quasi inesistente, un sistema giuridico rimasto sostanzialmente fermo ai tempi dei romani, un sistema di accesso al credito tra i più chiusi fra quelli delle economie avanzate, con programmi di istruzione scolastica e universitaria ancora troppo distanti dal mondo produttivo, con investimenti in ricerca e innovazione tecnologica ridotti al lumicino; concause, tutte queste, proprio, del traballio del sistema economico e della scarsissima crescita della produttività.

Per l’Ocse l’Italia è la penultima nell’Unione europea, seguita dalla Grecia.

Nell’ultimo decennio, la nostra crescita è stata pari allo 0,30 per cento, mentre la media europea, pure anch’essa bassa rispetto a Cina e Stati Uniti, è stata dello 0,95.

Quadro, questo appena tratteggiato, francamente sconsolante e, a dirla tutta, molto preoccupante.

È possibile fare qualcosa per mitigare gli effetti di questo vacillare e allentare il legame pernicioso tra i piedi vigorosi e il terreno argilloso?

Sì, è possibile. Difficile, ma possibile in maniera democratica: rovesciando col voto l’attuale assetto politico di governo per avviare una stagione di vera, autentica rivoluzione.

La rivoluzione liberale!

Quella che l’Italia non ha mai avuto e che oggi è l’unica, seria alternativa a una navigazione ormai senza timoniere e perfino - forse - senza più scialuppe di salvataggio.

*www.opinione.it

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