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La paura di Matteo Renzi

di Arturo Diaconale

Se dietro il decreto sul fisco ritirato dal Governo c’era il Patto del Nazareno e l’inciucio tra Renzi e Berlusconi, bisogna sconsolatamente rilevare come gli “inciucisti” siano stati degli ingenui dilettanti.

Sono vent’anni che qualsiasi provvedimento a sfondo giudiziario o fiscale viene analizzato, approfondito, sezionato e passato al microscopio per verificare se non possa nascondere qualche gabola in qualche misura utile alle fortune personali, economiche o processuali del Cavaliere Nero.

Solo qualche inciucista neofita e sprovveduto, quindi, avrebbe potuto pensare che una norma destinata a ridare la piena agibilità politica a Silvio Berlusconi sarebbe passata inosservata al controllo minuzioso ed ossessivo dei guardiani della rivoluzione antiberlusconiana.

Ma se dietro al decreto sconfessato non ci sono l’inciucio, l’ingenuità ed il dilettantismo è ancora peggio. Perché vuole dire che il Governo non ha il coraggio delle proprie azioni, non segue alcuna strategia al di fuori della convenienza contingente e si piega ad ogni stormir di vento, soprattutto se proviene dai settori più ottusamente giustizialisti della società italiana.

Se è vero, come è stato sostenuto, che dietro al decreto non c’era alcun sotterfugio inciucista ma solo l’intenzione di mitigare il volto arcigno del fisco italiano e creare un rapporto meno conflittuale e più collaborativo tra lo Stato ed i cittadini contribuenti, il provvedimento non solo non doveva essere ritirato e modificato ma avrebbe dovuto essere presentato con il massimo clamore.

Avrebbe segnato una significativa ed importante inversione di tendenza rispetto alla linea di oppressione fiscale seguita dai governi tecnici e di sinistra degli ultimi anni e di quelli precedenti.

Ed avrebbe potuto diventare un grande strumento di riconciliazione tra la sinistra e quel ceto medio vittima da troppi anni dei residui della cultura di classe e pauperistica dei post-comunisti e dei post-cattolici democratici.

Ma il Governo ha preferito non seguire la strada della trasparenza e della rivendicazione di una scelta strategica d’ispirazione liberale.

Al contrario, sempre che non abbia voluto nascondere l’inciucio, ha cercato di mimetizzare ed oscurare la decisione di invertire la linea dell’oppressione fiscale ereditata dal vecchio Partito Democratico fondato sul cattocomunismo illiberale ed autoritario ed avviare la riforma del fisco ritagliata sulle esigenze della società e non dello stato burocratico.

Renzi, dunque, ha avuto paura. Non se l’è sentita di sfidare la parte più conservatrice della sinistra, quella che continua a chiedere più tasse per più burocrazia e vorrebbe trasformare ogni infrazione fiscale in un reato penale.

E alla prima intemerata della stampa giustizialista si è affrettato a sconfessare qualsiasi intento riformista, rinviando a data da destinarsi non la svolta epocale ma il decreto comunque depurato di qualsiasi ombra inciucista.

A giustificare il Presidente del Consiglio c’è l’imminenza della elezione del successore di Giorgio Napolitano. Renzi ha voluto disinnescare in extremis una mina che avrebbe potuto far riesplodere nel Pd la bomba dei franchi tiratori.

Ma in questo modo ha confermato di non essere un riformatore ed un riformista, ma solo un opportunista senza convinzioni e valori. E non è detto che abbia scongiurato il rischio di franchi tiratori.

Le sue indecisioni e le sue contraddizioni hanno risvegliato la sinistra dormiente. E reso sempre più evidente che per uscire indenne dalla battaglia del Quirinale deve mantenere saldo il Patto del Nazareno e buono il Cavaliere!

*www.opinione.it

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