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La pressione fiscale blocca la ripresa

di Arturo Diaconale*

Ma quale ripresa potrà mai partire con una pressione fiscale arrivata alla cifra ufficiale del 50,3 per cento ed una cifra concreta che supera il 65 per cento?

I grandi media che fanno parte della fabbrica del consenso del regime renziano hanno cercato di nascondere questa notizia.

Chi l’ha proprio infilata tra le pieghe delle pagine interne e chi ha cercato di ridimensionare il dato Istat dando spazio alla ridicola tesi governativa secondo cui i dati ufficiali arrivano al 50,3 per cento perché non calcolano come sgravio fiscale gli 80 euro dati ai dipendenti.

Ma la realtà che pesa sulle pelle dei cittadini è impossibile da camuffare. La ripresa è ancora molto lontana. E, soprattutto, più cresce la pressione fiscale e più diventa impossibile raggiungerla.

Ridurre la pressione fiscale per far respirare imprese e famiglie è dunque l’obiettivo primario ed inderogabile del governo. Ma Matteo Renzi è in grado di compiere un’impresa del genere o, semplicemente, di avviarla? Per dare una risposta a questo interrogativo molti si rivolgono al lavoro svolto da Cottarelli sulla identificazione dei tagli che si potrebbero effettuare sulla spesa pubblica per poter arrivare a creare la condizione primaria della ripresa.

Ma il riferimento è sbagliato. Per capire dove nasce quell’eccesso di spesa pubblica che va eliminato per ridurre la pressione fiscale e lanciare la ripresa bisogna partire da Mafia Capitale o dall’inchiesta sulla metanizzazione di Ischia. Ma non dall’effetto costituito dalla corruzione, che comunque va combattuto con gli strumenti giudiziari, ma dalla causa che provoca insieme eccesso di spesa e fenomeni corruttivi.

Cioè dal circolo perverso che si crea in ogni struttura pubblica o parapubblica tra forze politiche e forze economiche che ad esse fanno riferimento. I casi di Roma e Ischia hanno tirato in ballo il rapporto esistente tra le amministrazioni guidate dalla sinistra e le cooperative cosiddette rosse.

Al punto che il Movimento Cinque Stelle ha lanciato una campagna contro il Pd definito il “Partito della Corruzione”. Ma al Pd l’accusa è sbagliata. Perché Pd e Coop insieme formano il “Partito della Occupazione”, quello che conquista amministrazioni locali e pezzi dello Stato al fine di autoalimentarsi a spese di chi subisce il 50 per cento di pressione fiscale virtuale ed il 65 per cento di quella reale.

Naturalmente non è solo il Pd ed il suo mondo di riferimento cooperativistico che compie da decenni questa operazione. In passato il Partito dell’Occupazione era rappresentato anche da altre formazioni politiche e dai loro gruppi economici ed imprenditoriale di riferimento.

Ma adesso, dopo che le inchieste giudiziarie e le vicende politiche hanno posto ai margini quelle formazioni politiche e quelle lobby, la scena è quasi totalmente dominata dall’occupazione dello Stato effettuata ai fini di autoconservazione ed autosostentamento dalla sinistra e dalle sue lobby economiche, imprenditoriali e finanziarie.

Non basta, allora, il lavoro di Cottarelli per ridurre la spesa pubblica, far scendere la pressione fiscale e creare la condizione indispensabile per la ripresa. Bisogna liberare lo Stato dalle truppe di occupazione. Quelle truppe che una volta occupavano in nome del primato della politica, ma che oggi lo fanno esclusivamente in nome del primato della conservazione dei propri privilegi.

Renzi è in grado di far saltare il sistema di cui è espressione? Ma, soprattutto, è intenzionato a farlo o, invece, vuole solo dominarlo per rinforzare il proprio potere personale? La domanda è retorica. La risposta, sulla base dell’esperienza dell’ultimo anno, è scontata!

*www.opinione.it

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