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Le “colpe” della sinistra interna del Pd

di Arturo Diaconale*

Matteo Renzi ha già trovato la giustificazione per una eventuale battuta d’arresto alle prossime elezioni amministrative.

Se il Partito democratico scenderà sotto il 41 per cento delle precedenti elezioni europee e se per caso la sinistra perderà una sola delle regioni tradizionalmente “rosse”, la colpa sarà della sinistra interna.

Quella che lo considera un usurpatore, ha ingoiato a fatica lo Jobs act, detesta la riforma del Senato e si oppone con tutte le sue forze alla riforma del sistema elettorale che la dovrebbe cancellare dalla scena politica nazionale.

Renzi sa bene che il 41 per cento delle elezioni europee non verrà mai più bissato e neppure sfiorato.

E incomincia a rendersi conto che il rischio di perdere qualche regione “rossa” non sia affatto peregrino. Adesso, infatti, scopre la ragione vera dell’inattesa facilità con cui è riuscito a conquistare un partito un tempo considerato del tutto non scalabile.

Quel partito non c’è più! Rimangono le sue vestigia esterne, la direzione nazionale, i gruppi parlamentari, i vertici regionali e le feste dell’Unità senza “Unità”.

Ma per il resto, come hanno dimostrato le ultime elezioni in Emilia Romagna, il cosiddetto radicamento sul territorio che in passato era il vanto e la caratteristica della tradizione della sinistra comunista e post-comunista si è tramutato in incistamento di ristretti gruppi di potere nelle amministrazioni locali.

Ora, in sostanza, quel vuoto che ha favorito la folgorante ascesa di Renzi, rischia di diventare il suo elemento di debolezza. Ed il Presidente del Consiglio, che sa bene come la sua fortuna sia legata alla possibilità di presentarsi sempre sull’onda di un qualche successo, incomincia a mettere le mani avanti per evitare il rischio di un possibile insuccesso.

E si prepara a denunciare come responsabile di una qualche sconfitta la “quinta colonna” dei suoi nemici interni. Le tesi che i renziani ed i loro fiancheggiatori incominciano a far circolare è semplice.

Se in Liguria, nelle Marche, in Umbria il Pd dovesse perdere, la colpa sarebbe dei bersaniani, dei dalemiani, dei cuperliani, dei civatiani e di qualsiasi altro dissidente deciso a tagliarsi gli attributi pur di far dispetto alla “moglie” che occupa contemporaneamente il Nazareno e Palazzo Chigi.

Il gioco è semplice ed anche scoperto. Ma è anche rischioso. Perché, se portato alle estreme conseguenze in caso di effettiva battuta d’arresto elettorale, è destinato ad imprimere la spinta finale al processo di lacerazione interna in atto nel Partito democratico.

Ed a spianare la strada alle elezioni anticipate nel 2016. Come ai tempi del governo D’Alema, oggi rottamato anche per via giudiziaria ma allora rampante come il suo rottamatore Renzi!

*www.opinione.it

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