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Il rischio di una guerra alla modernità

di Paolo Pillitteri*

La nuova e ambita professione è stata ben descritta dal nostro direttore avvertendo i rischi dello sciacallaggio come nuovo e fruttuoso mestiere.

Che è e sarà il sisma mediatico-giudiziario destinato ad accompagnarci per chissà quanto.

Come se non bastasse, a corroborare e suffragare la novella impresa non può che irrompere quella che uno dei pochissimi Pm anticonformisti, Carlo Nordio (veneziano), illustra come la riedizione della caccia alle streghe, la corsa cieca, rancorosa e spasmodica per cercare a tutti i costi “un” anzi “il” colpevole; ovverosia il capro espiatorio sul quale riversare pulsioni populiste, giustizialiste e vendicative.

Che è esattamente l’opposto del ricercare e punire i colpevoli, che indubbiamente ci saranno.

Lo diciamo al futuro non perché non esistano fin d’ora ma perché, almeno per la durata del lutto, intervenga una pausa del processo mediatico consentendo ai giudici ed ai tecnici di procedere in silenzio, con riserbo, con discrezione: condizioni uniche per ottenere indagini efficaci.

Anche perché il processo, un processo “comme il faut”, non è e non può essere mediatico, altrimenti... Altrimenti sarà come è (quasi) sempre stato: la ricerca e la condanna del povero diavolo o, meglio ancora, del povero Cristo.

A proposito, ci si è messo pure un pastore di Cristo a collaborare al famigerato serial processuale in corso introducendo una variante per dir così “metafisico-populista” al dopo terremoto ravvisandovi una responsabilità, nella catena delle morti, prioritariamente umana sullo sfondo di una natura che di per sé è buona, benigna, dolce come il paesaggio marchigiano, abruzzese, laziale, umbro.

La novità teologica coglie di sorpresa soltanto gli impreparati alla “Nouvelle vague” in mostra qua e là nel grande corpaccione ecclesiastico dove, come ha rilevato Mario Sechi su “Il Foglio”, la Chiesa sembra soffrire di quel complesso “naturale” nutrito da uno speciale banalismo anticrescita caro a certi vescovi che confondono non solo il sacro col profano, ma rischiano di profanare la creazione divina nel suo mix di buoni e di cattivi, natura compresa; e pure l’uomo, si capisce. Ma dopo, non prima.

Dopo inchieste serie, rigorose e soprattutto silenziose, anche perché il silenzio e la discrezione sono moralmente dovuti, sono un dovere, un obbligo verso chi è morto e verso chi è sopravvissuto. E anche verso gli italiani, che pure esistono e non sono pochi, che credono nelle garanzie, nel rispetto delle forme, nella sostanza giusta della giustizia.

Purtroppo va oggi di moda il leggendario benecomunismo, una sorta di neoideologia tanto perniciosa quanto invasiva tesa a costruire il mito della natura, nel solco, appunto la corrente di pensiero che teorizza un benefico, indispensabile e salvifico ritorno alla primitività dell’uomo, rispettando alla lettera la legge non scritta secondo cui “tutto andrebbe bene se solo l’uomo non ostacolasse il regolare svolgersi delle cose”.

Una strada, questa, che presuppone un’altra opzione ideologica, sempre la stessa di certi vescovi colpiti da fulmini demagogici più che teologici, seguendo la quale si arriva né più né meno che alla lotta al progresso, alla competizione, al mercato, alla crescita, allo sviluppo, al Pil; in una parola: alla guerra alla modernità. Ecco, la caccia alle streghe conduce ad un sisma ancora più dannoso. Del cervello.

*www.opinione.it

tutti pazzi per la Civita

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