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La sostenibilità del nostro debito pubblico   

di Claudio Romiti*   

Forse non è ancora noto a molti degli opinionisti saliti sul carro dei vincitori pentaleghisti, ma chi sta al Governo comincia a percepire il rischio di far uscire l’Italia dai mercati finanziari già nei primi mesi del prossimo anno, quando non ci sarà più l’ombrello protettivo del cosiddetto Quantitative easing.   

In soldoni, nel 2019 andranno in scadenza circa 400 miliardi di titoli del Tesoro, poco meno, per intenderci, della spesa pubblica di una intera annualità.

A conti fatti, sulla base dello spread attuale il rinnovo di tali titoli ci costerà circa 5 miliardi in più, non proprio una bazzecola quindi, considerando la penuria di risorse con cui stanno facendo i conti i geni della lampada al potere.

Ma oltre alle crescenti preoccupazioni legate alla sostenibilità del nostro colossale debito pubblico, costoro stanno caricando sul groppone del sistema economico, di per sé già abbastanza traballante, un altro macigno chiamato in gergo credit crunch.

In pratica, a beneficio di chi fa del negazionismo circa i nessi più elementari che esistono tra la finanza e lo sviluppo la propria cifra politica, come il sottosegretario Laura Castelli, è importante sottolineare quanto sia determinante per i costi di finanziamento dell’economia italiana l’impennata dello spread di questi ultimi mesi.

In estrema sintesi, dato che le principali banche del Paese sono zeppe di titoli di Stato, se questi ultimi si deprezzano sul mercato secondario (in pratica quando sale lo spread scende automaticamente il valore di realizzo delle obbligazioni emesse dal Tesoro), si svalutano contemporaneamente gli attivi dei medesimi istituti di credito.

Ciò determina due inevitabili conseguenze: le medesime banche sono da un lato costrette a ridurre la propria esposizione adottando criteri assai più restrittivi nell’erogazione dei prestiti e dall’altro lato, per coprire le inevitabili perdite derivanti da tale limitazione, non possono che aumentare i tassi richiesti alla propria clientela.

Ora, se mettiamo insieme l’arrivo quasi inevitabile della stretta creditizia – ossia l’aumento dei costi necessari per finanziare l’economia – i venti di recessione che già spirano sull’Italia – come dimostra il Pil negativo registrato nel terzo trimestre del 2018 – la grande e progressiva incertezza causata dalle irrealizzabili promesse della maggioranza giallo-verde, unito ad un mare di chiacchiere e di annunci di chiaro sapore elettorale, e dunque del tutto inconcludenti, se ne deduce che l’orizzonte temporale del “Governo del cambiamento” si sta facendo dannatamente breve.

Con il sempre più probabile arrivo di una tempesta perfetta, in gran parte auto-inflitta, è ragionevole ritenere che in concomitanza con la stagione dei saldi post-natalizi possa cominciare anche quella degli scaricabarile politici, in cui si cercherà di vendere ad un popolo sempre più confuso la responsabilità di un fallimento annunciato, attribuendola in parti uguali all’Europa matrigna e al proprio alleato di Governo, reo quest’ultimo di non aver voluto scassare definitivamente i conti pubblici con il demenziale reddito di cittadinanza e/o con l’altrettanto insensato superamento della Legge Fornero sulle pensioni.

Il problema è che, dopo aver passato molti mesi nella stanza dei bottoni a raccontare favole e frottole, questa volta sarà più complicato trovare un altro comodo capro espiatorio sul quale scaricare tutte le proprie, gravissime responsabilità.

*www.opinione.it  

tutti pazzi per la Civita

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