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Strumentalizzare il caso Fadil

di Augusto Minzolini*

Strumentalizzare il caso Fadil in chiave anti Berlusconi serve a chi vuole esasperare i toni e zittire i moderati.

Nel Transatlantico di Montecitorio, Renata Polverini, deputata di Forza Italia con un lungo passato nel sindacato, si interroga su vicende e costumi che hanno un impatto sulla politica.

«Sono perplessa spiega appena ho letto la notizia della tragica morte di Imane Fedil, ho subito pensato che qualcuno avrebbe strumentalizzato la notizia contro Berlusconi.

Un'enormità che, puntuale, subito è stata ventilata da qualche giornale, non fosse altro per ipotizzare, per l'ennesima volta, la fine politica del Cav.

Dall'altra parte ho letto la dichiarazione della Maglie contro la ragazzina nuovo idolo dell'ambientalismo, Greta: uno può esser d'accordo o meno con Greta, ma non puoi dire la metterei sotto con la macchina.

La verità è che tutto ciò che c'è al centro, nella terra di mezzo, per citare Tolkien, tra la destra di Salvini e il nuovo Pd ancorato a sinistra di Zingaretti o il grillismo, dà fastidio.

Non vorrebbero che esistessimo: perché Zingaretti vuole uno scontro duro con la destra capeggiata dal leader della Lega; e viceversa. Vogliono semplificare entrambi il quadro politico».

Poco più in là, Lorenzo Guerini, presidente della Commissione parlamentare per i servizi segreti (Copasir), si lascia andare a ragionamenti analoghi.

«Ne parlavo con un amico, sono senza parole» osserva: «Collegare, sia pure velatamente, Berlusconi alla morte della modella, appare incredibile.

Mentre quelle parole della Maglie sono folli.

C'è una voglia di spianare tutto ciò che non è rappresentabile dalle estreme.

Tutte quelle 50 sfumature di grigio che pure sono pezzi di Paese. E ciò suscita in me un moto di ribellione intellettuale».

Già, l'Italia a tinte forti. O, almeno, c'è chi vorrebbe che fosse dipinta così. Un desiderio che non avverti tanto nella politica, quanto, in maniera subliminale, nel costume, nelle vicende di cronaca o nei commenti «para-politici», che puntano ad avere una ricaduta sulla politica.

Ad esempio, su certi fatti di cronaca bisognerebbe essere cauti, attendere risultati dell'autopsia o, ancor meglio, quello delle indagini prima di lasciarsi andare a congetture, invece niente: inopinatamente a 24 ore dalla notizia,

La Repubblica tira in ballo la tragica fine di Fedil, per mettere con due articoli (uno di Massimo Giannini) ancora una volta la pietra tombale sull'esperienza politica del Cav.

Sul Fatto lo stesso Marco Travaglio, pur ammettendo che l'analisi del cui prodest non mette in relazione Berlusconi con la vicenda, fa la stessa cosa.

Insomma, siamo al salto logico: come osserva Selvaggia Lucarelli, che pure non è tipo che ci va per il sottile, «è assai improbabile immaginare che dietro la morte di Fedil possa esserci Berlusconi», eppure annoto io - ci sono testate che da giorni usano il fatto di cronaca strumentalmente per colpirlo politicamente. L'esistenza del Cav dà fastidio a una narrazione che vuole un'Italia divisa tra un Salvini, leader della destra italiana e un polo, che magari rimetta insieme pd-grillini, guidato, a seconda delle preferenze, o da Zingaretti (La Repubblica) o dai 5 stelle (Il Fatto).

Come pure è un ostacolo e un fastidio (vedi cos'è successo in Germania) per la narrazione di destra, la nascita di un soggetto ambientalista a livello planetario nel nome di Greta, che porta in piazza migliaia di persone a Milano, e che non è assimilabile all'immagine post-comunista, un po' datata, del Pd di Zingaretti.

Insomma, ognuno tenta di scegliersi l'avversario che gli fa più comodo: a Zingaretti è congeniale Salvini; a Salvini, pure, Zingaretti.

L'Italia a tinte forti non ammette «sfumature» di centro: «La terra di mezzo di Berlusconi sentenzia il piddino Emanuele Fiano, conformandosi a Zingaretti non esiste più».

Mentre un vecchio amico di Berlusconi, Denis Verdini, reduce da una cena con Salvini, ha riportato questi ragionamenti del suo commensale: «Salvini vuole pesarsi alle Europee: se raggiungerà il 35-40% insieme alla Meloni è pronto a rompere con i grillini e andare alle elezioni senza il Cav, visto che con questa legge elettorale potrebbe vincere da solo; se Berlusconi sarà sopra il 10%, invece, dovrà rifare i conti».

Ragionamenti di cui la vittima designata è al corrente.

«Sono dispiaciuto diceva ancora ieri il Cav ai suoi per la morte di quella ragazza.

Anche se davvero tra le tante persone che sono venute ad Arcore non la ricordo.

E mi amareggiano anche le strumentalizzazioni che stanno facendo di questa tragedia». Strumentalizzazioni che sono sotto gli occhi di tutti.

«Vogliono riportarci indietro spiega Sestino Giacomoni, consigliere del Cav ora che il governo mostra i suoi limiti e che con un Pd, orientato a sinistra, l'unica risposta siamo noi.

Quel grido di allarme del Presidente a quella parte del Paese rincoglionito, si sta facendo largo. Il primo a capirlo dovrebbe essere Salvini che senza di noi non rappresenterà mai l'Italia moderata, sempre che voglia smettere di giocare e puntare a Palazzo Chigi».

Solo che a sinistra come a destra vogliono fare a meno del «centro» o, al massimo, dargli un ruolo di testimonianza: Zingaretti si è liberato di Renzi; stessa cosa punta a fare Salvini con Berlusconi.

Anche se poi, a conti fatti, è difficile.

«Il centro riflette Arturo Parisi, già consigliere di Prodi è il luogo della competenza e della mediazione. Le ali estreme quello dell'esasperazione».

Un'affermazione che trova echi nelle difficoltà del governo gialloverde: lì non c'è un'azione di governo comune, ma a un punto programmatico della Lega si aggiunge uno dei 5 stelle.

E quando non è possibile si rinvia: sulla Tav litigano, sul memorandum con la Cina c'è una riserva leghista; sulla flat tax proposta da Salvini c'è un giudizio malizioso di Di Maio («è una proposta elettorale» dice).

E già, perché è difficile se non impossibile, sommare insieme una politica improntata allo sviluppo e un'altra assistenzialista. I conti non tornano. Mai.

Tant'è che nella stessa Lega c'è chi per arrivare alla flat tax è disposto ad aumentare l'Iva per evitare di far fronte alle clausole di salvaguardia nella prossima legge di Bilancio (Garavaglia) e chi no (Armando Siri).

Molto più semplice sarebbe raccordarsi con il proprio centro di riferimento.

Ma queste cose, si sa, le decidono i numeri, i rapporti di forza. Per cui il centro dello schieramento per tornare a contare, deve innanzitutto esistere, deve reagire per non esser desertificato.

Così Renzi e Calenda debbono decidere cosa vogliono fare da grandi; e, sull'altro versante, il dibattito interno a Forza Italia dovrebbe somigliare meno ad una puntata di quella serie televisiva americana famosa tra i «millennial» dal titolo emblematico: Gossip girl.

*www.ilgiornale.it   

tutti pazzi per la Civita

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